martedì 31 marzo 2020

Ancora Tina Anselmi (Renato Omacini)


In questi giorni (25 marzo) Tina Anselmi avrebbe compiuto 93 anni; ci ha lasciati, invece, nel novembre 2016, a 89 anni. La sua figura ed il suo lavoro riaffiorano alla memoria pensando, oggi, alla sanità, pubblica e privata.
E’ “storica” – come sappiamo – la sua legge di istituzione del servizio sanitario nazionale (la 833 del 1978), oltre a quella sulla parità di trattamento in materia di lavoro (la 903 del 1977) e oltre alla legge cosiddetta “Basaglia” (la 180 del 1978).
Lo Stato ha dovuto attendere 30 anni per applicare l’art. 32 della Costituzione che parla di tutela della salute.
Il “dopo” lo conosciamo: costruito da una alleanza tra le misure per contenere il debito pubblico (eredità di enorme, passata insipienza!) e la cecità di politiche sempre schiacciate sul presente, per evidenti, non nobili motivi.
Alleanza che ha prodotto tagli massicci al sistema sanitario nazionale, con perdite in quello pubblico e guadagni in quello privato. Certo, nel migliore dei mondi possibili, pubblico e privato è giusto che crescano assieme, come del resto riconosce la stessa Costituzione.
Ma in tempi difficili può essere necessario scegliere, ridefinire priorità e mezzi.
La grave emergenza di queste settimane ce lo dimostra in modo scultoreo: un SSN progressivamente depauperato nella sua dimensione pubblica e con persistenti, gravi ritardi e differenze tra le aree del Paese.  Un  sistema che, pur in affanno, finora regge, più per la “struttura” dei suoi operatori/trici, che non per le dotazioni edilizie e tecnico scientifiche di cui dispone.
Non può e non dev’essere né banale, né retorico sostenere che, una volta usciti da questa tremenda situazione, la politica e la finanza dovranno rivedere – come da tempo si predica dal basso –  i vari “modelli”, compreso quello socio-sanitario.
In quest’ambito è centrale, in particolare, la prevenzione: essa richiede risorse per far risparmiare risorse.
Lo capiremo? Lo capirà l’Europa che rischia veramente di implodere, continuando a contare i centimetri delle sardine?

Venezia, 30 marzo 2020.

sabato 21 marzo 2020

Associazione “ I Popolari “ – Venezia Scrive Massimo Cacciari (riproduzione e commento a cura di Renato Omacini)



Nel  n. 12 de “L’Espresso” del 15 marzo 2020, pp.18-19, Massimo Cacciari  scrive un breve articolo di cui riproduco, per chi non lo avesse letto, il testo.
Alla fine due brevi righe di commento, per il nostro confronto.

Milano 10 marzo 2040
Ricordando oggi il lontano giorno in cui tutta l’Italia fu dichiarata “zona rossa” e miriadi di confini dividevano o cercavano di dividere comuni, province, regioni, anzi: una casa dall’altra, sembra incredibile misurare il cammino percorso. A molti quella grande crisi sanitaria apparve come il sigillo di un processo di irreversibile decadenza delle istituzioni nostre ed europee, il simbolo della loro inettitudine a governare quel generale “mutamento di stato” che la nostra epoca rappresenta. E invece fu quel toccare il fondo da cui rimbalzò volontà politica, grande Politica. I giovani nati dopo quella data non possono immaginare la vera e propria “conversione” che la crisi produsse nell’intera classe dirigente del Paese, dalle forze politiche a tutte le organizzazioni di categoria. Mai, certo, il male è provvido, ma quello risvegliò intelligenze, fece comprendere i disastri del precedente trentennio, ne iniziò la sistematica cura. I primi segni della nuova fase, d’altronde, si potevano cogliere già nella gestione dell’emergenza stessa. Sotto il profilo medico-sanitario non vi era altra scelta, infatti, che seguire le indicazioni delle autorità scientifiche, del Consiglio superiore della sanità. Ma il Governo non si limitò affatto a questo né a stanziare confusamente qualche risorsa a fronte della scontata catastrofe per vitali settori della nostra economia.
No, grazie anche ad una approfondita concertazione con le stesse opposizioni, il Governo indicò le priorità di intervento, criteri e modalità di erogazione. Dimostrò subito di comprendere benissimo come non ci si ammali soltanto di corona virus, ma anche, e forse son mali di più lunga durata, e facilmente somatizzabili, di crescita ulteriore della disoccupazione, di precarietà dilagante, di smarrimento di ogni fiducia. Perciò si rivolse ai settori più colpiti dalla crisi (e fondamentali per l’economia del Paese), garantendo anzitutto ai lavoratori ogni forma di tutela (cassa  integrazione o altro), e promettendo alle imprese una precisa riformulazione complessiva dei loro obblighi fiscali.

Non solo, il Governo disegnò già durante i giorni in cui sembrava che l’unico imperativo categorico fosse “io sto a casa” (“padroni a casa propria” finalmente, scherzava qualcuno) le linee per affrontare le eccezionali difficoltà economico-finanziarie in cui ci si sarebbe trovati a “liberazione” avvenuta. I conti erano presto fatti e vennero esposti con chiarezza ai cittadini: erano in ballo centinaia di miliardi del Pil (il solo turismo, con annessi e connessi, valeva il 13%); altro che qualche miliardo in più di deficit; occorreva finalmente porre mano a riforme strutturali della spesa. Vennero così richiamati in servizio i Cottarelli, i Cassese ed altre voci prima sistematicamente ignorate. Si indicarono i colossali risparmi ottenibili da una radicale spending review collegata ad una autentica riforma anti-burocratica e federalista del nostro Stato. Si ammisero francamente i ritardi, gli errori, le impotenze dei governi passati. E soprattutto si dichiarò solennemente che i costi della piccola guerra non sarebbero stati “spalmati” sui cittadini, tantomeno su quel 50% di essi che paga regolarmente e in toto le tasse. Finalmente la lotta all’evasione non sarebbe rimasta il solito ritornello. Tutto questo rassicurò, rincuorò, fece intendere che dalla crisi nascevano volontà e progetti nuovi. Mentre medici, infermieri, protezione civile lottavano nel loro campo con tutti i mezzi a disposizione, malgrado i tagli susseguitisi per tutto il precedente trentennio e le disuguaglianze immense tra le strutture sanitarie delle diverse regioni, il ceto politico compiva così il proprio dovere, anche girando Europa e mondo per difendere l’immagine del nostro Paese e combattere lo sciacallismo di “amici” concorrenti. I risultati di tutte queste iniziative e decisioni venivano illustrati ogni sera dopo i bollettini medici.
Il buon giorno si vide così fin dal mattino, anzi: dal buio della notte. Il nostro Governo, forte di quella dolorosissima esperienza, si battè in ogni sede perché una nuova cultura politica si affermasse, coerente con il mondo globale in cui, ci piaccia o no, dobbiamo vivere. L’emergenza corona-virus non era “logicamente” diversa da tante altre che tormentavano quell’epoca fortunatamente passata. Nessuna crisi poteva restare locale. Si trattasse di finanza, di movimenti migratori, di ambiente, di malattie. Nessun muro ci difende dal dilagare del contagio. Se non quello che sappiamo costruire attraverso la cooperazione, l’intesa tra Stati, la definizione di regole e norme internazionali che si incardino nel diritto positivo di ciascuno. E ciò vale per ogni materia. La crisi sanitaria mise a nudo la necessità di questo salto. E’ vero che la sua natura, come quella dei terremoti, sembra trascendere ogni potenza politica, ma non è così. Il caso trascende soltanto una politica che non sia capacità di analisi e di previsione. Ma su tutte le grandi questioni noi abbiamo la capacità di prevedere e dunque prevenire. Una politica che insegue l’emergenza non poteva essere all’altezza dell’epoca. Per il semplice fatto che l’emergenza in essa si fa fisiologica e cessa perciò di essere tale. Scoprimmo allora che era necessaria una cultura politica in grado di prevenire, come la buona medicina, pronta, cioè, ad affrontare quello che una volta sarebbe sembrato mero accidente. Ma per saper prevenire occorre sapere; le forze politiche divennero coscienti di ciò, si riorganizzarono in tal senso; interiorizzarono per così dire, specialismi e competenze; moltiplicarono sforzi e risorse per la formazione di ceti amministrativi, burocratici, tecnici in grado di convivere con la “rivoluzione permanente” del nostro tempo.


Ciò che vent’anni fa sembrava si potesse soltanto sperare contro ogni speranza, nel corso di questa generazione si è quasi realizzato. Le nostre forze politiche hanno saputo far leva su quella crisi sanitaria per iniziare insieme la fase costituente che avevano ignobilmente mancato trent’anni prima, alla caduta del Muro.
Per questo celebriamo oggi l’anniversario del 10 marzo 2020.
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Fa bene Massimo Cacciari  a festeggiare il 10 marzo 2020; io, quasi al 100% , non ci sarò più, poiché avrei,  nel 2040, 92 anni. Vedrò  probabilmente la situazione da un’altra parte (magari fossi nell’ultimo scalino dello Stadio - buono! Pregate per me!).
Dunque , nell’articolo del nostro filosofo, una generazione ( nello spazio dagli anni Venti agli anni Quaranta di questo secolo) ha quasi realizzato cose ottime, ha saputo rispondere ad una “ultima chiamata” di chi, già 60-70 anni prima , avvisava che si era su di un piano inclinato.
Tra questi e con particolare preveggenza ed intensità, c’era anche Papa Francesco, non citato da Cacciari. E c’era – non sempre per la verità  con le giuste ricette – lo stesso Cacciari, assieme ad altri, quasi sempre inascoltati.
Mah! Gottarelli quasi  quasi lo prenderei, Cassese proprio no, almeno per i miei gusti!
Anche se – a differenza di  Cacciari – penso che nella vita dei singoli come delle comunità non proprio tutto tutto possa essere analizzato e previsto. Sul punto, c’è un diverso sapere e, soprattutto, un diverso, teologale  vivere e “sperare”. Resta ,certo  - e sono d’accordo - uno spazio enorme e razionale per conoscere, prevedere, prevenire e programmare. Sul punto sta una delle principali differenze , appunto, tra le generazioni “stolte” e quella “saggia”.
Concordo che il Governo dette  allora buonissima prova di sé (qualche iniziale sbandamento era davvero il minimo in quelle circostanze!). Lavorò  tra l’altro decisamente meglio di tanti altri Governi europei ( che ci davano delle lezioni) e  ricevette dei giusti riconoscimenti ufficiali.
Perché? Perché chi ne aveva il timone aveva “un’altra” concezione della politica rispetto alla grande maggioranza dei Colleghi  (e non solo) che l’avevano preceduto: la nuova politica che doveva affermarsi, secondo le espressioni di Cacciari.  Le forze politiche divennero anche esse coscienti di ciò? Alzo le mani perché, qui, le mie informazioni sono confuse, il messaggio non è chiaro e resterebbe  del resto poco spazio al nostro confronto. Che ne pensate?

Venezia, marzo 2020 (“purtroppo ! “).

venerdì 13 marzo 2020

ASSOCIAZIONE “ I POPOLARI “ VENEZIA -La persona ed il bene comune (a cura di Renato Omacini)


Si parla molto, oggi, di “centralità della persona”.
Cosa significa per noi che ci consideriamo cattolici democratici e che amiamo la politica? In queste ore di pausa forzata, sono andato a rileggermi un testo di Jacques MARITAIN dal titolo “  La persona ed il bene comune “, ed. Morcelliana,  Brescia, 1987.
Lo richiamo per rapidi cenni per chi non lo conoscesse, con qualche riflessione alla fine.
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“La persona e il bene comune” è un testo di 74 anni fa che riprende due conferenze del filosofo francese: l’una del 1939 ad Oxford e l’altra del 1945 a Roma. Nel 1936 Maritain aveva scritto il suo libro più noto: “Umanesimo integrale”.

Maritain richiama, in primo luogo, le posizioni di San Tommaso riguardo all’ordinazione della persona al suo fine ultimo che è Dio. Merita al riguardo ricordare, in San Tommaso, la superiorità della vita contemplativa sulla vita politica, così come la dottrina del primato del bene comune.

L’impalcatura del testo poggia, in secondo luogo, sulla distinzione tra individuo e persona. Il polo materiale della persona che concerne l’individualità ed il polo spirituale che riguarda la personalità.
La personalità ha per radice lo spirito: “ … la personalità è la “sussistenza” dell’anima spirituale comunicata al composto umano ”. Ed ancora: “ Io sono tutto individuo in ragione di ciò che mi viene dalla materia, e tutto persona in ragione di ciò che mi viene dallo spirito “.

In terzo luogo, si presenta nel testo un altro importante asse: quello del rapporto tra la persona e la società. Alla nozione di persona come unità sociale sta di fronte la nozione di bene comune come fine del tutto sociale, due nozioni correlative l’una all’altra. Il fine della società – aggiunge Maritain – è il bene della comunità, ma occorre capire che questo bene è un bene comune di persone umane.

Il bene comune è bene di popolo, bene della città solo a condizione d’essere secondo giustizia e bontà morale. E’ cosa eticamente buona. Infine – scrive il filosofo – il bene comune è ciò che è solo se si ridistribuisce alle persone.
Dice Maritain: “ … la vocazione della persona umana a beni che la sorpassano è “inviscerata”, per così dire, nell’essenza del bene comune “. Per lui la vera concezione della vita politica è personalistica e comunitaria assieme: l’uomo però, in virtù di certe cose che sono in lui, si eleva al di sopra della società politica. E’ essenziale al bene comune favorire il progresso delle persone “… verso i beni assoluti che trascendono la società politica “.
Le democrazie moderne aspiravano fin dal principio a trattare l’uomo come persona, ma, a dire di Maritain, “…la loro filosofia della vita ha tradito “ questa loro aspirazione.
Per il filosofo esiste anche il “ bene comune delle intelligenze “ che è la verità e la bellezza stesse ed è il tesoro intelligibile della cultura.

In quarto luogo Maritain tratta, nel testo, dei problemi a lui contemporanei. E’ quest’ultima parte quella più “politica” e più vicina al nostro interesse, fatto salvo ovviamente il fatto che va contestualizzata alla fine degli anni Trenta ed agli anni Quaranta del secolo scorso.
L’attenzione del filosofo francese  è sulle filosofie politiche “… fondate su una concezione materialistica del mondo e della vita . Esse mettono in pericolo la persona sotto tre principali forme: il liberalismo borghese, il comunismo, il totalitarismo dittatoriale. Si tratta, per Maritain, di tre “ tragedie “.
Rispetto, in particolare, all’atteggiamento delle stesse verso il cristianesimo, scrive il filosofo: “ L’individualismo borghese è, delle tre, la più irreligiosa. E’ stata praticamente atea e decorativamente cristiana . Una concezione che si serviva della religione “…come di una forza di polizia che facesse la guardia alla proprietà o come di una banca dove dopo tutto ognuno, mentre si arricchisce in questo mondo, poteva assicurarsi ad ogni buon fine contro i rischi inconoscibili dell’al di là “.
Riferendosi al comunismo, Maritain parla di esso come di una “…eresia cristiana, l’ultima e del tutto radicale eresia cristiana. Essa è universalista come la Chiesa “. L’ateismo comunista si riferisce ad un’attività terrena nella quale i cristiani “…hanno troppo spesso in passato trascurato la loro missione temporale “.
La relazione individuo-società non deve essere concepita sul “ tipo atomistico e meccanico “ dell’individualismo borghese, né sul “ tipo biologico e animale “ proprio della concezione totalitaria statale o razzista, né sul “tipo biologico industriale “ proprio della concezione comunista.

Si tratta, per Maritain, di realizzare un “ideale storico “ che richiede la “… sopraelevazione che la natura e le società temporali ricevono, nel loro ordine proprio, dalle energie della vita cristiana “.

In conclusione, un nuovo riferimento alle  democrazie: “… il dramma delle democrazie moderne è d’aver cercato senza saperlo qualche cosa di buono: la città della persona, sotto la specie di un errore: la città dell’individuo, che conduce di per sé a terribili liquidazioni “.
Servirebbe, per il filosofo, “… una trasformazione radicale ed un grande ritorno verso lo spirito “; sono le ultime parole del libro e siamo nel 1946!
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Quanta polvere, almeno per me, su queste cose e che terapia il riprenderle!
Mi chiedo: una visione materialistica dell’uomo, della società e della storia porta “automaticamente” a delle “sciagure”?  Maritain pensa di sì, La Pira lo stesso, ecc. In altre parole,  una società in cui la maggior parte dei suoi membri non crede in Dio né ha alcuna idea di trascendenza (completamente secolarizzata si direbbe), non può ugualmente essere umanitaria e solidaristica?
In ogni caso,  noi cristiani dovremmo avere il dovere di proporre (con “tenerezza” come dice Papa Francesco) il nostro “senso” della vita, del lavoro, della gioia, della sofferenza, della morte. Considerando le conseguenze buone che ne dovrebbero derivare per il famoso bene comune anche terreno. E sarebbe già una bella, doverosa  testimonianza!
Considero ancora due cose: perché Maritain dice che le democrazie del suo tempo aspiravano a trattare l’uomo come persona, ma la loro filosofia della vita ha tradito? Avrebbe ragione a sostenerlo anche nel 2020?
 Seconda cosa: delle tre “sciagure” osservo che sopravvive, almeno in Europa, solo l’individualismo borghese. E’ di grande attualità la considerazione maritainiana di come, già allora, questa dottrina tendesse a strumentalizzare la religione (alcuni autorevoli membri ne fornivano, almeno per parte, sponda, essendo accecati dal pericolo comunista!), essendo sostanzialmente atea.
Ora io penso che  “questo” modello occidentale di “sviluppo”, sia proprio erede dell’individualismo borghese, trasformatosi via via  in quello che si chiama “turbocapitalismo”.
Da ultimo, la considerazione di Maritain che i cristiani avevano troppo spesso trascurato la loro missione temporale, aprendo in questo modo varchi al diffondersi di altre visioni della vita e politiche.  Oggi - dopo il Concilio, ma non solo – vedo nella Chiesa dei segnali di maggiore avvedutezza e di più profonda e “fedele” acquisizione dei segni dei tempi sui quali spendere la propria originalissima e sapiente parola ed il proprio esempio. Faccio invece più fatica a vedere questo nella politica e, in particolare, in quei cristiani che, specie ai livelli più alti, la interpretano.  Che ne pensate?

Venezia, 12 marzo 2020.