venerdì 15 dicembre 2023

GRECCIO

Allestendo in casa il Presepio, il pensiero non può non andare, oltre che alle meraviglie pittoriche e scultoree che nei secoli l’hanno rappresentato, a quello di Greccio, giusto 800 anni fa.

 Greccio, definito uno lei luoghi storici d’Italia, è in Provincia di Rieti; conta oggi circa 1.500 abitanti ed  è situato, in  Sabinia, a 705 m. d’altitudine. Ospitò più volte, tra il 1223  ed il 1226, San Francesco. Il Santuario si trova a 635 m. e il suo nucleo originario è formato dalla cappella del Presepe, edificata nel 1228.

Sostengono alcuni (cfr. “Frontiera Rieti” del 28 ottobre 2017) che quello del presepe fu un messaggio “politico” a Papa Onorio III°, nel senso che non serviva conquistare il Santo  Sepolcro a Gerusalemme (le Crociate) perché la nascita di Gesù poteva essere commemorata ovunque. Chissà!

Ecco, ora, alcuni riferimenti sull’argomento, tratti da testi che parlano di San Francesco.

 Per mia utilità, in questo tempo d’Avvento.  Desidero condividerli.

 

“ Era la metà di dicembre. Un ardente desiderio di celebrare i ricordi del Natale al vivo si era impadronito di Francesco. Si confidò con un amico, il cavaliere Giovanni da Greccio, che s’incaricò di fare i preparativi.

L’imitazione di Gesù è stata in ogni tempo il centro stesso della vita cristiana; ma occorre essere spiritualista in modo non comune per potersi accontentare dell’imitazione interiore. Per la maggior parte degli uomini l’imitazione esterna deve precedere e sostenere quella interiore. E’ lo spirito che vivifica, certo; tuttavia solamente nel paese degli angeli si può dire che la carne non conta nulla.

Per il medioevo una festa religiosa era prima di tutto una rappresentazione, più o meno fedele del ricordo che essa commemorava: da ciò le statuette della Provenza, le processioni del Palmesel, i cenacoli del Giovedì Santo, le viae crucis del Venerdì Santo, il dramma della Resurrezione il giorno di Pasqua e le stoppie incendiate della Pentecoste.

 

Francesco era troppo italiano per non amare queste feste, in cui tutto quanto si vede parla di Dio e del suo amore.

Le popolazioni dei dintorni di Greccio furono dunque invitate, come pure i frati dei vicini monasteri. La sera della vigilia di Natale si videro su tutti i sentieri affrettarsi i fedeli verso l’eremo, con fiaccole in mano, facendo risuonare le foreste dei loro canti di gioia.

Tutti erano felici, e Francesco più di ogni altro; il cavaliere aveva preparato una mangiatoia con della paglia e condotto un bue e un asino che col loro fiato parevano voler riscaldare il povero bambino tutto intirizzito dal freddo. Il Santo, a quella vista, sentiva lacrime di compassione inondargli il viso; non era più a Greccio, il suo cuore era a Betlemme.

Infine si misero a cantare il mattutino; poi cominciò la messa in cui Francesco, fungendo da diacono, lesse il Vangelo. Il semplice racconto della sacra leggenda, detto da una voce così dolce e ardente,  già toccava i cuori; ma quando predicò, la sua commozione prese ben presto l’uditorio. La sua voce aveva una tenerezza inesprimibile, così che i presenti dimenticavano tutto anch’essi, per rivivere i sentimenti dei pastori di Giudea i quali andarono un tempo ad adorare il Dio fatto uomo, nato in una stalla “.

(tratto da PAUL SABATIER, Vita di San Francesco d’Assisi, Mondadori, 1978, pagg.269-270).

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Partito da Venezia, dopo la Terra Santa, Francesco arrivò a Bologna nel 1222; là predicò la pace. Poi, redatta la Regola definitiva, promulgata da Roma, nel dicembre si avviò nella valle di Rieti. Scelse il romitorio di Greccio, nei monti Sabini.

Il Natale si avvicinava. A Greccio Francesco si rivolse ad un certo Giovanni, un possidente locale, incaricandolo di preparare il Presepio: una novità per il popolo cristiano e le popolazioni umbre.

Fu preparata una stanza come fosse una stalla, con un bue, un asinello, del fieno ed una statuetta riproducente il Bambino.

In fondo alla stanza c’era un altare dove venne detta la messa di mezzanotte e il diacono Francesco cantò il Vangelo. Terminata la messa, Francesco predicò. Il fieno di quel Presepio fu conservato come reliquia; poi su quel luogo sorse una chiesa.

Francesco si trattenne a Greccio fino all’estate del 1224, quando salì alla Verna, con fra Leone e pochi altri frati. Là fu rapito in estasi e ricevette le stimmate.

(tratto da LUIGI SALVATORELLI, Vita di San Francesco, ed. Einaudi, 1973, pagg. 191-194).

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 Proprio da Greccio, 23 anni dopo  (era l’11 agosto 1246) i tre compagni di Francesco che là vivevano, cioè Leone, Ruffino ed Angelo, inviarono una lettera – nota come Lettera di Greccio – a frate Crescenzio, allora Ministro Generale dell’Ordine.

Questi, nel Capitolo appena celebrato, aveva chiesto a tutti i frati di comunicare ogni fatto che riguardasse Francesco, che essi potessero conoscere direttamente o reperire.

Ecco dunque che i tre frati raccolsero, oltre alle loro dirette e personali testimonianze, notizie da altri frati.

Non si accontentarono di raccontare i miracoli di Francesco, quanto di “ mostrare alcuni aspetti salienti della sua santa vita e la intenzione della divina volontà…”. Non una biografia “…bensì abbiamo colto, come da un prato rigoglioso, un mazzo di fiori, quelli che ci sono parsi più belli, senza però disporli in ordine cronologico .

(tratto da FONTI FRANCESCANE, ed. Messaggero, Padova, 1982, pagg.533-536).

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 “… Ciò che mi faceva soffrire era l’opinione condivisa da coloro che sembravano i più assennati nella Chiesa che era cosa impossibile vivere secondo la regola della perfetta povertà.

Era come se mi dicessero che il Vangelo su questa terra non poteva essere vissuto nella sua integrità “sine glossa” come avevo sempre ripetuto io ai miei.

Ciò mi suonava tradimento nei riguardi di Gesù e un dubitare della sua parola.

Una volta, avvicinandosi il Natale volli ripensare proprio alla vita di Gesù povero, povero, povero e a Greccio combinai una rappresentazione al vivo della Grotta di Betlemme.

Vedete, dicevo a tutti, vedete che è possibile. Gesù stesso ha vissuto così. Dio si è fatto povero, debole, piccolo e si è abbandonato in mano alla storia, confidando solo nel Padre.

Vedete, vedete che è possibile, dacchè Dio stesso ha vissuto così!

Ma i più ci fecero su solo del sentimentalismo e tutto minacciava di terminare in retorica.

(tratto da CARLO  CARRETTO, Io Francesco, ed. Cittadella, Assisi, 1980, pagg. 157-158).

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 “… Una volta, a Greccio, per il male agli occhi provò ad usare un piccolo cuscino di piume. Ma il mattino dopo si affrettò a farlo togliere, affermando di non aver potuto dormire e di aver provato allucinazioni “come se avesse mangiato pane di loglio”.

“Si trovava sempre a Greccio, nella notte di Natale del 1223. Aveva chiesto forse troppo al suo povero corpo, e troppo e troppo poco gli aveva concesso”.

“Francesco amava Greccio. Era uno degli eremi più poveri dei quali l’Ordine disponesse, era sereno e fuorimano, ed egli poteva disporvi di una cella appartata costruita sulla viva roccia, che gli piaceva molto”.

“Fu probabilmente la povertà di quel luogo, più di una qualche immaginaria somiglianza con Bethlehem, a suggerirgli di fare di Greccio il luogo nel quale sarebbe nato quell’anno il Signore; e di poter vedere finalmente, con i suoi occhi, quel che in Terrasanta non aveva potuto; anzi, quel che non avrebbe veduto comunque se non con le parole del Vangelo e lo sguardo del desiderio. Mandò a chiamare Giovanni, un laico di Greccio che amava e con il quale aveva rapporti frequenti e molto familiari. Giovanni era, anzi, il dominus loci del “castello”, cioè del villaggio fortificato di Greccio.

“Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato perla mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”.

“La notte della vigilia fu per Greccio una grande festa. Arrivarono molti frati da varie parti; e dai paesi vicini convenne una gran folla di gente d’ogni condizione portando ceri e fiaccole per illuminare la notte e rendere onore al Bambino”.

“Si prepararono gli elementi della scena : la greppia, il bue, l’asinello. E fu proprio sul presepio che si celebrò la messa alla quale Francesco partecipò rivestito dei paramenti diaconali”.

“…Ed ecco Francesco assolvere con letizia e solennità all’ufficio di diacono: canta prima con voce “forte e dolce, limpida e sonora” il Vangelo; predica poi al popolo riunito, rievocando il Re che aveva voluto farsi  povero e indifeso, la misera greppia, la piccola città di Bethlehem; e, tenerissimo giullare,  si dà a recitare il suo amore. Pronunzia la parola “Gesù” quasi golosamente, come se gli fosse davvero dolce al palato, come se nel proferirla ne gustasse la dolcezza non metaforica bensì fisica. E quando dice "Bethlehem" indugia sulle vocali e la voce gli si fa tremula: pronuncia belando il nome della città di David, quella dov’è nato l’Agnello di Dio che al pari del più mite tra gli animali ha offerto mansueto il suo corpo ai carnefici “.

 “La tradizione ha arricchito di particolari il racconto di quella notte: sino al fieno della mangiatoia, che fu conservato per essere dato da mangiare agli animali ammalati e che perfino alcune donne usarono in occasione di parti difficili deporsi sul ventre “.

“…Ma qui, nella fredda notte di Greccio, un uomo ammalato, prossimo alla morte, semicieco, invecchiato anzitempo si trovava finalmente dinanzi al suo specchio: alla Potenza assoluta che si umilia fino a divenire la più abbietta e totale delle povertà; e che si umilia per amore. Francesco penetra quel mistero insondabile e ne coglie per intero l’incommensurabile lontananza rispetto a qualunque tentativo umano  di adeguarvisi. Resta il Ponte pericoloso dell’amore, che unisce il cielo alla terra e sul quale transitano il mistero dell’Incarnazione e il disvelamento del senso degli affanni e delle sofferenze dell’esistere umano. Lì, il Bene è tanto grande che ogni pena si trasforma in diletto “.

(tratto da FRANCO  CARDINI, Francesco d’Assisi, ed. Mondadori, 1989, pagg. 225-230).

 

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    Venezia, dicembre 2023.

(Ottocento anni dopo Greccio)                                                          Renato Omacini

 

 

                                               

 

 

 

lunedì 4 settembre 2023

Una lettura interessante ( Renato Omacini )

Ho riletto in questi giorni (quante cose si imparano di più ri-leggendo!) un testo edito nel 2017. Il suo autore  è LUCIANO CANFORA, La schiavitù del capitale, Ed. Il Mulino, Bologna, 2017.

Luciano Canfora è professore emerito di Storia antica all’Università di Bari e, come sappiamo,  noto saggista. Il testo è breve: poco più di 100 pagine; si suddivide in sei piccoli capitoli più due Appendici. La conoscenza storica viene utilizzata dall’Autore per analizzare il capitalismo contemporaneo.

Se sarà possibile, si potrebbe presentare l’intero testo  (un’oretta circa ) nel corso dei nostri incontri di autoformazione. Per intanto, mi pare interessante trascrivere di seguito il Prologo.

“ Ci sono vari modi di capire il cambiamento, ma forse si possono ridurre sostanzialmente a due: quello stigmatizzato sarcasticamente da Giuseppe Giusti nel Brindisi di Girella (“Viva chi sa tener l’orecchie tese” : v.162) e quello di chi – tenendo aperti anche gli occhi – non perde mai di vista la posta in gioco. Essa è, a mio avviso, la seguente: per ora, chi sfrutta ha vinto la partita contro chi è sfruttato; dunque si tratta di trovare nuove e più efficaci e più convincenti forme di contrasto dell’ineguaglianza e di lotta per una effettiva libertà. Forme che consentano di capovolgere, nella successiva, inevitabile, manche, la temporanea “sentenza della storia”. Nella convinzione, condivisa da ogni essere pensante, che nella storia non esistono sentenze definitive. Immaginare che la storia si stia avviando a conclusione – e che noi siamo i fortunati spettatori di un tale mirabile evento – è errore comune sia ai rivoluzionari che ai reazionari. Per parte loro, banali come sempre, i liberali, più o meno “puri”, addirittura pensano che il cambiamento come tale non esista nemmeno e che l’ordine sociale esistente sia l’unico possibile.

Oggi noi possiamo comodamente osservare, assisi nei nostri studioli o impegnati in dotti seminari, che errore fu credere che quella manche  terribile che si è giocata per tutto il Novecento, messa in moto dalla “Grande guerra”, fosse l’ultimo atto della storia. Il brusco risveglio fu determinato dal crollo del lungo, ostinato, alla fine insostenibile, esperimento di “socialismo”. Di fronte a siffatte lezioni della storia che determinano strumentali conversioni, frettolose abiure, e poca volontà di capire, viene alla mente – come antidoto morale – quello che scrisse Isaac Deutscher a proposito del presidente americano Jefferson: “fu disposto a perdonare persino il Terrore, ma si allontanò disgustato dal dispotismo militare di Napoleone e tuttavia non ebbe nulla a che fare con i cosiddetti “liberatori” dell’Europa” ( Profilo dell’ex comunista, in Eretici e rinnegati, 1955).

Ma torniamo al brusco risveglio, che è stato una lezione per tutti. Esso i ha insegnato molte cose: 1) che la partita è solo agli inizi; 2) che il modello capitalistico (in tutte le sue proteiformi manifestazioni) ha conquistato, alla fine del Novecento, la gran parte del pianeta espugnandolo e pervadendo di sé Russia e Cina; 3) che solo ora il capitalismo è davvero un sistema di dominio mondiale ma non ha di fronte che spezzoni di organizzazioni per lo più sindacali e inevitabilmente settoriali giacché il capitale è davvero “internazionalista” avendo dalla sua la cultura ed ogni possibile risorsa, mentre gli sfruttati sono “dispersi e divisi” (dalle religioni, dal razzismo istintuale etc.); 4) che, per funzionare, secondo la sua logica del sempre maggior profitto e della lotta spietata per la conquista dei mercati, il capitale ha ripristinato ormai forme di dipendenza di tipo schiavile: non solo in vaste aree dei mondi dipendenti ma creando sacche di lavoro schiavile anche all’interno delle aree più avanzate; 5) che questo fa ovviamente regredire su un piano più generale i “diritti del lavoro” conquistati, in Occidente, grazie alla novecentesca contrapposizione di sistema; 6) che, per gestire questa impressionante mescolanza tra varie forme di dipendenza incluse quelle schiavili e semi-schiavili, il contributo della grande malavita organizzata è fondamentale “.

Primo, frettolosissimo commento: “Ne vedremo delle belle!” Anzi: “Ne vedranno delle belle!”. Nella storia, infatti, non esistono sentenze definitive: esistono tempi, più o meno lunghi e modi, più o meno ragionevoli.

 

martedì 6 giugno 2023

Alla ricerca delle Figure che amiamo

 La nostra Associazione “ I POPOLARI-VENEZIA “ prosegue nel suo “bisogno” di maggior conoscenza di alcune Figure.

Prima Alcide De Gasperi, con l’uscita a Castel Tesino e la visita al piccolo, ordinato Museo a lui dedicato; poi, ad Argenta, terra di don Giovanni Minzoni, là aggredito da due squadristi fascisti nel 1923, fino a morirne. Poi, ora, la visita a Pieve di Soligo, terra di Giuseppe Toniolo, dove lui, dichiarato Beato, ora riposa, nel locale Duomo.

Il Prof. Giuseppe Toniolo, economista, nato a Treviso nel 1845, fu, dal 1879 sino alla morte, nel 1918, ordinario di Economia politica presso l’Università Statale di Pisa.

Nel 1918 don Luigi Sturzo aveva 47 anni; Alcide De Gasperi ne aveva 37, 24 Giorgio La Pira, 9 anni invece Giuseppe Lazzati. Nello stesso anno – ricordiamolo -  don Sturzo fondò a Roma il Partito Popolare.

Dunque, Giuseppe Toniolo, grande sostenitore del messaggio sociale cristiano, soprattutto a seguito dell’enciclica “Rerum novarum” di Leone XIII°, nel1891. Pio X° lo nominò Presidente dell’Unione Popolare dopo lo scioglimento dell’Opera dei Congressi; promotore, nel 1907, delle Settimane sociali. Grande assertore del fatto che l’etica deve governate l’economia ed attivo promotore del mondo cooperativo. Per l’intera sua vita Toniolo ha teorizzato e praticato una particolarissima, concreta e feconda “democrazia sociale”, aprendo, per così dire,  la strada a don Luigi Sturzo e ad Alcide De Gasperi. Un laico  assestato di santità già su questa terra.

Il Prof. Giuseppe Toniolo è stato dichiarato BEATO dal Papa Benedetto XVI°, nel 2012.

Interessante ed appassionata la presentazione che ne ha fatta il dott. Marco Zabotti, instancabile animatore di progetti e di reti locali  (curati specialmente dall’Istituto Diocesano “Beato Giuseppe Toniolo”) ed attento soprattutto al mondo giovanile ed alla gratuità del dono.

Non poteva infine mancare, in questa generosa terra trevigiana, un riconoscente e corale ricordo delle figure di due Ministri: Tina Anselmi e Francesco Fabbri, entrambi discepoli attenti del Toniolo.

Apprezzato, in particolare,  il lavoro di preparazione del nostro Socio dott. Dino Lazzarotto che ha organizzato l’istruttivo evento.

Tutto questo, letteralmente “avvolti” dall’ordinata bellezza delle vigne delle dolci colline del Prosecco, riconosciute come patrimonio dell’Unesco.

31 maggio 2023.