lunedì 2 febbraio 2015

POPOLARI VENEZIANI MANIFESTO PER LA RIPARTENZA

Note sparse dalla realtà 

Ripartire è difficile ma, conoscendo la direzione e insieme a  buoni compagni  di viaggio, la  nostra fatica può essere più leggera.  Nel tempo in cui il lungo periodo della soggettività sembra esaurirsi, si intravvede uno spazio, non piccolo, per la cultura del popolarismo  con la quale sostituire nei comportamenti sociali e nel discorso politico “l'io con il noi”. Se perciò l'iperbole “dell'io” va a finire, è il caso di fare una serie di riflessioni e di iniziative, tendenti ad oltrepassare l'idea narcisistica della libertà  per viverla assieme  nel suo rapporto con la responsabilità dell'accoglienza e del confronto con l'altro ed il diverso. Dobbiamo avere la consapevolezza e l' urgenza di un lavoro per la promozione culturale e politica finalizzata alla realizzazione di uno spazio di confronto su temi e proposte che interessano le nostre comunità. Nel panorama socio-economico che si intravvede non esiste una vera dialettica tra idee, non esiste una dialettica tra i diversi interessi economici, non esiste una  sufficiente dialettica tra i diversi poteri politici. Nella concretezza dei fatti possiamo osservare come vi siano partiti a una sola faccia,  privi al loro interno di discussioni e ragionamenti a confronto, sindacati che blindano interessi particolari a scapito di visioni più generaliste, mondi dell'associazionismo che, nel loro operare, non si confrontano a sufficienza. Si deve, perciò, avere la convinzione che, con la perdita della dialettica, si rischia di rimanere ostaggi di conflitti ingovernabili, ma anche di non far maturare classi dirigenti capaci di idee nuove e di comportamenti avveduti e responsabili. La mancanza di dialettica e di corpi sociali sufficientemente estesi e rappresentativi, ha prodotto una classe dirigente, a tutti i livelli, il più delle volte, piena di arroganza amorale, di egoismo e “presentismo”, che governa pensando a se stessa in una corsa sregolata al guadagno e all'arricchimento rapace, che ha sfumato il senso del reato;  un ceto dirigente, questo, incapace di prendere decisioni per il bene  comune, ben lontano dalla visione generale e dall'idea di futuro e capace di governare avendo presente il senso del limite.   Conseguentemente, della politica – nella sua accezione più alta e nobile- resta molto poco in quanto, spesso, la politica rinuncia a mettere regole all'economia e al sistema sociale, confidando piuttosto in una salvifica ed illusoria autoregolamentazione degli interessi. Pertanto il contesto socio-economico nel quale operare è difficile e complicato, ma proprio per questo è importante l'impegno dei cattolici che si riconoscono nel popolarismo e nella dottrina sociale ma anche di tutti coloroche si riconoscono in questo mondo di valori civili,  ben sapendo che anche pochi passi, ma sulla strada giusta,  sono un valore aggiunto per l'intera società. Uno o più passi da farsi con riservatezza:   la riservatezza è un gesto politico forte  che presuppone una mitezza dell'agire,  un aprirsi al mondo senza preoccuparsi di sé e una leggerezza esistenziale. Il popolarismo, proprio nei momenti di massima difficoltà, ci spinge a rafforzare il legame con la nostra comunità, con il “nostro popolo di riferimento”, non per “essere più avanti” ma per stare “nel mezzo “ascoltando di questo desideri e problematiche, sapendo ricercare le giuste soluzioni in una logica di mutualità e di attenzione alla persona e specificatamente ai più deboli, nel rispetto dell'ambiente e del territorio; essendo il popolarismo moderazione ma non conservazione.   
Popolo e popolarismo
La nota formula “In nome del popolo italiano “ dà autorevolezza, solennità ed importanza a decisioni molto impegnative. E’ come se un Paese intero guardasse a quelle decisioni prese, in ultima analisi, per salvaguardarlo, rispettando e non sostituendosi alla sua “sovranità” esercitata, secondo la Costituzione, nei limiti della legge. E’ come uno scrigno il Popolo; con le vite che ci sono state, che ci sono, che ci saranno e con i loro progetti, vittorie, sconfitte, attese, il loro lavoro. Dentro vi trovi l’arte, la scienza, la tecnologia, le tradizioni e il suo modo di porsi, nel tempo, rispetto a sé e rispetto agli altri. Vi cogli il “respiro” del Popolo, quando è capace di pensare sia al “locale” che al “globale”, sia al centro che  alla periferia. Escono, da questo scrigno, le sue direttive ed aspirazioni per la pace, per il lavoro, per le libertà, per il federalismo, per la sussidiarietà, per il sano esercizio del poteri. Obiettivi e compiti permanenti affidati per delega ai suoi rappresentanti. Essi non devono stravolgere la partita: il Popolo sarà sempre per loro un fine (quello a cui spetta l’ultima parola, la sovranità appunto ed il controllo), mai un mezzo. Chiede benessere il Popolo, condivisione, trasparenza, giustizia, sicurezza, lavoro. Chiede di non essere diviso al proprio interno, segmentato, affaticato nei suoi molteplici percorsi di vita. E’ il Popolo reale che parla, che si autorappresenta nel pluralismo delle opinioni e nella libertà di esprimerle; che sorveglia il proprio permanente diritto di “chiedere conto” a chi legifera, governa od amministra in suo nome. La sua vita concreta rompe slogans e semplificazioni e trova, nel giusto mix tra tradizione ed innovazione, i modi ed i tempi per “arieggiare” la propria dimora: una sana dottrina liberale, democratica e sociale rappresentano ciò che gli serve. Lui, il Popolo, sa di essere composto da “persone” piuttosto che da “individui” e difende questa sua caratteristica contro ogni livellamento, appiattimento, massificazione od omologazione. Conosce la Storia e le difficoltà del suo progresso per la costante presenza del volto demoniaco del Potere. Non sceglie “il” Potere, ma “i” Poteri, tra loro controllati e bilanciati. Non sottovaluta la complessità dell’essere governato ed “inventa”, per questo, le mediazioni, le giunzioni, le connessioni, le stanze di compensazione: elabora la dottrina e la prassi dei cosiddetti “corpi intermedi” (partiti, sindacati, organizzazioni, associazioni, ecc.). E’ esigente verso la sua stessa maggioranza sapendo che a volte il “governo della maggioranza” non è sinonimo di democrazia sostanziale, di verità e di giustizia. Al tempo stesso è rispettoso di ogni minoranza e cerca di coglierne costantemente gli stimoli positivi. Sa scovare, il Popolo, anche i beni immateriali, per progredire, per elevarsi (la cultura, l’arte, la religiosità, ecc.). Fa molto affidamento sulla propria, diffusa formazione permanente. Il Popolo ama la piazza (l’Agorà), la luce del giorno, il confronto aperto. Odia l’ipocrisia. Disdegna il dispiegamento nel privato, nel corporativismo, nel settarismo. Il primato, secondo lui, non va né alla Politica, né all’Economia: va alla sua vita, la vita reale del Popolo che esse devono servire. Né si arrende all’idea che il governare non significhi essere, appunto, “al suo servizio” e che possa al contrario procedere con autoreferenzialità a volte cinica. Rammenta gli errori, anche tragici, compiuti, nel tempo, dai vari populismi ed opera per smascherarli, per arginarli se del caso, evidenziandone i caratteri di irresponsabilità, di finalizzazione ad un  potere senza controlli e di ipocrisia.


Questa è l’idea, pur sintetica, del nostro Popolarismo per gli Anni 2000. E’ l’idea della nostra Associazione.    

Da dove iniziare  
Nell'Associazione dei Popolari veneziani missione e formazione si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente; il volontariato poi è la risorsa più significativa per dare slancio e operatività alla stessa. Tre sono le aree su cui operare:  a) costruire strumenti per dialogare e far conoscere il valore della cultura dei Popolari      e promuovere incontri per favorire le adesioni   b) realizzare una Unità Didattica su storia, esperienze e valori del Popolarismo  c)predisporre spazi di confronto – meeting- con partiti ed associazioni su temi e problemi rilevanti  della società locale e nazionale 


Mestre 15 dicembre 2014 

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