lunedì 4 settembre 2023

Una lettura interessante ( Renato Omacini )

Ho riletto in questi giorni (quante cose si imparano di più ri-leggendo!) un testo edito nel 2017. Il suo autore  è LUCIANO CANFORA, La schiavitù del capitale, Ed. Il Mulino, Bologna, 2017.

Luciano Canfora è professore emerito di Storia antica all’Università di Bari e, come sappiamo,  noto saggista. Il testo è breve: poco più di 100 pagine; si suddivide in sei piccoli capitoli più due Appendici. La conoscenza storica viene utilizzata dall’Autore per analizzare il capitalismo contemporaneo.

Se sarà possibile, si potrebbe presentare l’intero testo  (un’oretta circa ) nel corso dei nostri incontri di autoformazione. Per intanto, mi pare interessante trascrivere di seguito il Prologo.

“ Ci sono vari modi di capire il cambiamento, ma forse si possono ridurre sostanzialmente a due: quello stigmatizzato sarcasticamente da Giuseppe Giusti nel Brindisi di Girella (“Viva chi sa tener l’orecchie tese” : v.162) e quello di chi – tenendo aperti anche gli occhi – non perde mai di vista la posta in gioco. Essa è, a mio avviso, la seguente: per ora, chi sfrutta ha vinto la partita contro chi è sfruttato; dunque si tratta di trovare nuove e più efficaci e più convincenti forme di contrasto dell’ineguaglianza e di lotta per una effettiva libertà. Forme che consentano di capovolgere, nella successiva, inevitabile, manche, la temporanea “sentenza della storia”. Nella convinzione, condivisa da ogni essere pensante, che nella storia non esistono sentenze definitive. Immaginare che la storia si stia avviando a conclusione – e che noi siamo i fortunati spettatori di un tale mirabile evento – è errore comune sia ai rivoluzionari che ai reazionari. Per parte loro, banali come sempre, i liberali, più o meno “puri”, addirittura pensano che il cambiamento come tale non esista nemmeno e che l’ordine sociale esistente sia l’unico possibile.

Oggi noi possiamo comodamente osservare, assisi nei nostri studioli o impegnati in dotti seminari, che errore fu credere che quella manche  terribile che si è giocata per tutto il Novecento, messa in moto dalla “Grande guerra”, fosse l’ultimo atto della storia. Il brusco risveglio fu determinato dal crollo del lungo, ostinato, alla fine insostenibile, esperimento di “socialismo”. Di fronte a siffatte lezioni della storia che determinano strumentali conversioni, frettolose abiure, e poca volontà di capire, viene alla mente – come antidoto morale – quello che scrisse Isaac Deutscher a proposito del presidente americano Jefferson: “fu disposto a perdonare persino il Terrore, ma si allontanò disgustato dal dispotismo militare di Napoleone e tuttavia non ebbe nulla a che fare con i cosiddetti “liberatori” dell’Europa” ( Profilo dell’ex comunista, in Eretici e rinnegati, 1955).

Ma torniamo al brusco risveglio, che è stato una lezione per tutti. Esso i ha insegnato molte cose: 1) che la partita è solo agli inizi; 2) che il modello capitalistico (in tutte le sue proteiformi manifestazioni) ha conquistato, alla fine del Novecento, la gran parte del pianeta espugnandolo e pervadendo di sé Russia e Cina; 3) che solo ora il capitalismo è davvero un sistema di dominio mondiale ma non ha di fronte che spezzoni di organizzazioni per lo più sindacali e inevitabilmente settoriali giacché il capitale è davvero “internazionalista” avendo dalla sua la cultura ed ogni possibile risorsa, mentre gli sfruttati sono “dispersi e divisi” (dalle religioni, dal razzismo istintuale etc.); 4) che, per funzionare, secondo la sua logica del sempre maggior profitto e della lotta spietata per la conquista dei mercati, il capitale ha ripristinato ormai forme di dipendenza di tipo schiavile: non solo in vaste aree dei mondi dipendenti ma creando sacche di lavoro schiavile anche all’interno delle aree più avanzate; 5) che questo fa ovviamente regredire su un piano più generale i “diritti del lavoro” conquistati, in Occidente, grazie alla novecentesca contrapposizione di sistema; 6) che, per gestire questa impressionante mescolanza tra varie forme di dipendenza incluse quelle schiavili e semi-schiavili, il contributo della grande malavita organizzata è fondamentale “.

Primo, frettolosissimo commento: “Ne vedremo delle belle!” Anzi: “Ne vedranno delle belle!”. Nella storia, infatti, non esistono sentenze definitive: esistono tempi, più o meno lunghi e modi, più o meno ragionevoli.