C’è ancora, a mio
modesto parere, scarsa conoscenza diffusa, nel clero e nel laicato, di quello
che il Concilio ha insegnato in tema di laici e, soprattutto, dell’impegno
primario cui li chiama la loro vocazione, cioè quello di “ trattare
le cose temporali ordinandole secondo Dio” (Lumen Gentium , n.31) .
Ecco, di seguito,
alcuni spunti liberamente presi dalla riflessione di tre “testimoni”: Lazzati,
Dossetti e La Pira.
E’ un piccolo contributo, estremamente
sintetico, che può risultare utile al dibattito per recuperare, in tempo di
pensiero “debole
e liquido “ (quando non erroneo!), alcuni ancoraggi ed alcuni vettori anche (e
soprattutto) per l’impegno di laici cristiani
in politica, oggi.
Politica che è stata
definita una delle forme più preziose di carità. Ha detto Papa Francesco (Santa
Marta, 16 sett.2013) che “…Il
governatore deve innanzitutto amare il suo popolo. Gli anziani ebrei dicono a
Gesù: “Egli merita quello che chiede perché ama il nostro popolo”. Un
governatore che non ama non può governare. Al massimo può mettere un po’
d’ordine, ma non può governare “.
Ed ancora: “…Dio è considerato da questi finanzieri,
economisti e politici come non gestibile, Dio non gestibile, addirittura
pericoloso perché chiama l’uomo alla sua piena realizzazione e all’indipendenza
da ogni genere di schiavitù “ (Discorso del 16 maggio 2013).
Rileggiamo, dunque,
ristudiamo, continuiamo a confrontarci, essendo compassionevoli vicendevolmente,
ma al tempo stesso esigenti, molto esigenti!
La politica può essere
terreno di “catene di peccato”, ma anche, per noi laici cristiani, terreno di
grazia.
GIUSEPPE LAZZATI
Serve un “vivere nel mondo, che da pura condizione
esistenziale e sociologica assume una precisa valenza teologica, perché si fa
via per realizzare la santificazione laicale”.
Occorre riscoprire “il significato metafisico della creazione”
ed il fatto che l’uomo è chiamato a “essere continuatore dell’opera creatrice
di Dio”.
Nelle cose temporali serve
ricercare “la
perfezione tecnica dell’opera rispettando lo spessore ontologico e storico
della realtà. E’ il primo fondamentale e ineludibile gradino per decifrare
nelle cose la volontà di Dio. Saltare questo gradino vuol dire cadere in
quell’atteggiamento clericale che tanto abbiamo deprecato proprio di chi
strumentalizza le realtà temporali per finalità del tutto estranee alle
medesime. Il che, per restare in campo religioso, avverrà tutte le volte in cui
si manipolano le realtà temporali per finalità…”di bene”. Il risultato sarà
sempre quello di una “pia frode” che, per essere “pia”, non cesserà di essere
“frode”.
Guardarsi della troppa
sicurezza e dalle assolutizzazioni: “già
le leggi fisiche sono conosciute mediante proposizioni probabili: Ancora più
lontane da una incontrovertibile evidenza sono le proposizioni che esprimono
realtà più complesse, come sono quelle umane che si svolgono nella storia:
l’economia, il diritto, la politica. Ne viene che il laico perchè è impegnato
in queste realtà, si trova a lavorare su conoscenze probabili”.
E ancora: “Il dogmatizzare, da parte del laico, cioè
il dare per unica soluzione cristiana una soluzione che è solo discutibile è la
peggior forma di clericalismo. E’ non rispettare le cose per quello che sono”.
E tuttavia “…il conseguente legittimo pluralismo delle
opzioni in questa ricerca della perfezione dell’opera, non devono mai far
perdere di vista il contributo specifico che la fede e la vita di grazia danno
all’impegno secolare”.
I cristiani debbono
essere spinti a mai restare fermi: “…in
questa linea tutti i conservatorismi sarebbero giustificati e le colpe storiche
che, come cristiani, dobbiamo registrare in questo senso non sono da poco.
Stanno a dimostrare che troppo spesso si è dimenticato che è proprio del
cristiano, per sua legge costitutiva, non essere conservatore, ma operatore del
dinamismo della storia”.
GIUSEPPE
DOSSETTI
Nel testo “La sentinella “, relazione da lui tenuta a Milano, nel maggio del 1994, in occasione
dell’ottavo anniversario della morte di Giuseppe Lazzati, Dossetti sostiene,
tra l’altro, che “…conviene
ripensare alle cause profonde della notte…come realtà intrinseche alla nostra
cristianità italiana”. Ecco queste cause: “Anzitutto una porzione troppo scarsa di
battezzati consapevoli del loro battesimo rispetto alla maggioranza
inconsapevole. Ancora, l’ìnsufficienza delle comunità che dovrebbero formarli;
lo sviamento e la perdita del senso dei cattolici impegnati in politica che non
possono adempiere il loro compito proprio di riordinare le realtà temporali in
modo conforme all’evangelo per la mancanza di un vero spirito di disinteresse e
soprattutto di una cultura modernamente adeguata: e quindi un’attribuzione di
plusvalore ad una presenza per se stessa, anziché ad una vera ed efficace opera
di mediazione; e infine l’immaturità del rapporto laici-clero, il quale clero
non tanto deve guidare dall’esterno il laicato, ma proporsi più decisamente il
compito della formazione delle coscienze, non ad una soggezione passiva o a una
semplice religiosità, ma a un cristianesimo profondo e autentico e quindi ad
un’alta eticità privata e pubblica”.
Quanto all’oracolo
della “Sentinella” (Isaia, 21 11-12),
esso è senza ambiguità: “Convertitevi! “. Non si tratta tanto di cercare “…nella
notte rimedi esteriori più o meno facili, ma anzitutto di un trasformarsi
interiormente, di un dietro front intimo, di un voltarsi positivo verso il Dio
della salvezza”.
Serve la convinzione
che “…tutti noi, cattolici
italiani, abbiamo gravemente mancato, specialmente negli ultimi due decenni, e
che ci sono grandi colpe (non solo errori o mere insufficienze), grandi e veri
propri peccati collettivi che non abbiamo sino ad oggi incominciato ad
ammettere e a deplorare nelle misura dovuta”.
Pertanto: “…si dovrebbe dire che i battezzati
consapevoli devono percorrere un cammino inverso a quello degli ultimi
vent’anni, cioè mirare non ad una
“presenza “ dei cristiani nelle realtà temporali e alla loro consistenza
numerica e al loro peso politico, ma ad una ricostruzione delle coscienze e del
loro peso interiore, che potrà poi, per intima coerenza e adeguato sviluppo
creativo, esprimersi con un peso culturale e finalmente sociale e politico”.
L’uomo interiore deve
recuperare le virtù cardinali: giustizia, fortezza, prudenza e temperanza; i
cristiani hanno “…insistito
assai meno sulla “fortezza”…che ci possa far sostenere non dico la persecuzione
violenta, ma appena il disagio sociale di una certa diversità dall’ambiente che
ci circonda, oppure che ci porti ad affrontare il contrasto e la
disapprovazione sociale o comunitaria, per difendere esternamente una tesi
sentita in coscienza come cogente”.
Serve umiltà “…Mentre è tanto facile che, come
collettività, procediamo con falsa sicurezza, con infelice “parrisìa”, se non
con arroganza che, proprio ripensando a tutti questi decenni, non dovremmo
avere, ma dovremmo piuttosto sentire come ragione di confusione e di vergogna”.
L’ ”uomo nuovo” di San
Paolo si conquista mediante l’implorazione a Dio; solo così si può vincere la
“notte”. Ma, per far questo, “…ci
vogliono dei battezzati formati ad essere e ad agire nel tempo continuamente
guardando all’ultratemporale, cioè abituati a scrutare la storia, ma nella luce
del metastorico, dell’escatologia”.
GIORGIO LA PIRA
Pochissimo tempo prima
di morire, nel 1977, Giorgio La Pira così si esprimeva dal suo letto di
sofferenza: “Ehi,
quell’omino mi dirà un giorno il Signore, venga qua: Mi pare di riconoscerlo.
Io disposi le cose sulla terra in modo da farlo Sindaco di una città. Mi dica
un po’: Quanta gente ha rivestito? A quante famiglie ha dato un tetto? A quanti
vecchi ha dato un letto? Quanti malati ha curato? A quanti lavoratori ha trovato
un lavoro? Quello sarà il vero e proprio bilancio della mia amministrazione”.
Parla, La Pira, di
bilancio di una Amministrazione; non è certo un modo consueto di guardare ai
bilanci, neppure in tempo dei famosi “bilanci
sociali “.
Il suo ragionamento di
fondo era che l’azione politica presuppone linee razionali di pensiero: vi sono
verità di fondo che occorre segnalare a quanti hanno sostituito alla verità
criteri di efficienza e di progresso come valori. Il suo agire politico era
sempre orientato da un pensiero
“ontologico” (intorno all’essere, all’essere umano, e all’essere umano come
creatura).
La sua sfida, a partire
dal validissimo apporto fornito alla Costituente, era quella di “restaurare questo tessuto ideale cristiano
sul quale soltanto può essere riedificato un sistema vitale di civiltà” riprendendo coscienza “della struttura intrinsecamente
contemplativa, spirituale, orante dell’uomo”.
Occorreva sempre
verificare le varie concezione del mondo (Weltanschauungen) che stanno a fondamento delle dottrine politiche e delle correnti
politiche; per esempio quella di Hegel, di Marx, di Rousseau, quella
propriamente cristiana.
La società è un ente di
relazione, non sostanziale; la storia è uno spazio di libertà, non di necessità
ed ha un fine integrato mediante l’intervento della Provvidenza.
Pensava che bisognasse
assoggettare l’economia al controllo della legge etica positiva, ridare
efficacia alle strutture economiche contro lo statalismo ed il liberismo.
A quale tipo di
democrazia alludeva La Pira? La risposta era nel riconoscere accanto agli
individui le comunità naturali: gli organismi sociali non sono “organi della comunità statale “, ma hanno ciascuno “una
propria finalità, una propria autonomia, un proprio svolgimento –e quindi un
proprio statuto giuridico- che lo Stato deve riconoscere e presidiare ”.
E’ questo il principio
fissato, per iniziativa di La Pira, nell’articolo 2 della nostra Costituzione;
egli citava la frase di Proudhon: “…fra
l’individuo e lo Stato vi costruirò un mondo”. Questo è il
pluralismo che fonda la democrazia: il pluralismo istituzionale.
I cristiani hanno un
compito: “…preparare
nuovi congegni economici, politici, giuridici e culturali che siano adeguati
alle premesse metafisiche e religiose dell’Evangelo” ossia “…preparare
le nuove strutture sociali nelle quali siano rifratte quelle esigenze di
interiorità, libertà, e fraternità che sono le esigenze insopprimibili della
persona umana “.
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Una domanda in
conclusione: secondo Voi, quanti, impegnati in questi giorni per le elezioni
del 2015, hanno, come cristiani laici che amano la politica, questa profondità
di riflessione e questa solidità di fondamenta?
Quanti di quelli che
non sono nuovi hanno testimoniato coerenza tra il loro essere,
liberamente, cristiani ed il loro agire politico e/o amministrativo? Quanti dei
nuovi sono disposti a mettersi seriamente in gioco su questo versante?
Se è vero –ed è vero-
che la Chiesa è maestra di Misericordia e che non bisogna “giudicare”, nondimeno non possiamo
essere o restare in una notte in cui “tutte le vacche sono nere”: non ogni comportamento, non ogni scelta è giusta in sé! Guardiamo, per
esempio, ai cristiani che, in altre parti del mondo, sono perseguitati a causa
della loro fede e che resistono!
Una solida cultura, una
vera umiltà, la disponibilità sempre tesa alla mediazione alta, il coraggio
quando serve, uno spirito autenticamente collaborativo ed uno sguardo
costantemente escatologico, non possono essere considerati optional! Sono, al
contrario, requisiti prima (già nella formazione delle liste elettorali) e
criteri poi quando, una volta eletti, si andrà alla prova dei fatti e alla
legittima verifica dell’operato.
Gratitudine, dunque,
verso quanti, in vera laicità, competenza, sincerità e purezza di cuore,
scelgono, specie di questi tempi, il doveroso lavoro (servizio è un termine troppo ipocritamente
usato in tutti questi anni!) del far politica e/o
dell’amministrare; vicinanza se chiedono dei consigli, motivato ammonimento
evangelico se ci pare che stiano errando e Speranza viva (purchè non
consolatoria e banale).
Renato Omacini
Venezia, 23 maggio 2015.