sabato 15 dicembre 2018

LETTURE D’AUTUNNO Anniversario: Roberto Ruffilli - ( Renato Omacini )




Trent’anni fa (era il 16 aprile 1988) Roberto Ruffilli veniva assassinato da brigatisti rossi, vestiti da postini, nella sua casa di Forlì. Aveva 51 anni.
Mi piace brevemente ricordarlo (anche se qualche mese dopo), a comune beneficio.
Il Presidente Mattarella, in occasione del trentennale, si è lodevolmente recato a Forlì; la Fondazione che porta il nome di Ruffilli si è attivata ed è tuttora operativa; la rivista “Vita e Pensiero” dell’Università Cattolica gli ha dedicato una riflessione all’inizio di quest’anno. La grande stampa  e gli altri mezzi di comunicazione mi sembra si siano  invece attivati  molto poco.
Roberto Ruffilli: una vera intelligenza politica per la Democrazia Cristiana e per l’intero Paese, senatore nella IX^ legislatura (1983-87) e nella primissima parte della X^ (1987-92).
Il cuore del suo ragionamento politico-istituzionale, sorretto da lungo studio e preparazione, era il cittadino: vero e proprio “arbitro” del sistema, come lui amava definirlo.
Ma che “arbitro” può essere il cittadino se le regole del gioco sono poco chiare, o poco incisive, o addirittura disapplicate?
Ridargli centralità (anche rispetto alla manifestata crisi dei partiti, avvertiti già allora come sempre più autoreferenziali), significava metterlo in condizione di poter scegliere davvero.
Il sistema più efficace derivava, per Ruffilli, dalla legge elettorale, vero asse portante dell’intero edificio politico-istituzionale; una legge proporzionale, con doppio premio: uno alla coalizione vincente ed uno, in misura nettamente inferiore, a quella arrivata seconda. La finalità era quella che i cittadini potessero scegliere direttamente la maggioranza di governo e che si rendesse più facile l’alternanza.
Ruffilli prevedeva, inoltre, il rafforzamento del ruolo del Capo del governo (non l’elezione diretta del Capo dello Stato, allora proposta da Giuliano Amato e sostenuta dal Partito Socialista); un potenziamento delle formazioni sociali “intermedie”; una riforma del bicameralismo (salvo alcune eccezioni, i disegni di legge approvati da una Camera dovevano intendersi definitivamente approvati se entro 15 giorni l’altro ramo del Parlamento non avesse deliberato di approvarli esso stesso);un nuovo uso del referendum popolare, ecc.
Questi e molti altri principi furono da lui sostenuti, in particolare, all’interno della “Commissione-Bozzi”, che però, come sappiamo,  fallì nel suo intento. Erano gli anni del governi Craxi I° (1983-86), Craxi II° (1986-87) e Fanfani (1987) nella IX^ legislatura e del governi Goria (1987-88), De Mita (1988-89) e Andreotti (1989-91) nella X^ legislatura.

Ora siamo qui, con i cittadini che, nel dicembre 2017, non hanno approvato la proposta di riforma costituzionale sostenuta dal governo Renzi.
Si può parlare di un Ruffilli “tradito”?
Un Ruffilli non considerato, più che tradito; per almeno tre motivi di ordine generale, a mio parere.
Perché non si può non affrontare la complessità vera dei temi propri di una democrazia pluralista (e quando c’è di mezzo la Costituzione) attraverso, magari, un eccesso di semplificazioni; secondo: perché non si può andare al “muro contro muro” senza trovare, invece, su questo terreno, convincenti e meditati compromessi; terzo, perché è sbagliato illanguidire, in vari modi, diretti ed indiretti, la funzione del cittadino-arbitro.
Tutto ciò – beninteso -  senza contraddire la necessaria esigenza di cambiamento adatto agli Anni Duemila; senza cioè attestarsi su visioni immobiliste, quasi sacrali.
Ruffilli era proprio di questo parere quando parlava della Costituzione e delle leggi elettorali. Consideriamo, per memoria, quale “scempio” (e secondo quali logiche e finalità) sono state invece proposte ed adottate in questi ultimi tempi le varie leggi elettorali.

Altro che Ruffilli, o Leopoldo Elia, o altri!  Ruffilli  ci metteva del suo: quel “realismo cristiano” oggi, purtroppo, quasi assente. Molte soluzioni trovate allora penso che sarebbero tornate buone anche per l’oggi. Bastava conoscerle e volerlo!

VERBALE DELLA RIUNIONE DELL’ASSOCIAZIONE “ I POPOLARI “ - 11 DICEMBRE 2018



Sono presenti: Toffano - Bertolini - Boccotti – Busato – Borga - Celin – Cortese – Lazzarotto – Omacini – Panizzolo –  Urlando.

La riunione si apre alle ore 17,30.

TOFFANO ricorda la buona riuscita dell’incontro tenutosi a Scorzè lo scorso23 novembre, in ricordo dell’On Gagliardi.

URLANDO presenta il video della serata di Scorzè, pubblicato anche nel blog dell’associazione. Viene preso l’impegno di sistematizzare l’incontro e di pubblicarlo nel blog.
Si coglie l'occasione per ringraziare la Signora Franzin per il bel funzionamento del blog.

Si passa quindi a discutere sull’organizzazione dell’incontro previsto per il centenario del “Manifesto sturziano dei liberi e forti”.

OMACINI  presenta alcune ipotesi di lavoro. Viene scelta la data del 30 gennaio.
Si decide di prendere contatto con la associazione  Laurentianum.

TOFFANO ricorda che, a termini di statuto, sono da rinnovare le cariche sociali. 
In questi tre anni diverse sono state le iniziative intraprese, ma  forse si poteva fare di più e meglio, ciò potrebbe essere aiutato anche da un naturale ricambio delle persone.

I presenti prendono atto con riserva in seguito di valutare cosa fare.

BORGA continuando la discussione più generale, propone di meglio approfondire e conoscere la storia dei laureati cattolici dagli anni trenta  fino alla Liberazione.
La proposta viene accolta.

Si fissa il prossimo incontro associativo per giovedì 10 gennaio , alle ore 18,00, a Marghera.


Alle ore 19, 00 la seduta è tolta,  con lo scambio degli auguri di Natale in un bristrot di Marghera.

venerdì 30 novembre 2018

Vincenzo Gagliardi

In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Vincenzo Gagliardi avvenuta il 22 giugno del 1968 è stato organizzato un convegno  presso la sala del Senatore Gatto a Scorzè. Durante il convegno oltre agli interventi dei relatori è stato proiettato un video.


Video di Vincenzo Gagliardi
Per vedere il video cliccare sulla foto.

venerdì 23 novembre 2018


LETTURE  D’AUTUNNO - Benigno  Zaccagnini  - Renato  Omacini –


Oggi è il 20 di novembre: butto l’occhio per caso sul calendario e leggo: San Benigno. E’ un attimo: mi viene in mente Benigno Zaccagnini. Mi piace contribuire un po’ al suo ricordo. Ci ha lasciati da ormai 29 anni, quando ne aveva 77.
Fu partigiano nella brigata Garibaldi “Ravenna” e componente del C.N.L., come dell’Assemblea Costituente. Deputato sino al 1979 e Senatore dal 1993 al 1989; tre volte ministro (governi Segni, Tambroni, Fanfani).
All’interno della Democrazia Cristiana fu presidente del Gruppo parlamentare (1962-1968) e del Consiglio Nazionale (1969-1975). Dal 1975 al 1980 fu, per intuizione di Aldo Moro, Segretario della D.C. Nelle elezioni politiche del 1976 la D.C. ottenne il 38,7% dei voti e il P.C.I. il 34,4%.
E’ noto il suo assoluto rifiuto di trattare con le Brigate Rosse durante il rapimento di Moro: quest’esperienza lo debilitò completamente e rimase aperta in lui una ferita di estremo dolore.
L’ “ onesto Zac “, come fu chiamato, quello che prese in mano la D.C. dopo la sconfitta sul divorzio (1974) e quella alle amministrative (1975).
In lui – tutti lo riconoscono – l’impegno politico derivò direttamente dalla sua fede. Parlò con Enrico Berlinguer di questione morale e alla conclusione della prima Festa nazionale  dell’Amicizia, a Palmanova, disse: “Il fiore è di nuovo bianco!”. Né polo moderato, né comitato d’affari del capitalismo: così Zaccagnini  (sono espressioni sue) pensava la D.C.
Nel 1963, rivolgendosi alla Camera a Togliatti, profetizzò la caduta del Muro di Berlino; cosa che sarebbe realmente accaduta 26 anni dopo, quattro giorni dopo la sua morte.
Le ulteriori vicende sono note: la nascita del Partito Popolare (1994), la Margherita (2002), la Federazione dell’Ulivo (2005-2008), il Partito Democratico (2007). Cosa avrebbe fatto e detto Benigno Zaccagnini?


Venezia, 20 novembre 2018.

lunedì 5 novembre 2018

Tina Anselmi: lei c’era ! - Renato Omacini




Carissimi/me dell’Associazione,
ecco, di seguito, due righe che ho dedicate all’On. Tina Anselmi, a due anni dalla sua scomparsa. Ci saranno, certo, voci più autorevoli e qualificate della mia: ad esse questa umilmente si aggiunge.
Rammentiamo tutti  il ricordo che ne ha tracciato la brava Anna Maria Miraglia.

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Il 2 novembre ricorrono  due anni dalla scomparsa di Tina Anselmi; aveva 89 anni.
Desidero anch'io, nel mio piccolo, contribuire al suo ricordo, assieme ad altre ben più autorevoli e qualificate testimonianze che non mancheranno di certo.
Tina Anselmi “ c’era ! “: dove “ era “ ? Era a Bassano del Grappa, dove studiava, il 26 settembre 1944; aveva compiuto 17 anni. Lei ed altre studentesse vennero costrette a presenziare all'impiccagione, da parte dei tedeschi, di 31 prigionieri per rappresaglia (uno per albero).
Credo sia importante partire da questo “ essere-presente “ (quella volta involontariamente, anzi, con violenza) ai fatti della vita.
Da là derivò, come sappiamo, la sua adesione coraggiosa e fattiva alla Resistenza (“Gabriella” era il suo nome di battaglia nella Brigata Cesare Battisti).
Ma da là – e dalla formazione ricevuta in famiglia e nella scuola – derivò il suo universo valoriale ed il suo immenso amore per la libertà.
Derivò anche la tenacia: puntigliosa, innovativa ed intelligente. Si pensi alla “nuova” legislazione sul lavoro e sulla sanità che porta la sua firma quand'era ministra, dal 1976 al 1979, nei governi Andreotti.
La quotidiana modestia e disponibilità, invece, non la derivò: le appartenevano di natura; la conservò sino all'ultimo in fedeltà.
Pagò anche di persona: subì un attentato in casa dopo che, con la Legge 833/1978 sul sistema sanitario nazionale, decise il ritiro dal mercato di migliaia di farmaci che una commissione tecnica aveva giudicati inutili. Coincidenza?
Cosa direbbe Tina Anselmi se fosse oggi viva? Azzardo, con immenso rispetto, una immagine: la vedo correre in bicicletta, inesausta, da paese a paese, gridando con un megafono: “Attenti: la libertà è costata sangue, fatiche, paure, dolore; è fragile: si può perdere, magari un pò ogni giorno. Vigilate! Anzi: vigiliamo! “.
Grazie.

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Credo che noi cristiani che amiamo la politica  siamo, mediamente,  ben lontani dal coraggio che Lei (ed altri) hanno avuto.
Non è però la storia di don Abbondio (…se uno il coraggio non ce l’ha…!) : è un fatto culturale, assiologico e politico assieme. Non penso neppure lontanamente alla tradizione italiana del “gattopardismo”, così vistosamente riaffiorante altrove.
Certo è che lo scenario internazionale (con Trump in testa che, di fatto, rilancia la corsa agli armamenti ,oltre che  contribuire ad accelerare la distruzione del pianeta), quello europeo (con la sua mediocrità) e quello nazionale (con l’esaltazione progressiva e  sempre meno strisciante dell’ ”uomo solo al comando!”, con la denigrazione di ogni  legittima opposizione e critica, con una stampa che si vorrebbe, di fatto, asservita, ecc.),  non promettono niente di buono.
 Ci  interpellano molto forte, come cattolici democratici.


Novembre 2018.

venerdì 26 ottobre 2018

LETTURE D’AUTUNNO - Le risposte di Stephen Hawking - Renato Omacini



Dal prossimo 16 novembre sarà in libreria l’autobiografia di Stephen Hawking ,il famoso astrofisico morto nel marzo scorso, a 76 anni. Il titolo è: “ Le  mie  risposte  alle  grandi  domande “, edito da Rizzoli.
Il “ Corriere della Sera “ del 14 ottobre ne ha proposto in anticipo alcuni brani; seleziono di seguito tre passaggi che mi hanno colpito.
Il primo, quando Hawking dice di augurarsi che i governanti  “…si dimostrino all’altezza della sfida posta dagli obiettivi di uno sviluppo sostenibile, e che agiscano non per il loro interesse, ma per il bene comune “.
Il secondo passaggio: “ Grazie al mio lavoro, ho avuto l’enorme privilegio di contribuire alla comprensione dell’universo. Ma l’universo sarebbe vuoto se non fosse per le persone che amo e che mi amano: senza di loro, ai miei occhi tutta la sua meraviglia perderebbe di significato “.
Ed ancora: “ Lottiamo perché ogni donna ed ogni uomo possano vivere delle vite sane e sicure, piene di opportunità e di amore “.
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Si torna, anche per questa via,  al grande tema di sempre: quello dell’amore; se queste cose le dico io, semplice uomo della strada, hanno pochissimo valore, ma se le dice uno come Hawking, c’è proprio da riflettere!
Mi chiedo spesso se e come questa grande forza (l’Amore) possa entrare anche nella Politica, plasmandola almeno un po’ di sé. Ci credo, nonostante ciò che vedo e che sento.

 Oggi infatti  (ma la cosa è iniziata, in epoca recente,  col berlusconismo, basta ricordare “ i C(K)omunisti ! “ ) c’è disprezzo nella politica, risentimento, ricusazione, chiusura, in qualche caso vero e proprio odio, combustibile infuocato nel sociale.
Dobbiamo credere, comunque, in una possibilità positiva  perché in passato, per esempio, ciò è stato possibile, a cura di alcuni famosi protagonisti, intelligenti e generosi, in Italia e fuori.
 Il guaio è che tutto questo viene liquidato spesso come utopia, irrealismo, buonismo, moralismo, ecc. Ma perché avviene questo? Ci domandiamo se è giusto?
Una buona politica richiede certo, come sappiamo,  grandi sacrifici, forte intelletto, coraggio ed acuto senso di solidarietà; richiede anche  disinteresse personale ed apertura alla possibilità addirittura, in qualche caso, del disprezzo  altrui.
Ma queste “ virtù ” politiche possono essere pertugi da cui può entrare – senza vergognarsi del termine – l’amore: sarebbe una vera “ rivoluzione ”, in grado almeno di tentare di arginare questa oggettiva deriva (praticata, con diversa intensità, da pressochè tutti i partiti politici), da cui, altrimenti, resteremo schiacciati.
 In fondo, a pensarci bene, si tratterebbe di civiltà: la famosa “Civiltà dell’Amore” di cui ha parlato San Paolo VI°.
Che ne pensate amiche ed amici dell’Associazione?


Venezia, 16 ottobre 2018.

mercoledì 10 ottobre 2018


LETTURE  D’AUTUNNO -  Intervista  a  Richard  Sennett

Richard Sennett è un sociologo oggi molto influente nel mondo. Ecco, di seguito, per l’utilità comune,  l’intervista che ha rilasciato per “L’Espresso” del 7 ottobre 2018. Per ragioni di spazio, ne riproduco solo una parte.

Nei decenni dominati dal pensiero e da politiche socialdemocratiche abbiamo creduto che il capitalismo fosse legato al progresso, al benessere, alle regole condivise anche tra gli avversari. Oggi il benessere viene meno, idem il progresso e le regole non sono condivise. Cosa è successo al capitalismo?

Sono questioni diverse. Alcune riguardano la redistribuzione del reddito. Ma a me interessa il tema strutturale: l’automazione e le sue conseguenze sulla forza lavoro. Parto da una constatazione elementare: la sostituzione dell’uomo con le macchine, una volta, era un processo parziale. E sa perché? Perché spesso il lavoro umano costava meno dell’acquisto di una macchina. Oggi, costruire una macchina che funziona a base di un algoritmo costa meno che impiegare un uomo o una donna. Abbiamo a che fare con macchine che non sono più replicanti delle nostre funzioni, ma sono molto più potenti della nostra mente. E’ un cambiamento radicale che non riguarda più solo il lavoro manuale, ma pure quello dei colletti bianchi. La loro percentuale scenderà del venti per cento. Ci sono politici che parlano della minaccia che gli immigrati rappresentano  per chi ha un lavoro, ma quella presunta minaccia è poco o niente rispetto alla minaccia costituita dalle “macchine immigrate”.

Sta dicendo che la classe media non ha futuro?

Ci sarà un futuro, ma differente. Niente più carriera intesa come lavoro stabile a tempo pieno. La sfida è quindi ridefinire il lavoro e la borghesia. La borghesia era un elemento di stabilità, ma non è più così. I miei studenti, una volta laureati, non hanno davanti una carriera e non l’avrebbero avuta neanche in un’ipotetica società socialista e non più capitalista. Certo, non possiamo abolire le macchine. Ma dobbiamo ripensare tutto, introdurre quello che io chiamo “job sharing”, la condivisione dei posti di lavoro; ridefinire il welfare in modo che la gente abbia reddito e diritti sociali anche quando non lavora; riflettere su un concetto come introito base. I soldi per farlo ci sono, perfino in Italia.
 
Il reddito di cittadinanza, come vogliono i Cinque Stelle?

E’ un’idea non nuova e che trae le sue origini nel pensiero di Rudi Supek (sociologo jugoslavo, legato a Praxis, una rivista e un gruppo di studiosi marxisti eterodossi negli anni Sessanta e Settanta, ndr). Però non lo si può introdurre aumentando il debito pubblico. Si tratta invece di riconfigurare il capitalismo e il suo sistema di lavoro. Comunque è interessante il modello delle piccole-medie aziende dell’Italia del Nord: dette familiari, dove i posti di lavoro sono in pratica condivisi, così come viene erogato un reddito nei periodi in cui non c’è lavoro. Il problema è che non si sa come applicare un simile modello alle grandi aziende, alle multinazionali. Ecco perché dico che dobbiamo ripensare tutto alla luce dell’automazione.

Nel resto dell’intervista Richard Sennett parla della finanza virtuale, della xenofobia, delle nuove città. In conclusione, il sociologo pensa che occorra stare nel presente pensando al futuro ed aggiunge: “ …non mi aspetto niente dai politici. E’ la società civile, la sfera pubblica di cui parlava Hannah  Arendt, la mia speranza “.

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Due parole, ora, di breve commento, per il comune confronto.

Parto da un esempio: c’è allarme in questi giorni in Italia per la mancanza di 20.000 medici. Semplice, ancorchè grave:  non c’è stata programmazione e, come purtroppo spesso ci capita, ci troviamo impreparati. Non vorrei che succedesse la stessa cosa (essere, cioè, impreparati) di fronte ad un fatto ben più vasto, complesso e d’ordine mondiale: l’automazione. Un fatto che coinvolge principalmente il lavoro umano (quantità, qualità, modalità, riconoscimento, ecc.).

Anche come cristiani che amano la politica dovremmo tradurre, là dove operiamo, le ottime ed aggiornate riflessioni in proposito della dottrina sociale della chiesa in progetti, sperimentazioni e fatti concreti, partendo “dal basso” e “dal piccolo”, prima che sia troppo tardi.

Certo è  – e considero con piacere che sono sempre di più ed autorevoli quelli che lo sostengono – che con “questa” forma di turbocapitalismo (e di connesso modello di “sviluppo”) ci stiamo scavando la fossa sotto i piedi. Ne sono sicuro: se non si cambia, è solo questione di tempo.  “Questo” capitalismo è infatti stratosfericamente distante da quel capitalismo illuminato e temperato, portatore, ieri, di benessere vero e diffuso. Mi pare  peraltro molto improbabile, per come stanno le cose, che esso abbia le energie, la “visione”, l’interesse (e la voglia)  per autoriformarsi da solo. Ecco la società civile, ecco la Arendt di cui parla anche Sennet;  ma la politica, io credo,  non può restarne fuori: potrebbe, nel tempo, subire dei terremoti!

Venezia, ottobre 2018.                                                                                  Renato  Omacini

sabato 6 ottobre 2018

LETTURE D’AUTUNNO - Renato Omacini

Roberto Rossini, Presidente delle ACLI, ricorda, su “Avvenire” del 5 ottobre 2018, la figura di Achille Grandi. Ne trascrivo il breve testo:

“ Se la nostra Repubblica è democratica e fondata sul lavoro, lo dobbiamo anche ad un cattolico che ha attraversato mezzo secolo di storia del nostro Paese. Achille Grandi. La sua è una biografia che per un politico potrebbe rappresentare la norma, ma anche per un politico di oggi suona invece piuttosto atipica. Achille, in rapida successione cronologica, è stato: segretario dell’Unione Popolare fra i Cattolici d’Italia; vicepresidente del Sindacato Italiano Tessile; segretario della (mitica) Cil, la Confederazione italiana dei lavoratori sciolta dalla violenza fascista; fondatore del Partito Popolare di don Sturzo e poi deputato Popolare; dopo la guerra, consigliere nella stesura del Patto di Roma per la costituzione del sindacato unitario; fondatore delle Acli e poi ancora deputato e vicepresidente all’Assemblea Costituente per la Dc.

Tra tutte queste esperienze si è anche formato, studiando e lavorando. Insomma: studio, lavoro, attività sindacale e parlamentare: un uomo pienamente politico. La politica non sarà una professione, è vero ed è anche giusto, ma certamente non può essere un’improvvisazione.

Tutto ciò per ricordare che i grandi cambiamenti politici nascono per una serie di ragioni storiche, ma anche grazie all’incubazione di una classe dirigente preparata, sensibile, motivata. Achille Grandi ne è la dimostrazione vivente, lui ed altri ancora hanno animato una stagione di cattolici che hanno risposto alla domanda posta dai grandi mutamenti storici di quell’epoca, anzitutto per resistere alla barbarie nazi-fascista e poi per mediare tra forze ideali e programmatiche.

E oggi? Come  cattolici siamo ancora in grado di rispondere al cambio d’epoca?

Forse ora come allora dovremmo porci la questione se, oltre a resistere a certe forme di indebolimento della democrazia, è possibile incubare una nuova classe dirigente politica.

Sarebbe un gesto utile e perfettamente “a tempo”. Incubare la classe dirigente, a partire dalle parrocchie, dalle comunità e dai Comuni, dà finalmente segno di un’inversione di tendenza: dopo anni passati a parlar male della politica, a creare sensi di colpa in chi si occupa di politica, ecco una nuova lettura, affermando la bellezza e la grandezza di un impegno politico. Incubare classe dirigente è scommettere sul futuro, investendo sui giovani. Si tratterebbe proprio di coinvolgere i
giovani, in particolare i giovani amministratori che già oggi governano la cosa pubblica, i giovani impegnati nel sindacato e nell’associazionismo.
Investire nei giovani in politica è rispondere con intelligenza alla fase politica che stiamo vivendo. Come cattolici siamo stati capaci di porre – a suo tempo – una Questione Sociale, poi una Questione Antropologica: forse oggi possiamo porre con forza l’esistenza di una Questione Politica , cioè la necessità di elaborare un pensiero lungo , una visione sostenibile di futuro, possibile attraverso la formazione. Investire in questo significa dare risposta attraverso un metodo, che di fatto è come una risposta indiretta: ma oggi il metodo conta tanto quanto alcune resistenze dirette. Dichiarare l’esistenza di una Questione politica significa riconoscere che i tempi sono cambiati e che occorre capir  bene (con competenza) quali sono le azioni da porre in atto, con metodo e pur con tanta speranza…

Credo che siano proprio queste le virtù che hanno ispirato Achille Grandi, di cui ricordiamo la scomparsa, avvenuta in questi giorni, oltre sessant’anni fa, e l’attualità dell’azione. Metodo e speranza: è così che poi le cose accadono “.

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Ecco una parola, che mi pare del tutto condivisibile, adatta anche per la nostra Associazione. Occorre, come ci siamo ripetuti, fare rete; ma è bene farlo, se possibile, partendo da una nostra “Piattaforma” aperta. Da alcuni “moduli”, per esempio, che potrebbero far parte di un più organico intervento di formazione politica, nel cosiddetto “cambio d’epoca”.

Potremmo anche rivolgersi a Parroci, a Presidenti di Associazioni, a Capigruppo di alcuni Consigli comunali che conosciamo, ad alcuni catechisti/te e/o insegnanti che ugualmente conosciamo, ecc. per aver da loro –previo consenso degli eventuali indicati/te – alcune segnalazioni di giovani cattolici  impegnati/te, che potrebbero essere interessati/te  ad una formazione più strutturata e profonda che li aiuti ad elaborare,   con loro protagonisti , un “pensiero più lungo”. Magari invitandoli prima ad alcuni incontri di sensibilizzazione alla politica, facendone emergere la necessità, ma anche, come ancora dice Rossini, la “bellezza e la grandezza”.

Per parte nostra, potremmo, nella nostra “Galleria”, prevedere un approfondimento della figura di Achille Grandi.

Venezia, ottobre 2018.

 

mercoledì 26 settembre 2018

VERBALE DELLA RIUNIONE DELL’ASSOCIAZIONE “ I POPOLARI VENEZIA “ DEL 20.09.2018

La riunione si apre alle ore 17,45.

Sono presenti: Toffano, Bertolini, Boccotti, Busato,  Capogrosso, Celin,  Cortese,  Franzin, Lazzarotto,  Malagutti, Miraglia,  Omacini,  Panizzolo,  Saccon,  Ursella.

 

 TOFFANO dà il benvenuto per questa riunione, la prima dopo la pausa estiva; ricapitola per sintesi  i contenuti degli ultimi lavori. Rammenta l’opportunità di ricordare l’on. Vincenzo Gagliardi (sarà possibile farlo, come Associazione, a Scorzè).

Fa inoltre presente la necessità di concretezza e di incisività sul presente, per quanto possibile, dell’Associazione: è giusto che noi approfondiamo la conoscenza dei nostri “padri fondatori”, ma se succede quel che succede, dobbiamo pensare e possibilmente agire di più sul presente.



MIRAGLIA pensa che la gente, in questi frangenti, sia dispersa: il dominio dei social non aiuta, anzi spesso è dannoso. E’ necessario che come Associazione si faccia rete con altri Gruppi vicini, nel sentire, a noi.



MALAGUTTI concorda nel ritenere che l’Associazione debba fare uno sforzo per aprirsi e farsi conoscere di più all’esterno; accenna, in proposito, alle iniziative di “Mestre Solidale” che è un gruppo di 58 Associazioni varie, coordinate dal Comune di Venezia,  beneficianti di uno spazio pubblico comune, a Mestre. Sarebbe possibile, individuando le forme più opportune e restando su temi concreti e di “buon senso”, cercare di avere con loro dei contatti.

 OMACINI  comprende il senso delle parole del Presidente quando ha accennato, come esempio, a La Pira, ma tende a rovesciare la sua impostazione: succede quel che succede, a suo avviso, proprio perché la “lezione” dei nostri Fondatori rimane spesso solo bella teoria e stentiamo a trarre le  concrete conseguenze pratiche, per l’oggi, dei loro insegnamenti.

 Da qui la secolarizzazione, di cui abbiamo parlato come Associazione e che ci coinvolge un po’ tutti, non dovendo fermarci solo a considerare i suoi aspetti più eclatanti, ma cercando di coglierne la pervasività nel quotidiano e magari anche su di noi.

Quanto ad impegni per il prossimo Programma associativo, fa presente che il prossimo anno ricorrono due date importanti: il 19 gennaio sono

100 anni dalla proclamazione del “Liberi e Forti” di don Luigi Sturzo e l’8 agosto ricorrono i 60 anni dalla sua morte; crede che sia da proporre, al riguardo, qualche iniziativa.

Da ultimo, invita le Amiche e gli Amici dell’Associazione a sforzarsi di mantenersi sempre sul terreno della cultura politica, senza deragliare.

 
BUSATTO condivide le considerazioni di Omacini ed insiste, però, sulla necessità di farsi carico delle urgenze dell’oggi. Invita a svolgere un’azione formativa all’esterno, anche a mezzo di incontri a tema.

 
LAZZAROTTO informa di alcune iniziative promosse  dalla Pastorale diocesana del Lavoro. Concorda con la necessità di “uscire” e propone il riferimento anche ai vari Lions.

 
CORTESE concorda con l’idea di considerare il prossimo anno la figura di don Sturzo, di grande attualità. E’ necessario che, come Associazione, si richiamino sempre i “fondamentali” del nostro esserci: occorre contribuire a costruire politiche avvertite della complessità, specie oggi in cui, a suo dire, manca un disegno strategico sul e per il Paese. Buona l’idea di “Mestre Solidale”: occorre però – e non è facile – trovare il modo giusto per proporci.

 
BOCCOTTI esprime l’idea che sia più urgente intervenire sul piano culturale piuttosto che su quello politico. Tutto è cambiato dopo l’uccisione di Aldo Moro! Propone di considerare la stesura di un “Manifesto” di cristiani impegnati in politica, anche come base per andare ad incontrarci con altri mondi.

 
CELIN condivide la necessità di  “aprirsi” : per farlo, sarebbe opportuno, a suo avviso, predisporre delle nostre “Schede” sui vari argomenti, utili come tracce condivise. Si potrebbe pensare anche ad una Rubrica mensile ospitata, se possibile, sulla stampa locale. Andrebbe anche utilizzato il web per nostri commenti politici su quel che accade.

 

MALAGUTTI   dovremmo far circolare di più le nostre idee, utilizzando tutti i media; su ogni singolo argomento, dovremmo decidere una “risposta” nostra, come Associazione.

 
CORTESE dà informazioni su due iniziative: la prima a Roncade, il 22 settembre,  in cui  sarà presentato un libro che parla della D.C. da Moro a Martinazzoli; il secondo a Venezia, presso la Fondazione Querini, il, prossimo 20 ottobre, in cui Michelangelo Boldrin tratterà della globalizzazione.

 
TOFFANO  richiama la necessità, per fini pratici, di concentrarsi su due-tre iniziative: va bene per Sturzo; va bene per l’on. Gagliardi; va bene per la bozza di “Manifesto”.

Ritiene che dovremmo mettere di più a disposizione i nostri sapèri e richiama, col punto di domanda, l’idea di una possibile Scuola di formazione politica.

 

Si fissa il prossimo incontro associativo per mercoledì 10 ottobre, alle ore 17,30, a Marghera.

 

Alle ore 19, 30 la seduta è tolta.

Spunto di riflessione di Renato Omacini


 
Faccio eccezione questa volta, care Amiche ed Amici dell’Associazione, non proponendo, come al solito, delle letture; desidero invece farvi pervenire il seguente piccolo spunto di riflessione.

Il prossimo 19 gennaio ricorrono i 100 anni dalla presentazione del Proclama “Liberi e forti” di don Luigi Sturzo a cui, come Associazione “I Popolari”, ci richiamiamo; l’8 agosto, poi, si ricorderanno i 60 anni dalla sua morte, avvenuta a Roma, all’età di 87 anni.

Federico Chabot ne ha parlato come del più grande politico del Novecento italiano e Dario Antisteri in un suo libro ha scritto tra l’altro: “… Io non mi capacito di come, quando la sinistra ha innalzato Gramsci a più grande intellettuale del secolo, i cattolici non gli abbiano contrapposto un uomo come Sturzo “.

Vorrei che il prossimo anno dedicassimo un po’ di spazio, come Associazione, a Sturzo; vorrei anche che le “lezioni” che noi giustamente ripercorriamo incidessero di più,  concretamente ed opportunamente aggiornate, sul nostro impegno di cultura politica per quest’oggi tormentato e sui nostri utili confronti.

A volte penso che, paradossalmente, proprio la loro “concretezza” ci faccia paura: è come se spesso noi cristiani che amiamo la politica, avessimo delle riserve mentali del tipo: “… sì, belle parole e stupendi insegnamenti, ma la politica è un’altra cosa!”.

Ma proprio qui, secondo me, sta il punto: perché è diventata “un’altra cosa”? E perché anche una gran  parte di noi cristiani – me per primo – è diventata “un’altra cosa”? E noi abbiamo delle responsabilità “storiche”, pur nel nostro piccolo,  in tutto questo?

Forse abbiamo una tremenda paura di “perdere”: capisco che si sta in politica per “vincere”, ma mi rendo anche conto – data la natura del messaggio di fondo che noi dovremmo contribuire a promuovere in questa società secolarizzata -  che siamo e saremo spesso controcorrente e perciò, con ogni probabilità, anche a volte soli. Da qui,  credo, alcune nostre paure!
Capisco, nel contempo (e vale molto per me!) che dovremmo cercare di essere più tolleranti verso noi stessi e verso gli altri; a volte, forse, meno inconsapevolmente settari;  comprendo anche che sin qui abbiamo realisticamente operato con i poveri mezzi a disposizione  che, meritoriamente, di volta in volta abbiamo attivati.

Ma mi rendo anche conto (ditemi, per piacere, se e dove sbaglio) che la nostra testimonianza di cristiani che amano la politica è spesso troppo debole; ciò deriva, a mio parere, da una nostra sottovalutazione delle immense potenzialità, ricchezze (ed anche, certo,  difficoltà) rispetto alle tre virtù teologali: fede, speranza, carità. Lo dico laicamente, sperando di essere compreso.
Anche nel far politica, e nel parlarne tra di noi e con gli altri, corriamo il rischio di dissociare la nostra vita materiale da quella spirituale (una specie di separati in casa!). Un conto è, come sappiamo, il sano realismo, altro conto sono le corrette mediazioni, altra cosa ancora è, però,  il dovere della nostra coerenza, alimentata per l’appunto, da una visione non materialistica della vita e della storia. Quante implicazioni operative possibili!

Ben venga dunque, care Amiche cari Amici, ripercorre con intelligenza la “vicenda” di don Luigi Sturzo e ben vengano, però, le indicazioni pratiche che ne sapremo dedurre, singolarmente e come gruppo,  applicandole  coerentemente nella concretezza.

 

Venezia, 21 settembre 2018.

lunedì 3 settembre 2018

LETTURE D’ESTATE

 Il “ Corriere della Sera  “ del 30 agosto 2018 ha pubblicato un’intervista a Ciriaco De Mita, Presidente del Consiglio negli anni 1988-89, Presidente e Segretario della D.C. (1982-89), tre volte ministro negli anni Settanta.
Si tratta di un percorso breve di domande e risposte, tutte lucidissime, partendo dal dato che lui non si ricandida, a 90 anni suonati, a sindaco di Nusco. L’intero ragionamento sottolinea il primato del pensiero: “ …prima si pensa e poi si agisce…senza un pensiero forte, l’azione sarà vacua, debole, a volte nulla “.
Il M5S è stato salutare, secondo l’intervistato, finchè non è arrivato al governo. La Lega “…ha un leader che si pone come un messia, che però non ha dietro alcun vangelo “. In comune le due formazioni non hanno, secondo De Mita, pensiero, né possono allearsi perché “…gli uni spopolano là dove si chiede aiuto, gli altri dove vince lo status quo “.
Grande preoccupazione per le forze storiche del Paese in cui “non si produce pensiero “. Guardando in particolare al Partito Democratico, dice il Presidente, che è oggi “come Garibaldi in Sicilia” che quando gli dissero di ritirarsi rispose: “ Sì, ma dove? “.
Non manca De Mita di citare Moro: “ Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere “.
Da ultimo, la volontà di essere sepolto con un biglietto in cui c’è scritto: “ Sono democristiano “.
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Ecco, in poche battute, un’istantanea sul Paese di oggi, un  Paese sballottato, a mio avviso, tra pulsioni, inconcludenza, cinismo ed omissioni politiche. I diversi riferimenti non sono difficili.
Resta la domanda più volte espressa: perché si pensa così poco? A chi giova tutto questo? Certo che c’è a chi giova! Quali i  possibili rimedi?  Vogliamo porre questo tema (ed i suoi possibili esiti) al centro di una discussione sulle culture politiche? Di quella dei “Popolari” in particolare, tenuto conto che i padri nobili del Popolarismo sostenevano sempre la loro azione con un retrostante robusto pensiero. Diceva Kurt Lewin, tedesco, pioniere della psicologia sociale: “ la miglior prassi è una buona teoria “. E le teorie sono frutto di pensiero.


Venezia, 30 agosto 2018                                                                                          Renato  Omacini

domenica 24 giugno 2018

LETTURE D’ESTATE - Renato Omacini


A molti non sarà sfuggito l’articolo che Ezio Mauro ha scritto su “ la Repubblica “ del 20 giugno 2018, col titolo : “ Il ministro e la tribù “. Lo riporto di seguito, per l’utilità comune.
“ Li  sta saggiando ad uno ad uno. Li tocca, li scuote, li prova. Interpretando il suo ruolo di ministro degli Interni come quello del Grande Guardiano, li ispeziona ogni giorno, indicando alla parte della popolazione più sensibile al tema della sicurezza il perimetro della sua stessa inquietudine, incentrandolo su figure precise che anima personalmente evocandole ad una ad una dal fondo del paesaggio nazionale, coma la minaccia incombente sull’estate italiana del 2018: lo straniero, il migrante, il clandestino e –da ultimo- il rom.
Schierarli insieme significa creare una mappa ideologica ed in buona parte artificiale dell’ansia italiana, metterla a fuoco in tutti i telegiornali, renderla canonica ed istituzionale con la benedizione del governo, coma se il Paese vivesse dentro una permanente emergenza nazionale. Per poi ingigantire l’opera meritoria del ministro di polizia che non ha ancora discusso una vera misura sull’immigrazione con l’Unione Europea, con la Libia o la Tunisia, con glia altri Paesi del Mediterraneo, ma ha chiuso porti alle navi Ong e annunciato censimenti dei rom, pronunciando slogan in favore di telecamera mentre trasformava l’emigrante e lo zingaro nei nuovi nemici degli italiani.
Gran parte della scommessa –oggi in crisi- della rappresentanza si gioca nella partita tra sicurezza e diritti. Una volta si diceva tra sicurezza e libertà, ma quando il sentimento della sicurezza si riduce, entra in crisi la percezione stessa degli spazi privati di libertà. Quanto ai diritti, purtroppo, oggi abbiamo smarrito la coscienza che fanno crescere la cifra complessiva della qualità del nostro sistema di vita, e siamo disposti a comprimerli, a vederli ridursi, in cambio di quote di sicurezza: dalle quali vorremmo in realtà la restituzione di un mondo solido e forte, che l’onda globale della mondializzazione prima e la crisi più lunga del secolo dopo hanno frantumato per sempre.
Alzare lo sguardo su questo universo nuovo, per puntare il dito contro lo zingaro è quasi incredibile. Non lo è più se il rom si collega al clandestino, al migrante raccolto in mare, allo straniero. Scopriamo che c’è del metodo in questa teoria: prima l’individuazione mediatica di una minoranza, poi la sua trasformazione politica in devianza, quindi l’indicazione polemica delle sue condizioni come un privilegio, quindi la promessa ideologica di misure discriminatorie che metteranno fine a questi presunti abusi, col sottinteso che vengono praticati (“la crociera”, “la pacchia”) a danno degli italiani.
In questo modo il governo non solo si allontana dai principi fondamentali della cultura liberal-democratica che hanno sempre funzionato da punto di riferimento per il sistema politico italiano nel Dopoguerra. Ma soprattutto arriva consapevolmente a sfiorare l’interdetto di alcuni tabù della democrazia occidentale nati addirittura dalla civiltà giudaico-cristiana: non dare soccorso nei nostri porti agli uomini raccolti nel Mediterraneo è infatti un modo di ammiccare, senza dirlo, a chi pensa che non bisogna raccogliere più nessuno in mare, basta, siamo forse noi i custodi dei nostri fratelli?
C’è poi l’abuso costante dell’ignoranza della storia. Bisognerà pure rileggersi di che cosa la colta e nobile Europa è stata burocraticamente capace nel pieno della sua prima modernità novecentesca nei confronti degli ebrei, e ben prima della soluzione finale. Si inizia con gli stereotipi negativi, i pregiudizi, che producono esclusione simbolica, seguono i comportamenti che provocano esclusione sociale, si aggiungono le misure che realizzano esclusione discriminatoria. Pierre-André Taguieff lo spiega bene, ricorda la tecnica della differenziazione, la compressione crescente dei diritti e la progressiva riduzione dello spazio di cittadinanza. La strumentazione ottusa di queste azioni è esattamente la ricognizione censuaria, la “lista”, perché sulla distinzione tra la popolazione legittima e gli “altri” si basa l’intento della salvaguardia del “noi”, della purificazione.
Dunque la neutralità burocratica e l’innocenza tecnica del “censimento” sono in realtà gli strumenti apparentemente neutri di un’operazione politica di delegittimazione, discriminazione ed emarginazione che la storia ha conosciuto. Tecniche amministrative al servizio di pratiche di governo ideologiche per cercare, stanare, registrare, additare, distinguere, e soprattutto separare persone. E’ il timore fobico di sempre che ritorna: l’ansia malata del “passeggero clandestino”, dell’infiltrato estraneo e parassita nell’organismo nazionale puro ed incontaminato, da preservare nelle sue sostanze primitive, anzi originarie, meglio germinali, la pelle bianca e il sangue, origine dei miti della specie e della razza.
Ovviamente non è nemmeno il caso di dire che i contesti sono diversi, i personaggi fortunatamente sproporzionati, uguale soltanto il silenzio degli intellettuali. Ma il grumo ideologico, nel suo piccolo, è intatto, quando trasforma il migrante o lo zingaro in colpevole davanti al tribunale del popolo, inventa il peccato d’origine e ricorre, coma Mario Calabresi ha ricordato qui, al meccanismo tribale del capro espiatorio: nel quale non a caso non sono i cittadini a decidere ma è la folla, che dopo la crisi ritroverà la sua unità attraverso il sacrificio caricando sul capro espiatorio tutte le colpe di tutti, ed espellendolo dalla comunità. Una comunità ridotta a tribù indigena, come una riserva indiana. Ecco cosa rischiamo di diventare”.
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Non c’è molto da aggiungere, purtroppo: sembra già impossibile che si sia arrivati a dover fare queste considerazioni. Avendo studiato un po’ di filosofia e di storia  - mi scuso per l’autocitazione , ma è la verità -  avevo previsto tutto ciò, con preoccupazione crescente, già alcuni anni fa. E si sta realizzando in Italia, in buona parte dell’Europa e nell’America di Trump.

Mi ha colpito il punto in cui Mauro , nel suo articolo, registra il silenzio degli intellettuali, oggi come allora; si direbbe oggi più gravemente di allora, avendo conosciuto i fatti e le derive passati. Ma alcuni intellettuali, in verità, hanno saggiamente parlato specie in questi anni e parlano tuttora: o sono ignorati (l’ignoranza diffusa sta avvolgendo come un polipo le sorti comuni), o non sono ascoltati perché “disfunzionali”.
C’è una connessione in tutto ciò con “questo” modello occidentale di sviluppo? Certo che c’è e grande come una casa! Per quanto ancora si tenterà di nascondere la cenere sotto il tappeto?
Questa frana rovinosa (e sinora non bloccata a dovere) delle cosiddette classi dirigenti, pubbliche e private (che avrebbero il dovere di contribuire, specie coll’esempio, a ben formare i cittadini) non meriterebbe di essere considerata - questa sì - una vera emergenza? Quanto colpevole ritardo!
Quanti colossali errori , in particolare, nella politica italiana di questi  vent’anni  (nelle sue “idee” di fondo)  ed in quella di questi diciotto ultimi mesi! Chi scriverà la storia parlerà probabilmente di un paesaggio frenetico  abitato mediamente da piccoli uomini ambiziosi, impreparati,  ossessionati dal loro “particulare” ed artiglianti le ultime briciole.
E questo è il “Titanic”, e questa è la rovina, costruita con le nostre mani a partire , non lo si dimentichi, dalle politiche coloniali. “Non sanno quello che fanno!” verrebbe da ripetere laicamente! Sembra quasi impossibile che si stia gradualmente “sciogliendo” in così breve tempo l’epoca ricca e positiva dei quarant’anni del dopoguerra. Corsi e ricorsi? Cosa stiamo cercando? Di cosa abbiamo bisogno? Quali ” compensazioni “ci servono come  fossero droga?
Ma se non è questo il “TREND”  che ci ha insegnato la nostra cultura politica di ispirazione cristiana ed umanista, cosa aspettiamo a scendere  PACIFICAMENTE  in piazza per contribuire, almeno,  ciascuno secondo le proprie forze, a fare un po’ di chiarezza. Il “buonismo” è altra cosa, l’utopia un’altra ancora: non funzionano!  L’ informazione, più oggettiva e più capillare  possibile, è fondamentale, così come lo sono politiche concordate, realistiche e progressive. L’Europa , però, rischia veramente di suicidarsi!
Chi ha un po’ di cultura e di generosità si faccia avanti, pur con senso della misura: diversamente potrebbe essere giustamente accusato, un giorno, di omissione. Non lasciamo solo Papa Francesco!


Giugno  2018.

martedì 12 giugno 2018

VERBALE RIUNIONE ASSOCIAZIONE “ I POPOLARI” DEL 7/06/2018




Tema dell'incontro:  Dopo il voto del 4 marzo, valutazioni e scenari.

La riunione si apre alle ore 18, presenti 32 persone. 
Nel corso della stessa sono intervenute 9 persone.  
Nella prima parte vi è stato un unanime apprezzamento dell'operato del Presidente della Repubblica Mattarella.
Si sono poi analizzate le carenze dell’operato del governo e della opacità della gestione del Partito Democratico, percepito da chi lo presiede come una èlite lontana dalla gente e dai suoi problemi. 
Con la crisi le disuguaglianze sociali sono aumentate e la politica ha fatto poco, se non niente.
La riunione è proseguita con il sottolineare la irresponsabilità del M5 nel chiedere la messa in mora del Presidente Mattarella e  della Lega nel richiamare il popolo come arbitro finale.
Nella parte finale dell’incontro sono state avanzate delle proposte operative per la Associazione, che in sintesi sono:
trovarci più spesso per scambiarci opinioni, lavorando per ampliare il numero dei partecipanti;
 istituire un forum per aumentare la cultura politica, indirizzato in particolare verso i più giovani;
fare degli approfondimenti su temi specifici (Europa, economia,  globalizzazione.....) .


Dopo aver stabilito di fissare  il prossimo incontro per giovedì 20 settembre, la riunione termina alle ore 19,45.

lunedì 4 giugno 2018

Riunione aperta - Giovedì 7 giugno 2018

Riunione aperta dell'Associazione "I Popolari Venezia", convocata  per giovedì  7 giugno p.v. alle ore 17,30 presso l'Officina del Gusto  via Mestrina-Mestre   dove si parlerà della attuale situazione politica italiana e dove  ognuno potrà intervenire nel merito.




domenica 20 maggio 2018

VERBALE RIUNIONE ASSOCIAZIONE “ I POPOLARI” DEL 17/05/2018

    
 Presenti:  Toffano,  Panizzolo, Omacini,, Orsella, Boccotti, Busato, Borga, Cortese, Urlando Clara,  Saccon, Lazzarotto, Bertolin, Montanaro.


Toffano invita Omacini a fare sintesi della riunione precedente. 


Omacini  a suo avviso bisogna 'uscire e allargarsi’. A  tal proposito insiste in un collegamento col mondo cattolico veneziano e di essere anche più presenti sui media locali. Propone inoltre la redazione di un  'foglio della Associazione’. 

Borga ritiene che si debba operare su poche iniziative per non disperdere l'impegno.
Saccon e Boccotti  leggono delle riflessioni sul tema della identità del bipolarismo di don Bello e di De Gasperi. 

Cortese  crede che non ci si debba fare illusioni  perché siamo in presenza di un 8 settembre del mondo cattolico. Propone di fare a breve una riunione allargata anche ad altre realtà che operano nel sociale nella politica e nell'economia e che siano vicine alle nostre sensibilità al fine di  riflettere sul momento politico attuale. 

L’Assemblea concorda.  
Dopo alcune brevi riflessioni viene scelta la data di giovedì 7 giugno. 
Si dà incarico al presidente di preparare una lettera di invito allo scopo. La riunione si chiude alle ore 19, 30