lunedì 25 maggio 2015

PASTORALE DELLA CULTURA E DELL’UNIVERSITA’ - voci di speranza: cristiani a confronto con i candidati sindaco (Venezia, 23 maggio 2015)



C’è ancora, a mio modesto parere, scarsa conoscenza diffusa, nel clero e nel laicato, di quello che il Concilio ha insegnato in tema di laici e, soprattutto, dell’impegno primario cui li chiama la loro vocazione, cioè quello di  “ trattare le cose temporali ordinandole secondo Dio” (Lumen Gentium , n.31) .
Ecco, di seguito, alcuni spunti liberamente presi dalla riflessione di tre “testimoni”: Lazzati, Dossetti e La Pira.
 E’ un piccolo contributo, estremamente sintetico, che può risultare utile al dibattito per recuperare, in tempo di pensiero “debole e liquido “ (quando non erroneo!),  alcuni ancoraggi ed alcuni vettori anche (e soprattutto) per l’impegno di  laici cristiani in politica, oggi.
Politica che è stata definita una delle forme più preziose di carità. Ha detto Papa Francesco (Santa Marta, 16 sett.2013) che “…Il governatore deve innanzitutto amare il suo popolo. Gli anziani ebrei dicono a Gesù: “Egli merita quello che chiede perché ama il nostro popolo”. Un governatore che non ama non può governare. Al massimo può mettere un po’ d’ordine, ma non può governare “.
Ed ancora: “…Dio è considerato da questi finanzieri, economisti e politici come non gestibile, Dio non gestibile, addirittura pericoloso perché chiama l’uomo alla sua piena realizzazione e all’indipendenza da ogni genere di schiavitù “ (Discorso del 16 maggio 2013).

Rileggiamo, dunque, ristudiamo, continuiamo a confrontarci, essendo compassionevoli vicendevolmente, ma al tempo stesso esigenti, molto esigenti!
La politica può essere terreno di “catene di peccato”, ma anche, per noi laici cristiani, terreno di grazia.


GIUSEPPE   LAZZATI
Serve un “vivere nel mondo, che da pura condizione esistenziale e sociologica assume una precisa valenza teologica, perché si fa via per realizzare la santificazione laicale”.
Occorre riscoprire “il significato metafisico della creazione” ed il fatto che l’uomo è chiamato a “essere continuatore dell’opera creatrice di Dio”.
Nelle cose temporali serve ricercare “la perfezione tecnica dell’opera rispettando lo spessore ontologico e storico della realtà. E’ il primo fondamentale e ineludibile gradino per decifrare nelle cose la volontà di Dio. Saltare questo gradino vuol dire cadere in quell’atteggiamento clericale che tanto abbiamo deprecato proprio di chi strumentalizza le realtà temporali per finalità del tutto estranee alle medesime. Il che, per restare in campo religioso, avverrà tutte le volte in cui si manipolano le realtà temporali per finalità…”di bene”. Il risultato sarà sempre quello di una “pia frode” che, per essere “pia”, non cesserà di essere “frode”.
Guardarsi della troppa sicurezza e dalle assolutizzazioni: “già le leggi fisiche sono conosciute mediante proposizioni probabili: Ancora più lontane da una incontrovertibile evidenza sono le proposizioni che esprimono realtà più complesse, come sono quelle umane che si svolgono nella storia: l’economia, il diritto, la politica. Ne viene che il laico perchè è impegnato in queste realtà, si trova a lavorare su conoscenze probabili”.
E ancora: “Il dogmatizzare, da parte del laico, cioè il dare per unica soluzione cristiana una soluzione che è solo discutibile è la peggior forma di clericalismo. E’ non rispettare le cose per quello che sono”.
E tuttavia “…il conseguente legittimo pluralismo delle opzioni in questa ricerca della perfezione dell’opera, non devono mai far perdere di vista il contributo specifico che la fede e la vita di grazia danno all’impegno secolare”.
I cristiani debbono essere spinti a mai restare fermi: “…in questa linea tutti i conservatorismi sarebbero giustificati e le colpe storiche che, come cristiani, dobbiamo registrare in questo senso non sono da poco. Stanno a dimostrare che troppo spesso si è dimenticato che è proprio del cristiano, per sua legge costitutiva, non essere conservatore, ma operatore del dinamismo della storia”.

                                       GIUSEPPE  DOSSETTI

Nel testo “La sentinella “, relazione da lui tenuta a Milano, nel maggio del 1994, in occasione dell’ottavo anniversario della morte di Giuseppe Lazzati, Dossetti sostiene, tra l’altro, che “…conviene ripensare alle cause profonde della notte…come realtà intrinseche alla nostra cristianità italiana”. Ecco queste cause: “Anzitutto una porzione troppo scarsa di battezzati consapevoli del loro battesimo rispetto alla maggioranza inconsapevole. Ancora, l’ìnsufficienza delle comunità che dovrebbero formarli; lo sviamento e la perdita del senso dei cattolici impegnati in politica che non possono adempiere il loro compito proprio di riordinare le realtà temporali in modo conforme all’evangelo per la mancanza di un vero spirito di disinteresse e soprattutto di una cultura modernamente adeguata: e quindi un’attribuzione di plusvalore ad una presenza per se stessa, anziché ad una vera ed efficace opera di mediazione; e infine l’immaturità del rapporto laici-clero, il quale clero non tanto deve guidare dall’esterno il laicato, ma proporsi più decisamente il compito della formazione delle coscienze, non ad una soggezione passiva o a una semplice religiosità, ma a un cristianesimo profondo e autentico e quindi ad un’alta eticità privata e pubblica”.
Quanto all’oracolo della “Sentinella” (Isaia, 21   11-12), esso è senza ambiguità: “Convertitevi! “. Non si tratta tanto di cercare “…nella notte rimedi esteriori più o meno facili, ma anzitutto di un trasformarsi interiormente, di un dietro front intimo, di un voltarsi positivo verso il Dio della salvezza”.
Serve la convinzione che “…tutti noi, cattolici italiani, abbiamo gravemente mancato, specialmente negli ultimi due decenni, e che ci sono grandi colpe (non solo errori o mere insufficienze), grandi e veri propri peccati collettivi che non abbiamo sino ad oggi incominciato ad ammettere e a deplorare nelle misura dovuta”.
Pertanto: “…si dovrebbe dire che i battezzati consapevoli devono percorrere un cammino inverso a quello degli ultimi vent’anni, cioè mirare non ad una  “presenza “ dei cristiani nelle realtà temporali e alla loro consistenza numerica e al loro peso politico, ma ad una ricostruzione delle coscienze e del loro peso interiore, che potrà poi, per intima coerenza e adeguato sviluppo creativo, esprimersi con un peso culturale e finalmente sociale e politico”.
L’uomo interiore deve recuperare le virtù cardinali: giustizia, fortezza, prudenza e temperanza; i cristiani hanno “…insistito assai meno sulla “fortezza”…che ci possa far sostenere non dico la persecuzione violenta, ma appena il disagio sociale di una certa diversità dall’ambiente che ci circonda, oppure che ci porti ad affrontare il contrasto e la disapprovazione sociale o comunitaria, per difendere esternamente una tesi sentita in coscienza come cogente”.
Serve umiltà “…Mentre è tanto facile che, come collettività, procediamo con falsa sicurezza, con infelice “parrisìa”, se non con arroganza che, proprio ripensando a tutti questi decenni, non dovremmo avere, ma dovremmo piuttosto sentire come ragione di confusione e di vergogna”.
L’ ”uomo nuovo” di San Paolo si conquista mediante l’implorazione a Dio; solo così si può vincere la “notte”. Ma, per far questo, “…ci vogliono dei battezzati formati ad essere e ad agire nel tempo continuamente guardando all’ultratemporale, cioè abituati a scrutare la storia, ma nella luce del metastorico, dell’escatologia”.


GIORGIO  LA  PIRA

Pochissimo tempo prima di morire, nel 1977, Giorgio La Pira così si esprimeva dal suo letto di sofferenza: “Ehi, quell’omino mi dirà un giorno il Signore, venga qua: Mi pare di riconoscerlo. Io disposi le cose sulla terra in modo da farlo Sindaco di una città. Mi dica un po’: Quanta gente ha rivestito? A quante famiglie ha dato un tetto? A quanti vecchi ha dato un letto? Quanti malati ha curato? A quanti lavoratori ha trovato un lavoro? Quello sarà il vero e proprio bilancio della mia amministrazione”.
Parla, La Pira, di bilancio di una Amministrazione; non è certo un modo consueto di guardare ai bilanci, neppure in tempo dei famosi “bilanci sociali “.
Il suo ragionamento di fondo era che l’azione politica presuppone linee razionali di pensiero: vi sono verità di fondo che occorre segnalare a quanti hanno sostituito alla verità criteri di efficienza e di progresso come valori. Il suo agire politico era sempre orientato  da un pensiero “ontologico” (intorno all’essere, all’essere umano, e all’essere umano come creatura).
La sua sfida, a partire dal validissimo apporto fornito alla Costituente, era quella di “restaurare questo tessuto ideale cristiano sul quale soltanto può essere riedificato un sistema vitale di civiltà”  riprendendo coscienza “della struttura intrinsecamente contemplativa, spirituale, orante dell’uomo”.
Occorreva sempre verificare le varie concezione del mondo (Weltanschauungen) che stanno a fondamento delle dottrine politiche e delle correnti politiche; per esempio quella di Hegel, di Marx, di Rousseau, quella propriamente cristiana.
La società è un ente di relazione, non sostanziale; la storia è uno spazio di libertà, non di necessità ed ha un fine integrato mediante l’intervento della Provvidenza.
Pensava che bisognasse assoggettare l’economia al controllo della legge etica positiva, ridare efficacia alle strutture economiche contro lo statalismo ed il liberismo.
A quale tipo di democrazia alludeva La Pira? La risposta era nel riconoscere accanto agli individui le comunità naturali: gli organismi sociali non sono “organi della comunità statale “, ma hanno ciascuno “una propria finalità, una propria autonomia, un proprio svolgimento –e quindi un proprio statuto giuridico- che lo Stato deve riconoscere e presidiare ”.
E’ questo il principio fissato, per iniziativa di La Pira, nell’articolo 2 della nostra Costituzione; egli citava la frase di Proudhon: “…fra l’individuo e lo Stato vi costruirò un mondo”. Questo è il pluralismo che fonda la democrazia: il pluralismo istituzionale.
I cristiani hanno un compito: “…preparare nuovi congegni economici, politici, giuridici e culturali che siano adeguati alle premesse metafisiche e religiose dell’Evangelo” ossia “…preparare le nuove strutture sociali nelle quali siano rifratte quelle esigenze di interiorità, libertà, e fraternità che sono le esigenze insopprimibili della persona umana “.

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Una domanda in conclusione: secondo Voi, quanti, impegnati in questi giorni per le elezioni del 2015, hanno, come cristiani laici che amano la politica, questa profondità di riflessione e questa solidità di fondamenta?
Quanti di quelli che non sono nuovi hanno testimoniato coerenza  tra il loro essere, liberamente, cristiani ed il loro agire politico e/o amministrativo? Quanti dei nuovi sono disposti a mettersi seriamente in gioco su questo versante?
Se è vero –ed è vero- che la Chiesa è maestra di Misericordia e che non bisogna “giudicare”, nondimeno non possiamo essere o restare in una notte in cui  “tutte le vacche sono nere”: non ogni comportamento, non ogni scelta è giusta in sé! Guardiamo, per esempio, ai cristiani che, in altre parti del mondo, sono perseguitati a causa della loro fede e che resistono!
Una solida cultura, una vera umiltà, la disponibilità sempre tesa alla mediazione alta, il coraggio quando serve, uno spirito autenticamente collaborativo ed uno sguardo costantemente escatologico, non possono essere considerati optional! Sono, al contrario, requisiti prima (già nella formazione delle liste elettorali) e criteri poi quando, una volta eletti, si andrà alla prova dei fatti e alla legittima verifica dell’operato.
Gratitudine, dunque, verso quanti, in vera laicità, competenza, sincerità e purezza di cuore, scelgono, specie di questi tempi, il doveroso lavoro (servizio è un termine troppo ipocritamente usato in tutti questi anni!) del far politica e/o dell’amministrare; vicinanza se chiedono dei consigli, motivato ammonimento evangelico se ci pare che stiano errando e Speranza viva (purchè non consolatoria e banale).


 Renato Omacini

Venezia, 23 maggio 2015.        

sabato 16 maggio 2015

SEGNALAZIONE INCONTRI E SAMINARI

Il 9 marzo scorso abbiamo dato conto, sul sito de “I Popolari” del primo incontro di “Venite a Ninive “. Il 26 marzo ed il 23 aprile si sono tenuti, sempre a Mestre presso il convento San Carlo dei Cappuccini, il secondo ed il terzo incontro; l’ultimo è in programma per il 29 maggio.
Base di partenza è stato sempre il libro del profeta Giona: i capitoli II° e III°: per disposizione del Signore, Giona è stato inghiottito da un grosso pesce e, da dentro, prende forma la sua preghiera che è di conversione e di gratitudine. Poi, gettato sulla spiaggia ed interpellato di nuovo dal Signore, questa volta Giona Lo ascolta: va a Ninive, la grande città. La sua missione è efficace: i cittadini per primi credono in Dio ed il re proclama quindi digiuno e penitenza. Il Signore salva la città prima condannata.
La riflessione è poi proseguita sulla “Evangeli gaudium” di Papa Francesco.
Considerazioni  emerse per l’oggi: l’Umanità ha perso le parole e si affida sempre più al grido; occorre saper ascoltare, ascoltare per soccorrere ed il grido più forte, oggi come ieri, è quello dei poveri.
Liberiamoci quindi –è stato detto- dalla “sindrome di Giona”: il sentirsi, cioè, perfetti e puliti! L’essere ipocriti!.
Divenire profeti nella città (nelle nostre città) vuol dire “farsi servi”. Il Card. Martini ricordava a Milano, nel 1996, parlando della sua città, che la parola, in politica e nella Chiesa, era degradata. Solo la Parola può rigenerare le parole umane.
Anche le nostre città (Venezia e Mestre) possono e devono essere guardate con fede!
“Venite a Ninive”, tre incontri sinora utili in sé (siamo, tra l’altro in tempo di programmi elettorali e di elezioni!), ma soprattutto, se riescono a formare in noi  un continuum, il più coerente possibile, coi nostri quotidiani impegni.
La catechesi di Papa Francesco è, anche al riguardo, profonda e limpida.


                                                                                                                                                                                 Renato  Omacini