Allestendo in casa il Presepio, il pensiero non può non andare, oltre che alle meraviglie pittoriche e scultoree che nei secoli l’hanno rappresentato, a quello di Greccio, giusto 800 anni fa.
Greccio, definito uno
lei luoghi storici d’Italia, è in Provincia di Rieti; conta oggi circa 1.500
abitanti ed è situato, in Sabinia, a 705 m. d’altitudine. Ospitò più
volte, tra il 1223 ed il 1226, San
Francesco. Il Santuario si trova a 635 m. e il suo nucleo originario è formato
dalla cappella del Presepe, edificata nel 1228.
Sostengono alcuni (cfr. “Frontiera Rieti” del 28 ottobre
2017) che quello del presepe fu un messaggio “politico” a Papa Onorio III°, nel
senso che non serviva conquistare il Santo
Sepolcro a Gerusalemme (le Crociate) perché la nascita di Gesù poteva
essere commemorata ovunque. Chissà!
Ecco, ora, alcuni
riferimenti sull’argomento, tratti da testi che parlano di San Francesco.
Per mia utilità, in
questo tempo d’Avvento. Desidero
condividerli.
“ Era la metà di dicembre. Un ardente desiderio di celebrare
i ricordi del Natale al vivo si era impadronito di Francesco. Si confidò con un
amico, il cavaliere Giovanni da Greccio, che s’incaricò di fare i preparativi.
L’imitazione di Gesù è stata in ogni tempo il centro stesso
della vita cristiana; ma occorre essere spiritualista in modo non comune per
potersi accontentare dell’imitazione interiore. Per la maggior parte degli
uomini l’imitazione esterna deve precedere e sostenere quella interiore. E’ lo
spirito che vivifica, certo; tuttavia solamente nel paese degli angeli si può
dire che la carne non conta nulla.
Per il medioevo una festa religiosa era prima di tutto una
rappresentazione, più o meno fedele del ricordo che essa commemorava: da ciò le
statuette della Provenza, le processioni del Palmesel, i cenacoli del Giovedì
Santo, le viae crucis del Venerdì Santo, il dramma della Resurrezione il giorno
di Pasqua e le stoppie incendiate della Pentecoste.
Francesco era troppo italiano per non amare queste feste, in
cui tutto quanto si vede parla di Dio e del suo amore.
Le popolazioni dei dintorni di Greccio furono dunque
invitate, come pure i frati dei vicini monasteri. La sera della vigilia di
Natale si videro su tutti i sentieri affrettarsi i fedeli verso l’eremo, con
fiaccole in mano, facendo risuonare le foreste dei loro canti di gioia.
Tutti erano felici, e Francesco più di ogni altro; il
cavaliere aveva preparato una mangiatoia con della paglia e condotto un bue e
un asino che col loro fiato parevano voler riscaldare il povero bambino tutto
intirizzito dal freddo. Il Santo, a quella vista, sentiva lacrime di
compassione inondargli il viso; non era più a Greccio, il suo cuore era a
Betlemme.
Infine si misero a cantare il mattutino; poi cominciò la
messa in cui Francesco, fungendo da diacono, lesse il Vangelo. Il semplice
racconto della sacra leggenda, detto da una voce così dolce e ardente, già toccava i cuori; ma quando predicò, la
sua commozione prese ben presto l’uditorio. La sua voce aveva una tenerezza
inesprimibile, così che i presenti dimenticavano tutto anch’essi, per rivivere
i sentimenti dei pastori di Giudea i quali andarono un tempo ad adorare il Dio
fatto uomo, nato in una stalla “.
(tratto da PAUL
SABATIER, Vita di San Francesco d’Assisi, Mondadori, 1978, pagg.269-270).
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Partito da Venezia, dopo la Terra Santa, Francesco arrivò a
Bologna nel 1222; là predicò la pace. Poi, redatta la Regola definitiva,
promulgata da Roma, nel dicembre si avviò nella valle di Rieti. Scelse il
romitorio di Greccio, nei monti Sabini.
Il Natale si avvicinava. A Greccio Francesco si rivolse ad un
certo Giovanni, un possidente locale, incaricandolo di preparare il Presepio:
una novità per il popolo cristiano e le popolazioni umbre.
Fu preparata una stanza come fosse una stalla, con un bue, un
asinello, del fieno ed una statuetta riproducente il Bambino.
In fondo alla stanza c’era un altare dove venne detta la
messa di mezzanotte e il diacono Francesco cantò il Vangelo. Terminata la
messa, Francesco predicò. Il fieno di quel Presepio fu conservato come
reliquia; poi su quel luogo sorse una chiesa.
Francesco si trattenne a Greccio fino all’estate del 1224,
quando salì alla Verna, con fra Leone e pochi altri frati. Là fu rapito in
estasi e ricevette le stimmate.
(tratto da LUIGI
SALVATORELLI, Vita di San Francesco, ed. Einaudi, 1973, pagg. 191-194).
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Questi, nel Capitolo appena celebrato, aveva chiesto a tutti
i frati di comunicare ogni fatto che riguardasse Francesco, che essi potessero
conoscere direttamente o reperire.
Ecco dunque che i tre frati raccolsero, oltre alle loro
dirette e personali testimonianze, notizie da altri frati.
Non si accontentarono di raccontare i miracoli di Francesco,
quanto di “ mostrare alcuni aspetti salienti della sua santa vita e la
intenzione della divina volontà…”. Non una biografia “…bensì abbiamo colto, come da
un prato rigoglioso, un mazzo di fiori, quelli che ci sono parsi più belli,
senza però disporli in ordine cronologico .
(tratto da FONTI
FRANCESCANE, ed. Messaggero, Padova, 1982, pagg.533-536).
Era come se mi dicessero che il Vangelo su questa terra non
poteva essere vissuto nella sua integrità “sine glossa” come avevo sempre
ripetuto io ai miei.
Ciò mi suonava tradimento nei riguardi di Gesù e un dubitare
della sua parola.
Una volta, avvicinandosi il Natale volli ripensare proprio
alla vita di Gesù povero, povero, povero e a Greccio combinai una
rappresentazione al vivo della Grotta di Betlemme.
Vedete, dicevo a tutti, vedete che è possibile. Gesù stesso
ha vissuto così. Dio si è fatto povero, debole, piccolo e si è abbandonato in
mano alla storia, confidando solo nel Padre.
Vedete, vedete che è possibile, dacchè Dio stesso ha vissuto
così!
Ma i più ci fecero su solo del sentimentalismo e tutto
minacciava di terminare in retorica.
(tratto da CARLO CARRETTO, Io Francesco, ed. Cittadella,
Assisi, 1980, pagg. 157-158).
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“Si trovava sempre a Greccio, nella notte di Natale del 1223.
Aveva chiesto forse troppo al suo povero corpo, e troppo e troppo poco gli aveva
concesso”.
“Francesco amava Greccio. Era uno degli eremi più poveri dei
quali l’Ordine disponesse, era sereno e fuorimano, ed egli poteva disporvi di
una cella appartata costruita sulla viva roccia, che gli piaceva molto”.
“Fu probabilmente la povertà di quel luogo, più di una
qualche immaginaria somiglianza con Bethlehem, a suggerirgli di fare di Greccio
il luogo nel quale sarebbe nato quell’anno il Signore; e di poter vedere
finalmente, con i suoi occhi, quel che in Terrasanta non aveva potuto; anzi,
quel che non avrebbe veduto comunque se non con le parole del Vangelo e lo
sguardo del desiderio. Mandò a chiamare Giovanni, un laico di Greccio che amava
e con il quale aveva rapporti frequenti e molto familiari. Giovanni era, anzi,
il dominus
loci del “castello”,
cioè del villaggio fortificato di Greccio.
“Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù,
precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a
Betlemme e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è
trovato perla mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in
una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”.
“La notte della vigilia fu per Greccio una grande festa.
Arrivarono molti frati da varie parti; e dai paesi vicini convenne una gran
folla di gente d’ogni condizione portando ceri e fiaccole per illuminare la
notte e rendere onore al Bambino”.
“Si prepararono gli elementi della scena : la greppia, il
bue, l’asinello. E fu proprio sul presepio che si celebrò la messa alla quale
Francesco partecipò rivestito dei paramenti diaconali”.
“…Ed ecco Francesco assolvere con letizia e solennità
all’ufficio di diacono: canta prima con voce “forte e dolce, limpida e sonora”
il Vangelo; predica poi al popolo riunito, rievocando il Re che aveva voluto
farsi povero e indifeso, la misera
greppia, la piccola città di Bethlehem; e, tenerissimo giullare, si dà a recitare il suo amore. Pronunzia la
parola “Gesù” quasi golosamente, come se gli fosse davvero dolce al palato,
come se nel proferirla ne gustasse la dolcezza non metaforica bensì fisica. E
quando dice "Bethlehem" indugia sulle vocali e la voce gli si fa
tremula: pronuncia belando il nome della città di David, quella dov’è nato
l’Agnello di Dio che al pari del più mite tra gli animali ha offerto mansueto
il suo corpo ai carnefici “.
“…Ma qui, nella fredda notte di Greccio, un uomo ammalato,
prossimo alla morte, semicieco, invecchiato anzitempo si trovava finalmente
dinanzi al suo specchio: alla Potenza assoluta che si umilia fino a divenire la
più abbietta e totale delle povertà; e che si umilia per amore. Francesco
penetra quel mistero insondabile e ne coglie per intero l’incommensurabile
lontananza rispetto a qualunque tentativo umano
di adeguarvisi. Resta il Ponte pericoloso dell’amore, che unisce il
cielo alla terra e sul quale transitano il mistero dell’Incarnazione e il
disvelamento del senso degli affanni e delle sofferenze dell’esistere umano.
Lì, il Bene è tanto grande che ogni pena si trasforma in diletto “.
(tratto da FRANCO CARDINI, Francesco d’Assisi, ed. Mondadori,
1989, pagg. 225-230).
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Venezia, dicembre 2023.
(Ottocento anni dopo Greccio)
Renato Omacini


