giovedì 19 febbraio 2015

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA


L'elezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica costituisce un segno di consolidamento delle istituzioni democratiche che, in anni, vorrei dire in decenni, di confusione e di "antipolitica", rincuora chi crede nella politica come servizio civile "alto", scevro dalle banalità con cui viene correntemente liquidata.


La sua storia democristiana me lo fa sentire particolarmente vicino, non solo per gli anni trascorsi nel comune impegno, ma perché frutto di una scuola di pensiero e di una pratica politica che hanno riscattato l'Italia dalla mortificazione e dal provincialismo fascista ma anche dal classismo borghese della classe dirigente liberale e ne hanno fatto un grande Paese moderno, integrandola nel sistema delle grandi democrazie.
Sono certo che nella precarietà del quadro politico presente il nuovo Presidente saprà essere un punto di riferimento per i valori della libertà e la democrazia rappresentativa che sono alla radice della nostra Costituzione.

                                                                                                                    Marino Cortese

lunedì 2 febbraio 2015

POPOLARI VENEZIANI MANIFESTO PER LA RIPARTENZA

Note sparse dalla realtà 

Ripartire è difficile ma, conoscendo la direzione e insieme a  buoni compagni  di viaggio, la  nostra fatica può essere più leggera.  Nel tempo in cui il lungo periodo della soggettività sembra esaurirsi, si intravvede uno spazio, non piccolo, per la cultura del popolarismo  con la quale sostituire nei comportamenti sociali e nel discorso politico “l'io con il noi”. Se perciò l'iperbole “dell'io” va a finire, è il caso di fare una serie di riflessioni e di iniziative, tendenti ad oltrepassare l'idea narcisistica della libertà  per viverla assieme  nel suo rapporto con la responsabilità dell'accoglienza e del confronto con l'altro ed il diverso. Dobbiamo avere la consapevolezza e l' urgenza di un lavoro per la promozione culturale e politica finalizzata alla realizzazione di uno spazio di confronto su temi e proposte che interessano le nostre comunità. Nel panorama socio-economico che si intravvede non esiste una vera dialettica tra idee, non esiste una dialettica tra i diversi interessi economici, non esiste una  sufficiente dialettica tra i diversi poteri politici. Nella concretezza dei fatti possiamo osservare come vi siano partiti a una sola faccia,  privi al loro interno di discussioni e ragionamenti a confronto, sindacati che blindano interessi particolari a scapito di visioni più generaliste, mondi dell'associazionismo che, nel loro operare, non si confrontano a sufficienza. Si deve, perciò, avere la convinzione che, con la perdita della dialettica, si rischia di rimanere ostaggi di conflitti ingovernabili, ma anche di non far maturare classi dirigenti capaci di idee nuove e di comportamenti avveduti e responsabili. La mancanza di dialettica e di corpi sociali sufficientemente estesi e rappresentativi, ha prodotto una classe dirigente, a tutti i livelli, il più delle volte, piena di arroganza amorale, di egoismo e “presentismo”, che governa pensando a se stessa in una corsa sregolata al guadagno e all'arricchimento rapace, che ha sfumato il senso del reato;  un ceto dirigente, questo, incapace di prendere decisioni per il bene  comune, ben lontano dalla visione generale e dall'idea di futuro e capace di governare avendo presente il senso del limite.   Conseguentemente, della politica – nella sua accezione più alta e nobile- resta molto poco in quanto, spesso, la politica rinuncia a mettere regole all'economia e al sistema sociale, confidando piuttosto in una salvifica ed illusoria autoregolamentazione degli interessi. Pertanto il contesto socio-economico nel quale operare è difficile e complicato, ma proprio per questo è importante l'impegno dei cattolici che si riconoscono nel popolarismo e nella dottrina sociale ma anche di tutti coloroche si riconoscono in questo mondo di valori civili,  ben sapendo che anche pochi passi, ma sulla strada giusta,  sono un valore aggiunto per l'intera società. Uno o più passi da farsi con riservatezza:   la riservatezza è un gesto politico forte  che presuppone una mitezza dell'agire,  un aprirsi al mondo senza preoccuparsi di sé e una leggerezza esistenziale. Il popolarismo, proprio nei momenti di massima difficoltà, ci spinge a rafforzare il legame con la nostra comunità, con il “nostro popolo di riferimento”, non per “essere più avanti” ma per stare “nel mezzo “ascoltando di questo desideri e problematiche, sapendo ricercare le giuste soluzioni in una logica di mutualità e di attenzione alla persona e specificatamente ai più deboli, nel rispetto dell'ambiente e del territorio; essendo il popolarismo moderazione ma non conservazione.   
Popolo e popolarismo
La nota formula “In nome del popolo italiano “ dà autorevolezza, solennità ed importanza a decisioni molto impegnative. E’ come se un Paese intero guardasse a quelle decisioni prese, in ultima analisi, per salvaguardarlo, rispettando e non sostituendosi alla sua “sovranità” esercitata, secondo la Costituzione, nei limiti della legge. E’ come uno scrigno il Popolo; con le vite che ci sono state, che ci sono, che ci saranno e con i loro progetti, vittorie, sconfitte, attese, il loro lavoro. Dentro vi trovi l’arte, la scienza, la tecnologia, le tradizioni e il suo modo di porsi, nel tempo, rispetto a sé e rispetto agli altri. Vi cogli il “respiro” del Popolo, quando è capace di pensare sia al “locale” che al “globale”, sia al centro che  alla periferia. Escono, da questo scrigno, le sue direttive ed aspirazioni per la pace, per il lavoro, per le libertà, per il federalismo, per la sussidiarietà, per il sano esercizio del poteri. Obiettivi e compiti permanenti affidati per delega ai suoi rappresentanti. Essi non devono stravolgere la partita: il Popolo sarà sempre per loro un fine (quello a cui spetta l’ultima parola, la sovranità appunto ed il controllo), mai un mezzo. Chiede benessere il Popolo, condivisione, trasparenza, giustizia, sicurezza, lavoro. Chiede di non essere diviso al proprio interno, segmentato, affaticato nei suoi molteplici percorsi di vita. E’ il Popolo reale che parla, che si autorappresenta nel pluralismo delle opinioni e nella libertà di esprimerle; che sorveglia il proprio permanente diritto di “chiedere conto” a chi legifera, governa od amministra in suo nome. La sua vita concreta rompe slogans e semplificazioni e trova, nel giusto mix tra tradizione ed innovazione, i modi ed i tempi per “arieggiare” la propria dimora: una sana dottrina liberale, democratica e sociale rappresentano ciò che gli serve. Lui, il Popolo, sa di essere composto da “persone” piuttosto che da “individui” e difende questa sua caratteristica contro ogni livellamento, appiattimento, massificazione od omologazione. Conosce la Storia e le difficoltà del suo progresso per la costante presenza del volto demoniaco del Potere. Non sceglie “il” Potere, ma “i” Poteri, tra loro controllati e bilanciati. Non sottovaluta la complessità dell’essere governato ed “inventa”, per questo, le mediazioni, le giunzioni, le connessioni, le stanze di compensazione: elabora la dottrina e la prassi dei cosiddetti “corpi intermedi” (partiti, sindacati, organizzazioni, associazioni, ecc.). E’ esigente verso la sua stessa maggioranza sapendo che a volte il “governo della maggioranza” non è sinonimo di democrazia sostanziale, di verità e di giustizia. Al tempo stesso è rispettoso di ogni minoranza e cerca di coglierne costantemente gli stimoli positivi. Sa scovare, il Popolo, anche i beni immateriali, per progredire, per elevarsi (la cultura, l’arte, la religiosità, ecc.). Fa molto affidamento sulla propria, diffusa formazione permanente. Il Popolo ama la piazza (l’Agorà), la luce del giorno, il confronto aperto. Odia l’ipocrisia. Disdegna il dispiegamento nel privato, nel corporativismo, nel settarismo. Il primato, secondo lui, non va né alla Politica, né all’Economia: va alla sua vita, la vita reale del Popolo che esse devono servire. Né si arrende all’idea che il governare non significhi essere, appunto, “al suo servizio” e che possa al contrario procedere con autoreferenzialità a volte cinica. Rammenta gli errori, anche tragici, compiuti, nel tempo, dai vari populismi ed opera per smascherarli, per arginarli se del caso, evidenziandone i caratteri di irresponsabilità, di finalizzazione ad un  potere senza controlli e di ipocrisia.


Questa è l’idea, pur sintetica, del nostro Popolarismo per gli Anni 2000. E’ l’idea della nostra Associazione.    

Da dove iniziare  
Nell'Associazione dei Popolari veneziani missione e formazione si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente; il volontariato poi è la risorsa più significativa per dare slancio e operatività alla stessa. Tre sono le aree su cui operare:  a) costruire strumenti per dialogare e far conoscere il valore della cultura dei Popolari      e promuovere incontri per favorire le adesioni   b) realizzare una Unità Didattica su storia, esperienze e valori del Popolarismo  c)predisporre spazi di confronto – meeting- con partiti ed associazioni su temi e problemi rilevanti  della società locale e nazionale 


Mestre 15 dicembre 2014 

A Gianni Rivi (di Gianfranco Vecchiato) La Politica come Servizio, l’Urbanistica come Missione .

“Siate memori del mio pensiero” . Queste parole si leggono in un’antica iscrizione nel Museo di Altino.
Con Gianni Rivi abbiamo a lungo condiviso non solo un pensiero sociale, culturale e politico ma anche un’idea di città, di luoghi e di relazioni in cui sia importante il valore della dignità fra persone e il valore della memoria .
Perché come scrisse a fine 700 Vincenzo Cuoco in un fase di tumultuosi cambiamenti storici :
“La memoria del passato deve essere per ogni uomo, che non odia la Patria e se stesso, il più forte stimolo per amare il presente.”
Un presente difficile, ma nel Diario “Il Mestiere di Vivere”, Cesare Pavese ci ricorda nel dire :la Politica è l’arte del possibile che tutta la vita è un esercizio di Politica.
E Gianni Rivi in Politica ha portato con stile, onestà e competenza il suo contributo anche con l’Urbanistica, disciplina che si infila spesso in grovigli inestricabili per cercare di risolverne i nodi e riportare equilibrio e bellezza.
Un compito che può diventare una missione.
La storia di Gianni Rivi, quella dei Popolari, è in un grande Partito del Novecento,a cui molti aderirono non per interessi ma per ideali, per passione civile, e di cui io stesso ho ricordi sia di errori che di riscatti.
Nella sua biografia c’è l’anno di iscrizione alla Democrazia Cristiana: è il 1959.
E Gianni lo ricorderà a lungo perché entrò in un periodo di forti tensioni.
Da qualche mese era Papa Angelo Roncalli , già Patriarca di Venezia e nella politica italiana e tra i cattolici crescevano forti istanze sociali e di cambiamento.
Una stagione di fermenti innovativi che a Venezia erano stati avviati fin dal 1954 dal segretario Vincenzo Gagliardi con Wladimiro Dorigo, Assessore all’Urbanistica, che puntava ad un Governo della città con i Socialisti mentre si surriscaldava il dibattito sul Piano Regolatore di Venezia. Ma quell’apertura “a sinistra” sarebbe stata rinviata di 2 anni e nel febbraio del 1959 la divisione nella D.C. portò allo stallo tra forze politiche, allo scioglimento del consiglio comunale ed alla nomina di un Commissario prefettizio che restò in carica fino al novembre del 1960.
E fu il Commissario che firmò, fatto inusuale, nel marzo del 1959 l’adozione del dis-cusso Piano Regolatore, omettendo l’adozione del piano particolareggiato. (*)
Cosa che avrebbe pesato sull’urbanistica veneziana fino al 1974.
Quando nel 1961 divenne Sindaco Favaretto Fisca, quel PRG era al centro della cosiddetta “Battaglia per Venezia” .
Le reazioni al Piano continuarono fra modifiche, tagli, ripensamenti, fino al novem-bre 1963, quando lo si approvò, come disse Dorigo “rivoltato come un calzino” e vanificato da una marea di licenze concesse per la scadenza della salvaguardia.
Lo stesso anno 1963, nel Governo di Amintore Fanfani , appoggiato dai socialisti il ministro Fiorentino Sullo tentò il varo di una innovativa riforma urbanistica che prevedeva l’esproprio delle aree per pubblica utilità da parte dei Sindaci e opere di urbanizzazione, preventive al rilascio delle licenze edilizie.
Quella legge avrebbe potuto frenare molte speculazioni in atto sul territorio nazionale ma fortissime pressioni costrinsero Sullo a ritirare il provvedimento.
L’Urbanistica era (e resta) quindi una disciplina di frontiera politicamente rischiosa se pur fondamentale per rispondere ai problemi di aree urbane complesse, come la nostra, dove le Amministrazioni si trovarono a fronteggiare, con scarsi mezzi e strumenti : temi ambientali e di salute nelle zone Industriali, le carenze nell’edilizia scolastica, l’assenza di parchi e di Verde, le esigenze di abitazioni popolari, la qualità e quantità dei servizi pubblici, le aree intercluse da varianti urbanistiche sovrapposte.
Tutto questo necessitava di una revisione generale del Piano e anche la Variante al Verde e Viabilità del 1973 appariva ormai insufficiente a rispondere ad un territorio da ristudiare e da riorganizzare.
Era il vecchio modello Volpi che entrava in crisi.
Mentre iniziavano a chiudersi fabbriche e Porto Marghera era scossa da drammatiche tensioni l’urbanista Giovanni Astengo indicava nella frammentazione di competenze decisionali il grave limite al controllo ed al governo del territorio.
In questa situazione nel 1975 Gianni Rivi entrò a far parte del Consiglio Comunale e in seguito assunse la presidenza della Commissione Urbanistica.
In quel periodo i dialoghi, le intese anche fra partiti, crebbero non solo per rispondere al terrorismo ma per un salto di qualità istituzionale che portò a misurarsi su un terreno in gran parte ignoto e che stava rapidamente diventando post ideologico.
Chi come Gianni Rivi si era formato nei valori del cattolicesimo sociale che nel Veneto aveva grandi tradizioni, fin da Giuseppe Toniolo, era già predisposto a tras-formare il conflitto politico in un confronto di idee
E molti uomini e amministratori che si spesero in quegli anni sono ricordati, con caratteristiche e ruoli diversi nella Memoria della nostra città.
Ma non avrebbero potuto ottenere risultati se una vasta e progressiva presa di cosci-enza non avesse alimentato dibattiti, letture, discussioni e fatto nascere associazioni, circoli, idee che una nuova consapevole opinione pubblica inviava alla Politica, la accompagnava e per certi aspetti la spingeva ad accelerare sul piano dell’innovazione e delle riforme.
Quando dopo anni di travasi residenziali e di risposte emergenziali la pressione abitativa raggiunse nel 1975 in Terraferma i 211mila abitanti, i Partiti dovettero affrontare nei loro programmi questa critica realtà.
Molte idee germinarono e innovarono proposte sul piano urbanistico, che era ancora bloccato dal vecchio PRG del 1962.
Si aprì nella D. C. un ampio dibattito per la revisione del Piano Regolatore Generale e per interloquire con il “Progetto Mestre” lanciato dall’Assessore E. Salzano e con le suggestioni che uscivano dai Seminari dell’ Istituto Gramsci per il Partito Comunista.
Uomini di diversi partiti si confrontarono sul Territorio e forse per la prima volta dal dopoguerra entrarono nelle agende obiettivi come la qualità urbana, il risparmio energetico, idee di nuove piazze, di parchi e di architetture, mentre la cultura locale e le identità territoriali entrarono nelle discussioni, divenute meno ideologiche e più funzionali.
A Gianni Rivi ed al gruppo di lavoro che si era costituito all’interno del Partito, si posero diversi obiettivi poi divenuti progetti condivisi e continuati nel tempo.
A metà degli anni ’80 fu il progetto di un grande PEEP fra Chirignago e Asseg-giano, il Peppone , che prevedeva residenze per oltre10 mila abitanti a dividere il Partito Socialista ed a portare nel 1985 ad una alleanza con la D.C in cui Rivi divenne Prosindaco fino al 1988.
Da quel ruolo diede vigore ai progetti di pedonalizzazione progressiva del centro città, da Piazza Ferretto e in seguito via S.Girolamo, a via Palazzo.
Occorre sottolineare a merito di Rivi che più volte ebbi modo di condividere con Lui il primato della realizzazione su quella della bandiera di partito.
In quel periodo che viene definito come prima repubblica, vigeva un manuale Cen-celli che portava spesso a suddividere sul territorio le competenze ed i ruoli.
Eppure fra difficoltà e contrasti iniziò dagli anni ’70, una progressiva opera di riqua-lificazione sul territorio che volte dimentichiamo.
Nella stagione in cui fu protagonista Gianni Rivi a cui aggiungerei il periodo 1991/1993 insieme ad altri partiti troviamo: il programma di progressiva pedonaliz-zazione del centro di Mestre, le prime riqualificazioni di arredo urbano di via Piave e di Corso del Popolo, il prolungamento di via Vespucci, le nuove piazze dei centri di Terraferma, nuove aree e progetti di edilizia popolare, progetti di riqualificazione di Altobello e di Cà Emiliani che oggi sta proseguendo con l’area delle Vaschette, i primi progetti per il nuovo Ospedale, l‘obiettivo di acquisizione di Villa Erizzo, quella di Villa Franchin, il parco della Bissuola, quello di S.Giuliano, dove nel 1959 si prevedeva un quartiere per 35mila abitanti e che divenne poi una discarica a cielo aperto…
Rivi si impegnò anche per dare soluzione alla scuola di Trivignano completata di recente.
Ci sono stati nel tempo elementi di continuità fra amministrazioni diverse e le trasformazioni tra difficoltà e adattamenti continuano tutt’ora.
Gianni Rivi è rimasto impegnato fino alla fine.
Il nostro rapporto non si era interrotto e durante il mio mandato come Assessore all’Urbanistica ho avuto da Lui spesso incoraggiamenti e stima.
Anche se è difficile affermare che oggi l’Urbanistica sia in buona salute, dobbiamo ricordare che abbiamo alle spalle una storia di uomini, di ideali, di sacrifici.
Attrezzi che possono far superare i momenti difficili.
Giuseppe Dossetti che fu costituzionalista e teologo conciliare sosteneva che le conseguenze degli atti, specie degli atti politici, sono perfettamente calcolabili a chi li osservi con cognizione di causa e da un punto di vista privilegiato che è quello dell’uomo senza potere, se non quello della sua intelligenza” .
Credo che Gianni Rivi avesse queste doti.
E anche per questo lo ricorderò sempre con grande rispetto e riconoscenza.


(*) POST SCRIPTUM.
Fuori relazione letta aggiungo ad informazione “storica” alcuni aspetti del discusso testo del PRG come presentatato nel 1959 e contestato da Italia Nostra ed altri.
In discussione c’era una bozza del piano regolatore generale nato dalla fusione fra i risultati del-l’attività di un Comitato redazionale nominato nel 1956 dal consiglio comunale e l’esito di un concorso nazionale di idee svolto nel 1957 con 13 progetti partecipanti e 5 premiati.
Un Piano oggi inconcepibile dove era prevista fra l’altro la realizzazione di un quartiere coordinato da 35mila abitanti in terraferma, su 94 ettari di terreno demaniale a S.Giuliano, sul bordo lagunare, per collegare e trasferire residenze tra Venezia e Mestre e spingerle, come stava scritto nel pro-gramma, all’unificazione culturale, psicologica, civile, cercando di gestire l’esodo da Venezia e di bloccare lo sviluppo a macchia d’olio di Mestre; la creazione di una strada in laguna con ponti su canali, da punta Sabbioni alla Certosa per avvicinare Venezia al Cavallino, destinata a centro del turismo di massa, la realizzazione di una nuova arteria tra Campo S.Bartolomeo e Campo SS.Apostoli, lunga circa 250 metri, con la costruzione di tre nuovi ponti e l’apertura di 3 sottopor-tici in complessi edilizi.
Quella proposta di Piano Regolatore approvato nell’aprile del 1958 con voto praticamente unanime (35 sì 1 solo no del MSI) prevedeva: la creazione di un centro direzionale in un’area di 20 ettari alla testa di ponte di piazzale Roma e il canale della Giudecca per mantenere a Venezia la direzione dell’intero sistema produttivo; la creazione di una strada in laguna con ponti su canali, da punta Sabbioni alla Certosa per avvicinare Venezia al Cavallino, destinata a centro del turismo di massa;la realizzazione di un quartiere coordinato da 35mila abitanti in terraferma, su 94 ettari di terreno demaniale a S.Giuliano, sul bordo lagunare, per collegare e trasferire residenze tra Venezia e Mestre e spingerle, come stava scritto nel programma, all’unificazione culturale, psicologica, civile, cercando insieme di gestire l’esodo da Venezia e di bloccare lo sviluppo a macchia d’olio di Mestre; infine la creazione della seconda zona industriale di Porto Marghera e di 2 zone per piccole e medie industrie. Inoltre nel 1958 il Consiglio Comunale aveva approvato all’unanimità e senza dibattito, la realizzazione di una nuova arteria tra Campo S.Bartolomeo e campo SS.Apostoli, lunga circa 250 metri, con la costruzione di tre nuovi ponti e l’apertura di 3 sottoportici in complessi edilizi. Avvenne anche nel 1959, da parte del Commissario prefettizio nominato allo scioglimento del Consiglio Comunale, l’approvazione burocratica di un progetto e del finanziamento per allargare la centralissima calle del Lovo racchiusa fra 2 edifici monumentali con l’apertura di un porticato al posto dei negozi al piano terra.
Nell’ottobre del 1962 ad un convegno internazionale sul problema di Venezia, l’allora presidente della Fondazione Cini ed ex Sindaco Spanio, ascoltò alcune relazioni di grande spessore: quella di Giovanni Astengo e quelle di Vittorio Cini e di Feliciano Benvenuti. Fortemente innovativa fu quella di Astengo che proponeva la pianificazione urbanistica della città: la stesura non più di un unico piano particolareggiato ma quella di tanti piani per le diverse zone, connotate quindi da diversi tipi di intervento a seconda delle caratteristiche delle zone non solo quelle edilizie ma anche sociali ed economiche.
Anche Vittorio Cini compì un profondo ripensamento delineando un programma di interventi per salvaguardare l’insularità di Venezia, suggerendo la costituzione di una specie di comitato per la salute pubblica cittadino.
Feliciano Benvenuti propose invece di affidare l’avvenire urbanistico di Venezia ad un Ente di natura consortile fondato su Stato, Provincia e Comune ma aperto anche ad altre forse operanti in Venezia, avendo poteri decisionali politici e tecnici.
Era comunque evidente che la ripetizione stanca del modello Volpi , cui tutto il convegno si era ispirato, non era più nel 1962 un progetto ma soltanto una speranza e forse una illusione.
Quattro anni dopo la mareggiata del 4 novembre 1966 avrebbe travolto con le malandate difese a mare anche questa illusione.

CONTATTI


L'Associazione Culturale "I Popolari Venezia", fondata nel 2003,
ha la propria sede in Via Mestrina, 54 a Mestre-Venezia. 

Chiunque voglia contattarla può scrivere all'indirizzo mail:

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CHI SIAMO

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Presidente Romeo Toffano
Vice Presidente Luigino Busatto
Segretario Generale Angelo Montanaro
Tesoriere Luciano Ursella

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Benvenuto nel Sito de "I Popolari" Venezia L'Associazione " I Popolari Venezia" costituitasi nel 2003, vuole essere un momento di dibattito e di approfondimento culturale sui temi della politica intesa come partecipazione civile alla vita pubblica. Vogliamo contribuire a migliorare la qualità della politica nel nostro Paese, senza vincoli di appartenenza a particolari organizzazioni politiche.

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