giovedì 20 ottobre 2016

CITTA’ METROPOLITANA - Incontri Pubblici

                     Associazione I POPOLARI Venezia


CITTA’ METROPOLITANA
Incontri Pubblici

Lunedì 24 ottobre 2016   ore 18.00  
“Dalle parole ai fatti”
Avv. Adriana Vigneri – Ordinario di Diritto Pubblico Ca’Foscari di Venezia
          
Venerdì 11 novembre 2016   ore 18.00
“Aspetti economici e sociali dell’area metropolitana”
Dott.Francesco Borga –  già Direttore Generale Confindustria Veneto

Coordina Andrea Ferrazzi Consigliere Comunale




GLI INCONTRI SI TERRANNO
 NELLA SALA CONSILIARE DELLA MUNICIPALITA’ DI MARGHERA
Piazza Sant’Antonio – Marghera


da Mestre:
TRAM E BUS n. 3
Fermata Sant’Antonio- Marghera
da Venezia
AUTOBUS n. 6 e 6L 
Fermata Sant’Antonio di Marghera

I Popolari sono un’Associazione culturale che si propone di studiare e far conoscere la tradizione politica dei cattolici democratici italiani e di studiare il loro impegno nella società contemporanea.

www.ipopolarivenezia.it  -  popolarivenezia@gmail.com    cellulare: 3470410763 

domenica 9 ottobre 2016

VERBALE INCONTRO 3.10.2016

Oggi 3 ottobre 2016 alle ore 18.00 si sono riuniti in una sala della municipalità di Marghera ( VE ) i soci dell’Associazione “ I Popolari Provincia di Venezia”.

Sono presenti: Celin, Saccon, Miraglia, Cortese, Bertolin, Busatto, Ursella, Montanaro, Panizzolo, De Toni, Malagutti, Tesoriere, Urlando Clara.

Ordine del giorno:
-          - Preparazione convegno su Area Metropolitana;
-          - Storia dei Popolari.

Nel corso della discussione di preparazione al convegno vengono confermati i relatori Borga e Vigneri . Gli incontri saranno coordinati da Ferrazzi.
Le date proposte sono le seguenti:
28/10  Vigneri che parlerà dell’aspetto polito dell’area metropolitana.
11/11  Borga porrà l’accento l’aspetto socioeconomico.
Nell’eventualità che la sala dei Cappuccini non fosse disponibile, l’alternativa potrebbe essere la sala municipale di Marghera. Malaguti si informerà anche per la sala di via Aleardi.

Storia dei Popolari

Cortese propone di fare un annuario dei personaggi che hanno fatto parte della storia politica del Veneto nel corso degli anni.

L’assemblea, vista l’ora decide di proseguire l’approfondimento dell’o.d.g. nella prossima riunione.

VERBALE INCONTRO 19.09.2016


Oggi 19 settembre 2016 alle ore 18.00 si sono riuniti in una sala della municipalità di Marghera ( VE ) i soci dell’Associazione “ I Popolari Provincia di Venezia”.
Sono presenti:  Toffano, Ursella, Celin,  Saccon,  Miraglia,  Bertolin, Busatto, Montanaro,  Panizzolo,  De Toni, Lazzarotto, Capogrosso, Panizzolo,  Omacini, Franzin, Urlando Clara.
O.d.g.:  
·         Definizione programma attività autunnali;
·         predisposizione  di due incontri aventi per tema l’Area Metropolitana di Venezia e le problematiche relative alla Comunità Europea;
·         Varie ed eventuali.
Il  presidente Toffano  propone di promuovere due incontri  sul tema dell’Area Metropolitana, argomento questo che ritiene sia di grande interesse.
Gli incontri  potrebbero tenersi   nella Sala dei Cappuccini di Mestre, se disponibile.
L’assemblea giudica positiva e opportuna la proposta, il Presidente dà corso agli interventi  e si discute sui possibili oratori. Emergono i seguenti nomi: Ferrazzi,  Franco Borga, per la parte socio economica, Paolo  Costa in quanto conoscitore del sistema logistico, Gianfranco Vecchiato per la parte urbanistica, Adriana Vigneri  per la parte giuridico istituzionale.
Interviene  Omacini per sottolineare che l’associazione deve sì ascoltare e diffondere i messaggi, ma deve anche dare il suo apporto ed includere Ferrazzi nella rosa dei relatori, a suo avviso,  va strategicamente in questo senso.
Toffano precisa che i problemi da affrontare nell’incontro che si vuole organizzare sono molti, fra cui la territorialità e che pertanto si devono rimettere in questa delle scelte di campo.
L’incontro si conclude alle ore 19.45 con l’impegno da parte di alcuni soci di sentire la disponibilità dei relatori proposti e di ritrovarsi  il giorno 3 ottobre per definire gli aspetti organizzativi della manifestazione.


LETTURE D’ ESTATE


Padre David Maria Turoldo

Padre David Maria Turoldo, nel suo libro “Il diavolo sul pinnacolo “, ed. San Paolo, 2016, parla delle tentazioni di Gesù, quali raccontate da Marco e da Luca nei loro Vangeli.
Per contribuire alla comune riflessione, desidero soffermarmi, in particolare, su alcuni passaggi riguardanti il Potere e la Politica.
E’ il potere di Satana sui “suoi” regni, donato in cambio di una prostrazione adorante. E’ il demoniaco nel mondo.
Turoldo cita Konrad Lorenz (“Il declino dell’uomo”), Karl Popper (la società “aperta”), Aldous Huxley (col suo sguardo sul futuro), Jeremy Rifkin (“Entropia”).
Il quale ultimo, nel 1982, scriveva tra l’altro: “…Se la comunità cristiana non farà proprio il concetto di custodia sulla base di una “nuova alleanza”, è possibile che il nascente fervore religioso venga adottato  e inesorabilmente sfruttato dagli ambienti della destra. Il risveglio evangelico potrebbe diventare il retroterra culturale di base necessario a un movimento “fascista” negli USA, per mantenere il controllo sul Paese durante un periodo di declino economico di lunga durata” (da “Entropia”, Mondadori, Milano,1982, pag.74).
Turoldo fa costante riferimento nel suo libro a Dostoevskij e al “Grande Inquisitore” de “I fratelli Karamazov”. Sostiene, Padre David, che il Potere  “…agisce sempre per il bene dell’umanità. Ma quale bene? C’è un bene che va a danno della libertà dell’uomo? Perché qui siamo obbligati a pensare che a questo Potere non è tanto la libertà che preme, quanto la conservazione e l’estensione dello stesso Potere. Inoltre, nel caso del “Grande Inquisitore”, dovrebbe essere la religione il mondo sacrale del Potere”.
Si chiede, Turoldo, se il cristianesimo può essere una religione di massa, meglio, se la massa potrà mai essere cristiana! Cristo parla di “piccolo gregge”. E si domanda ancora se sarà concepibile un Potere unico, mondiale, capace di rispettare le libertà individuali, le libertà della persona. Considerazioni implicite al lungo discorso del “Grande Inquisitore” fatto a Cristo, prigioniero in Siviglia; considerazioni legate alle tentazioni di Gesù.
S’è rotto il legame tra libertà e felicità: l’essenziale di Cristo sarebbe la libertà e l’essenziale del Potere la felicità. Almeno pretestuosamente –aggiunge Turoldo- che ancora dice: “…questa non sarebbe altro che la spaccatura che sta alla base della tragedia del mondo”.
Satana vuol togliere la libertà e - sostiene Padre David - “…la macchina dell’asservimento è sempre in moto, e l’organizzazione sembra farsi sempre più perfetta e totale, possibilmente fino a non lasciare nessuna via di scampo. E’ la prospettiva più incombente sul nostro futuro”.
Segue una riflessione: i regni sono “miei” dice il diavolo nella terza tentazione a Gesù, “…come dire i regni saranno sempre proprietà di un altro. Il politico non possiederà mai un potere originario; egli sarà solo un delegato a rappresentare i veri detentori del potere; i quali rimarranno sempre occulti e sconosciuti”.
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Ovviamente , quello rappresentato da Padre David nel suo libro è “un” volto della Politica: è il più comune e diffuso, certo. Ve ne sono però anche altri: quelli belli, di chi costruisce con intelligenza, con perseveranza e disinteresse personale.
Di chi “unisce”: il contrario del diavolo, il cui nome significa “divisione”, “disgregazione”, “separazione”. E ciò non è un caso, se appena pensiamo un po’ teologicamente! E ciò può avere anche delle conseguenze pratiche!
Le tentazioni interne alla politica come, dunque, una delle manifestazioni della permanente presenza di Satana, qui ed ora, nel nostro tempo? Ci riflettiamo mai?
Per noi dell’Associazione, che ci ispiriamo a valori cristiani, è necessario, per “non cadere in tentazione”, saper dire anche dei “NO” a tutto tondo: no all’assolutizzazione del potere temporale, no all’inciucio tra Chiesa e Stato, no alla cupidigia dei “regni”, no all’orgoglio personale, no al solo “pane”.
Strada laicamente difficile, certo, ma non impossibile se solo anche ci aiutassimo un po’ a vicenda.

Renato  Omacini
settembre 2016.

mercoledì 29 giugno 2016

VERBALE INCONTRO 28 GIUGNO 2016

Oggi 28 giugno 2016 alle ore 18.00 si sono riuniti in una sala della municipalità di Marghera ( VE ) i soci dell’Associazione “ I Popolari Provincia di Venezia”.
Sono presenti: Toffano, presidente e verbalizzante e i soci: Cortese, Celin, Capogrosso, Busatto, Panizzolo, Urlando, Montanari, Bertolin, Miraglia e Salviato.
Nella discussione  durata più di un’ora,  tutti i presenti hanno  valutato  positivamente  quanto è stato fatto nella sessione primaverile 2016.
Per il periodo autunnale si è deciso, su proposta di Miraglia, Cortese, Urlando e Busatto,  di impegnarsi a trattare  la tematica relativa all’Europa, anche alla luce di quanto è avvenuto di recente con il via libero alla “brexit”.
Nel corso della discussione si è anche accennato alla opportunità di trattare con un convegno specifico la problematica della città metropolitana di Venezia.
Alla fine dell’incontro, su proposta di Montanaro, Panizzolo e Cortese,  si è ritenuto importante portare avanti la storia dei “Cattolici democratici” impegnati in politica nel veneziano.
Ogni componente si è fatto carico, per il primo incontro della sessione autunnale, di portare delle proposte operative, sui temi proposti.
In chiusura il  presidente comunica che la data del prossimo incontro è fissata per lunedì 19 settembre a Marghera, stesso luogo.

Dopo gli auguri di una buona estate la riunione si è chiusa alle ore 19.45. 

venerdì 17 giugno 2016

La Repubblica, io e lo straniero


Ho guardato a questo 70° anniversario della nostra Repubblica da un punto di vista un po’ particolare, anche se un po’ difficile.
Me ne ha dato spunto una triplice circostanza: il punto di vista della Conferenza episcopale italiana e quello del Governo sugli immigrati, di cui ha parlato in questi giorni la stampa; la lettura di un testo di Barbara Spinelli  dal titolo “Ricordati che eri straniero “, ed. Qiquajon, 2005; infine l’intervista del Card. Scola su “La Repubblica “ del 3 giugno 2016.
Mi soffermo sul testo della Spinelli e, in particolare, su due capitoli che riprendono due conferenze da lei tenute nel 1999 presso il monastero di Bose e nel 2003 a Torino in occasione della “Fiera del Libro”.
L’Autrice riprende, commenta e sviluppa autonomamente un testo del filosofo  Emmanuel Lévinas (“Etica e infinito “) ed un versetto del Vangelo di Matteo (25, 35) in cui è detto: “Ero straniero e mi avete ospitato “.
Lévinas parla dell’”Io” e dell’ “Altro”: quest’ultimo mi interpella; è un incontro definito “primordiale”: non sono ancora presenti la giustizia e la legge. Allo straniero (L’Altro), dice la Spinelli, noi “dobbiamo il riesame di quel che siamo ma anche l’opportunità di mettere una certa distanza fra noi e le nostre certezze “.
Ho bisogno dello straniero “…per dire il fondamento che caratterizza la nascita della società e della pòlis “; devo stabilire chi sono io, chi è l’altro e come trasgredire  e rispettare al tempo stesso la “frontiera che divide un uomo dall’altro “.
Anche lo straniero –come avviene per noi nei suoi confronti- vuole sapere “…a che punto sono la sua legge, le sue norme giuridiche, la sua religione, i suoi diritti, i suoi doveri “.
Sin qui l’incontro “primordiale”, fintanto che non appare sulla scena quello che Lévinas chiama “Il Terzo”, la terza persona: quando arriva, noi diventiamo attori sociali.
Il rapporto “primordiale” deve essere “corretto”: per Lèvinas s’impone la “saggezza dell’amore “: dobbiamo riconoscere l’estraneità come un dilemma da risolvere, dilemma che sorge “…con l’avvento di quella terza persona che mette in forse l’altro e me stesso “.
Però le cose sono gravi: in questo secolo –dice la Spinelli- la figura dello straniero ha preso la forma del terrorista suicida, nel settembre 2001. Non siamo riusciti a creare “…un terreno di giustizia con i diversi da noi. Non ci siamo venuti incontro “.
 Come ai tempi dell’Ellade, continua l’Autrice, c’è bisogno della “paideìa “, che è una permanente educazione “…affidata al cittadino come al politico: è lo strumento che permette di presidiare le mura della città democratica e le libertà politiche che la caratterizzano “.
Ci sono due possibili risposte all’appello dello straniero: quella dello scontro di civiltà, di dichiarare una guerra totale (mettendoci sullo stesso piano degli stranieri assassini), in nome del “differenzialismo”. Oppure quella di ricordare allo straniero che esiste il “Terzo”, che reclama giustizia. E’ una via di natura triangolare: il “Terzo” ci conduce a vedere sia ciò che ci divide, sia ciò che unisce.
Il criterio d’esame è il “comportamento “: più o meno malvagio, od onesto, o razionale. Questa è la vera divaricazione.
Un richiamo, infine, al cristianesimo: qui Dio stesso diventa –secondo la Spinelli- la Terza Persona cui Lèvinas ricorre; di Lui abbiamo bisogno “…per capire la diversità e restare tuttavia noi stessi “. E, nel commento al citato passo di Matteo, la Spinelli lo definisce “messianico “ nel senso che prefigura la vicinanza degli ultimi tempi.
L’ospitalità è una scelta morale, non naturale; ospitalità ed aiuto sono, per l’Autrice, “il vero digiuno “ di Isaia (Is 58,  6-10).
Ma questi non sono tempi di bontà: “…è il trionfo della natura sull’etica di giustizia, sull’arte della conversazione “; ciononostante la Spinelli pensa che sia possibile “occuparsi con bontà delle cose del mondo “, a condizione di non farsi guidare da un’idea totalizzante del bene, del buono. Dall’iconfutabilità del male si può partire per costruire una condotta etica.
Il cristianesimo può e deve offrire la sua ricetta: l’umiltà e l’etica del “come se”: come se i tempi ultimi già fossero, come se lo straniero raffigurasse il Messia.
San Paolo, nella lettera agli Ebrei (Eb 13,2), dice: “Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo “.

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Nel riandare alla nostra settantenne Repubblica (ma avendo a riferimento,  più in generale, l’Europa ed il mondo intero), si può pensare che essa rappresenti –per restare al triangolo di Lèvinas-  il “Terzo”, un “Terzo” che si trova di fronte (come da alcuni anni  insiste con coraggio e lungimiranza  il Card. Scola) a sfide storiche epocali.

Come la Repubblica tiene in considerazione l’ ”Io” (i propri cittadini) e l’ ”Altro” (gli stranieri che chiedono accoglienza)?
A mio parere, può ben festeggiare i suoi 70 anni la Repubblica: si è ben comportata su questo fronte, sia istituzionalmente, sia per la intelligente generosità di singoli e di intere  comunità.
Siamo però vicini al punto di saturazione: i limiti “fisici” (senza contare quelli finanziari) sono ormai molto evidenti.
Organizzazioni criminali continuano d’altro lato a lucrare –lo sappiamo- su questi drammi ed inquinano tutta questa tragica vicenda.
Ha ragione il Card. Scola quando, nell’intervista citata, dice: “L’Onu ha fallito e l’Europa è smarrita: serve un nuovo ordine mondiale “. Per soluzioni strutturali, non di emergenza. Aggiunge Scola: “ La strada è segnata ed è quella di accompagnare e di governare il processo di “meticciamento” fra le culture “. Altre vie possono al massimo tamponare il problema.
Europa svegliati! Qual è, diversamente, il tuo significato?
Oggi, dunque, il “Terzo” è debole e ciò ha ricadute negative sia su di noi che sugli stranieri.

Omacini Renato – Lido di Venezia


Venezia, 3 giugno 2016.

giovedì 26 maggio 2016

INCONTRO AL CENTRO FRANCESCANO DI MESTRE - 19 MAGGIO 2016 - Le Ragioni del SI - sulle modifiche alla Carta Costituzionale

…Demos, Barabba e dintorni

Uno dei punti qualificanti dell’intervento del Dott. Ennio Fortuna nell’esposizione che ha tenuto giovedì 19 maggio 2016 nella Sala del Convento dei Cappuccini a Mestre, a proposito della riforma costituzionale, è stato la sua dissertazione sul concetto di “Demos”, su cui si fonda la democrazia, a partire da Pericle.
Ad esemplificare l’insistente “insensatezza”  del Demos (con i riflessi che questo provocherebbe sul concetto stesso di democrazia), il relatore ha citato l’episodio della condanna di Gesù, contenuto nel Vangelo di Giovanni (cap.18).
In particolare è stata ricordata  la proposta di Pilato di scegliere tra Gesù e Barabba. Citando Hans Kelsen, Fortuna ha detto che per il giurista austriaco l’unico vero “democratico” fu in quell’occasione Pilato: il popolo (il Demos) si comportò da “insensato”.
Andarono proprio così le cose?
Ecco testualmente, per esempio, la “ricostruzione” che ne fa   Aldo Schiavone, uno dei principali storici italiani, nel suo recente libro “Ponzio Pilato “, ed. Einaudi, 2016, alle pagine 104-109:

“ … una fugace osservazione, sempre di Matteo, secondo cui sarebbe stata  la “folla” a decidere chi
liberare (“quello che volevano”) mi sembra non avere fondamento, e rientra invece nel quadro di una deliberata falsificazione su questo punto da parte della tradizione raccolta dallo scrittore, come diremo. Perché allora Pilato scelse proprio Barabba? …Pilato, dunque, credeva di aver scelto la persona giusta da contrapporre a Gesù per salvarlo: un sovversivo che i capi del sinedrio (egli pensava) mai avrebbero risparmiato.
Ma a chi, esattamente, Pilato rivolse la sua proposta? Secondo uno stereotipo entrato ormai a far parte dell’immaginario dell’Occidente, la scelta fra Gesù e Barabba fu proposta dal governatore al popolo di Gerusalemme –presente per l’occasione- che si sarebbe pronunciato senza esitare a favore di Barabba, contro Gesù. Uno dei più grandi giuristi del secolo scorso, Hans Kelsen, fondandosi (come dice) proprio sul racconto che leggiamo nel Vangelo di Giovanni, ha fatto di questo episodio, su cui è più volte ritornato, un doloroso ma limpido esempio del carattere intrinsecamente relativistico e avalutativo di ogni  democrazia. Lo “scettico” Pilato, di fronte al dogmatismo fideistico di Gesù, avrebbe coerentemente agito da democratico: si sarebbe “appellato al popolo” e avrebbe organizzato un “plebiscito” per scegliere quale salvare tra i due inquisiti; attenendosi poi in maniera scrupolosa al suoi risultato.
E’ stata un’interpretazione che fa fatto scuola, aprendo una discussione che è arrivata a sfiorare (senza però mai affrontarlo veramente) un tema cruciale: quello del rapporto intrinseco fra quantità (della maggioranza) e verità, fra numero (dei votanti per un certo provvedimento) e ragione, come presupposto quasi metafisico di ogni legittimità democratica.
Ma in Giovanni, per quanto incredibile possa sembrare, di questo “popolo” evocato con tanta sicurezza non c’è la minima traccia. Ci sono  “i giudei”, oi ioudaioi, nominati ben cinque volte in un breve spazio di tempo. Ma essi sono individuati esattamente e senza ombra di dubbio soltanto come coloro che avevano scortato Gesù da Pilato: dunque i componenti del sinedrio, semmai accompagnati dai loro servi e da un distaccamento della guardia del Tempio. Nessun altro. E’ un’identificazione, del resto, che ritorna con assoluta precisione in altri due luoghi el racconto di Giovanni: una prima volta quando vengono ricordati “i capi dei sacerdoti e le guardie” (e solo loro) come quelli che gridarono “crocifiggilo, crocifiggilo” riferendosi a Gesù (vi ritorneremo), e una seconda, quando sono indicati ancora “i capi dei sacerdoti” (e solo essi) come gli autori di una dichiarazione di completa fedeltà a Cesare (riparleremo anche di questo). E’ dunque solo a loro che Pilato propone la sua alternativa.
Il “popolo”, per Giovanni, non è mai stato coinvolto nella vicenda. Ed è un’assenza che dobbiamo prendere molto sul serio, visto che il quarto Vangelo è la nostra fonte migliore per la ricostruzione degli eventi che portarono alla morte di Gesù. Per Giovanni, tutto si compie all’interno di una cerchia ristretta: Pilato, Gesù e i sinedriti – una triangolazione serrata ed esclusiva.
E’ invece nei Sinottici che la scena sembra allargarsi ad altri protagonisti. Vediamo come. In Luca, all’inizio del racconto, si accenna ad una “moltitudine”, plethos, che conduce Gesù da Pilato: ma si vogliono certamente indicare solo i componenti del sinedrio e le guardie. Si racconta poi che Pilato, quando dichiarò per la prima volta l’innocenza di Gesù, prima di deferirlo a Erode Antipa, si rivolse “ai capi dei sacerdoti e alla folla”, tous archiereis kai tous ochlous: una presenza indistinta e passiva che probabilmente indica, ancora una volta, solo gli accompagnatori dei sacerdoti –il plethos prima nominato-  e che fa da semplice sfondo all’azione dei leder del consiglio giudaico.
Si dice infine che Pilato, al ritorno del prigioniero dalla residenza di Antipa, avrebbe convocato “i capi dei sacerdoti, e i maggiorenti e il popolo”, tous archiereis kai tous archontes kai ton laon, per insistere ancora sull’innocenza di Gesù. E qui senza dubbio sembra apparire un soggetto nuovo. Ma il richiamo è in realtà chiuso all’interno di una formula di rito: una clausola che doveva precedere ogni annuncio pubblico del governatore, senza che ciò implicasse davvero una presenza popolare attiva; e infatti nel seguito del racconto sono sempre e solo i sacerdoti e i maggiorenti quelli cui Luca chiaramente si riferisce.
In Marco e Matteo –soprattutto in quest’ultimo- siamo invece senza dubbio di fronte a un nucleo narrativo diverso. Per loro il popolo, la folla (laos, ochlos), svolge un ruolo meno marginale. Si tratta sempre, tuttavia, di masse manipolate dai sacerdoti (“ora i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero le folle…”, in Matteo; e “ i capi dei sacerdoti istigarono la folla”, in Marco). Come questo sia potuto accadere, tenuto conto dei rapporti non facili, in quegli anni, tra sacerdoti e popolo, tra aristocrazia sadducea e strati sociali più bassi, sia urbani sia contadini, è difficile da dirsi, e induce un’altra domanda: ammesso che ci fossero davvero, da chi era composta questa evanescente folla tanto facilmente manovrabile dai vertici del sinedrio? La risposta più plausibile è che si trattasse solo di gruppi relativamente ristretti , magari addirittura prezzolati, mobilitati in anticipo dai sacerdoti per dar loro man forte innanzi al prefetto romano, se mai ve ne fosse stato bisogno. In ogni caso, quindi, una presenza irrilevante, che non modificava in nulla il carattere degli avvenimenti.
Ma io credo che, in fin dei conti, la soluzione migliore sia di continuare a fidarsi della versione di Giovanni. Tutti i Vangeli insistono sulla popolarità di Gesù in quei giorni a Gerusalemme, dove (lo abbiamo visto) sarebbe entrato in modo trionfale. Se davvero vi fossero state masse a lui ostili raccolte innanzi alla residenza di Pilato, un cambiamento di umori così repentino sarebbe inspiegabile, e nessuno infatti è davvero riuscito a darne conto in modo persuasivo.
Non resta dunque che prenderne atto: in quelle ore nessuna parte significativa del popolo di Gerusalemme si radunò fuori del pretorio; oltretutto non abbiamo alcuna evidenza archeologica per supporre che lì vi fosse un luogo adatto per contenerla. All’esterno del palazzo di Erode il governatore amministrava pubblicamente la giustizia, teneva il suo tribunale: c’era evidentemente uno spazio aperto –forse un cortile-  capace di raccogliere un certo assembramento, non la piazza per un’assemblea. Era un posto per riunioni relativamente piccole e facilmente controllabili, non più di qualche centinaio di persone, è stato suggerito; non per organizzare “plebisciti” (come supponeva Kelsen).
Infine, non vi sarebbero stati il tempo né i motivi per una convocazione di massa: Gesù era stato arrestato in segreto, con un colpo di mano notturno, proprio per evitare una sommossa in suo favore. Come credere che adesso i sacerdoti desiderassero –o quantomeno accettassero- un bagno di folla?
Si potrebbe pensare a gente convenuta non per Gesù, ma semplicemente per assistere alla tradizionale liberazione di uno dei prigionieri, come sembrerebbe ricavarsi da una rapida frase di Marco; forse di amici dello stesso Barabba, che sapevano del suo arresto e speravano per l’occasione in un atto di clemenza: ma anche in questo caso si tratterebbe di numeri ristretti –la guarnigione romana non avrebbe certo tollerato grandi concentrazioni in sostegno di un arrestato- con una composizione del tutto particolare, e comunque non rappresentativa dell’intera comunità. Parlare di una consultazione “democratica” –e di un Gesù messo innanzi al popolo di Gerusalemme- è del tutto privo di senso, sia logico, sia storico.
Credo invece vi siano fondati motivi per supporre che Marco e Matteo avessero introdotto nella loro scrittura il tema della “folla” –abbiamo appena visto che Matteo la richiama impropriamente anche a proposito della consuetudine della liberazione del prigioniero- per una ragione precisa, pur rischiando di contraddirsi rispetto a quanto avevano prima riferito sulla popolarità del loro Maestro. A entrambi premeva molto, infatti, ricordare ai lettori come la morte di Gesù fosse responsabilità dell’intero popolo ebraico, e non solo di un piccolo gruppo di sacerdoti e eei loro accoliti: un passaggio di Matteo (su cui ci fermeremo tra poco) mi sembra rivelatore in questo senso.  ….”.


Mi sono permesso questa lunga trascrizione (e me ne scuso) perché la ritengo importante per alcune conseguenze. Se ha ragione lo storico Schiavone nel suo argomentare, non fu dunque il popolo di Gerusalemme (il Demos) a decidere liberamente tra Gesù e Barabba, ma fu un numero contenuto di persone indottrinate dai potenti di turno, in una situazione in cui non si parlava certo di separazione dei poteri.
Sarebbe allora errata l’interpretazione che ne ha data Kelsen (un giurista davvero importante, ma anche, per la verità,  parecchio contestato!) e risulterebbe  riduttivo l’esempio del dott. Fortuna,  almeno così come presentato.
Si riaffaccia qui, più in generale, l’antica e complessa questione di chi può manipolare il popolo e per quali fini e di chi decide se e quando il popolo eventualmente sbaglia (un Demos manipolabile e manipolato, specie in alcune circostanze, è cosa diversa da un popolo  perennemente “insensato” e portatore, dunque, di ignoranza ed inefficienza). Questione, com’è noto, molto ben indagata, assieme a quella della psicologia delle masse, dagli studiosi di  sociologia, di politica,  di psicanalisti,  dai giuristi, ecc. e su cui non mi dilungo.
 La storia delle varie dittature e dei vari totalitarismi succedutisi sin dai tempi antichi dimostra del resto ad abundantiam  l’ “uso” che è stato fatto, volta a volta, delle folle, indifferentemente per blandirle oppure per denigrarle, a seconda del bisogno.
Percorsi opposti, per quanto faticosi e per definizione mai completi, sono stati fatti invece nel tempo quando si è deciso di “aiutare” democraticamente (in senso pieno!) le folle ad autoemanciparsi, attraverso legislazioni dedicate, attraverso l’istruzione, la formazione e la cultura, attraverso la soddisfazione dei loro bisogni primari per consentire anche  quella verso esigenze “immateriali”, attraverso i media che proponevano la necessità di migliorarsi, di capire, di elevarsi anche spiritualmente sempre di più, attraverso forme progressive di partecipazione attiva e  progressivamente  consapevole.
E questo ha dato e dà, se compiuto con delicatezza, attenzione e sistematicità, “sale” alla democrazia: la riempie.
Chi al contrario dicesse (alcuni  lo pensano però non lo dicono) che è sufficiente che il popolo si esprima una volta ogni cinque anni (per le elezioni) e, per il resto, sarebbe bene fornirgli  panem et circenses e poco più, ebbene costui o costei  avvalora una concezione elitaria del potere, che è cosa diversa dalla democrazia così faticosamente conquistata passo dopo passo e come, tra l’altro, i “Popolari” hanno contribuito a sostanziarla ed a trasmettercela.
 Del resto, si sa, il Potere nelle sue varie espressioni non solo istituzionali (quello miope o addirittura cinico) preferisce da sempre “cittadini” distratti ed ignoranti.
Occorre dunque domandarsi –per restare a questo spaccato e non trattare d’altri argomenti pur interessanti- se le riforme proposte rendono al popolo, concretamente, la strada più facile di quanto sia ora, o com’è ora, o più difficile. E’ un tema, comprensibilmente, assai sensibile per noi “Popolari”.
Bisogna anche chiedersi se le riforme valorizzano il ruolo delle minoranze (purchè, evidentemente, esercitato nel rispetto della legge) o non modificano la situazione, o lo deprimono, relegandolo, ove fosse, di fatto ( per l’insieme di diversi, collegati e convergenti meccanismi), quasi solo a “testimonianza”.
Sarebbe anche opportuno considerare  –un altro tema “caldo” per la tradizione dei Popolari- se le riforme potenziano il ruolo delle Autonomie (locali e non), o se lo  mantengono, o se lo impoveriscono con riferimento ai principi di sussidiarietà, di differenziazione e di adeguatezza presenti nella Costituzione.

Queste alcune riflessioni “a caldo”, certamente opinabili, nate dall’intervento del dott. Fortuna,  riflessioni che mi permetto di mettere in circolo per l’Associazione.

Renato  Omacini 
Venezia, 20 maggio 2016.


INCONTRI AL CENTRO FRANCESCANO - "REFERENDUM CONFERMATIVO DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE - Informare e capire per fare scelte meditate











ASSOCIAZIONE I POPOLARI Venezia



REFERENDUM CONFERMATIVO
 DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE

INCONTRI PUBBLICI

Giovedì 19 maggio alle ore 18.00
Le ragioni del  SI
Relatore: ENNIO FORTUNA
già Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Venezia
Introduce: Longino Panizzolo



Martedì 14 giugno alle ore 18.00
Le ragioni del  NO
Relatore: LORENZA CARLASSARE
Professore emerito di diritto costituzionale all’Università di Padova
Introduece: Marino Cortese


Gli incontri si terranno
Presso il CENTRO FRANCESCANO – Via Cappuccina, 1 – MESTRE



Tram da Venezia: Fermata Villa Brizzo (dopo il cambio di P.le Cialdini)
Tram da Marghera: Fermata Villa Brizzo (Chiesa dei Cappuccini)
Autobus da Venezia: N. 4 fermata Cinema Corso – Mestre (Via A. Costa)
Autobus da Via Miranese: N. 7 Fermata Via Garibaldi –Mestre
Parcheggio: Via Andrea Costa

I Popolari Venezia sono un’Associazione culturale che si propone di studiare e  far conoscere la trazione politica dei cattolici democratici italiani e di stimolare il loro impegno nella società contemporanea.

Incontro con l'autore Mario Pettoello - 11 maggio 2016

LA CASA DELLE DONNE SOLE, di Mario Pettoello

Premessa
L’idea di scrivere questo libro è maturata a seguito del ritrovamento di una sorta di archivio famigliare dove erano stati conservati documenti di vario genere, ma tutti legati alla vita di una madre e di una figlia.  
La caratteristica di questi documenti, dovuti a ragioni le più diverse, è di essere nella stragrande maggioranza di fonte autografa.
Alcuni sono banali, come l’elenco delle città visitate nel corso degli anni; altri sono dovuti alla passione di caratterizzare a futura memoria, con uno scritto benaugurante, ogni ricorrenza del parentado; altri ci introducono, in varie forme e circostanze, nella conoscenza delle vicende che hanno segnato la vita, appunto, di una madre e di una figlia.
Dalla lettura di questi ultimi documenti, all’inizio piuttosto distratta ma via via, sempre più appassionante e appassionata, ho maturato la convinzione di avere in mano materia non solo per raccontare una storia, già di per sé interessante ma per descrivere pure un’epoca, un ambiente e una situazione tutt’altro che rara.
Questo libro, dunque, cos’è? Una biografia, solo una cronaca o, forse, un romanzo?
Non è una biografia, perché al racconto di fatti reali, accompagnati dalla parziale trascrizione dei documenti che li comprovano (caratterizzati da una stampa in corsivo) ho lasciato ampio spazio a una finzione letteraria verosimile, quando non sostanzialmente veritiera.
Non una cronaca, giacché il libro è attraversato e per certi versi caratterizzato da un frequente proporsi di riflessioni sul modo di vivere e d’intendere la vita.
Un romanzo, dunque? Questa l’intenzione con la quale mi sono avvicinato alla “materia” e la ragione che mi ha indotto a introdurre nel racconto alcuni meccanismi fittizi seppure, ripeto, mai in contraddizione con la documentazione trovata.





Sinossi
Prima Parte - 1980
Alla morte di Angela, la figlia Gianna (inizialmente chiamata Giovanna) ritrova una scatola dove la madre aveva conservato molte carte, lettere e documenti.
La Giovanna di allora aveva visto questa scatola per la prima volta a 18 anni,  prima di rientrare in collegio, e leggendo alcune minute di lettera e altri fogli della madre aveva appreso particolari sconosciuti della sua nascita. Angela, infatti, era una ragazza madre che aveva perseguito, inutilmente,  uno scopo preciso: ottenere la legittimazione della figlia. Un nome emerge dalle carte della madre, una sorta di presagio, seppure appartenga a persone diverse: Giovanni.
La notizia delle sofferenze incontrate dalla madre sconvolge Gianna, le compromette l’anno scolastico ma le da anche la consapevolezza che solo ripartendo da quella scatola potrà ritrovare un suo equilibrio. Ma al ritorno dal collegio scatola non c’è più e la ragazza sceglie l’unica cosa al momento possibile: dare un taglio al passato, seppure solo simbolico.   
“Mamma, perché mi hai voluto imporre la versione femminile di Giovanni? (…) Ho deciso, mamma, da oggi mi chiamo Gianna. Per tutti io devo essere solo Gianna”.
È sempre in questa occasione che Gianna chiede alla madre come mai nella loro casa non ci siano uomini, ma solo donne: la nonna, una zia, la madre e lei.
“La nostra – risponde la madre – non è una casa di sole donne, ma di donne sole.”

Seconda Parte - 2006
La seconda parte è la storia di queste donne sole, seppure il personaggio che fa da filo conduttore sia Gianna che apprende, appunto nel 2006, come il  male che sta contrastando da dieci anni  le dia ancora pochi mesi di vita.
Da questa consapevolezza nasce il desiderio di raccogliere in un solo contenitore le carte della madre e quelle che lei aveva conservato in una sua vecchia sacheta di scuola, per farne l’archivio di un’unica storia.
La storia di questa donne, e delle altre tre, è rivissuta attraverso una serie di flash back che prendono inizio dal ritrovamento della scatola nel 1980, quando Gianna s’era resa conto che la sua mente aveva rimosso il ricordo di tutti i momenti e di tutte le situazioni spiacevoli vissute da lei e dalla madre.
Ma le situazioni si susseguono; dalla sua rinuncia alla scelta religiosa su richiesta della madre alla scelta di dedicare comunque la propria vita agli altri; dall’incomprensione di cosa possa essere l’amore verso un uomo allo stupore per la devozione che la zia nutre verso il fidanzato morto in guerra;  dall’incontro con persone che hanno segnato la vita di Gianna al suo impegno sociale; dal ricordo della tragedia della grande guerra, nel racconto della madre, ai fatti della  seconda guerra mondiale, vissuta e sofferta anche da Gianna;  dalla sofferenza delle donne, che si perpetua nel tempo, alla sua costante attenzione verso i disabili. E altro ancora, mentre la scoperta del grande bisogno di amore della madre, così come le si rivela con la lettura della sua corrispondenza, la obbliga a confrontarsi con un qualcosa che aveva sempre volutamente ignorato.
“Veramente? - si era chiesta per tre volte – Veramente non conosco cosa significhi l’attrazione verso un uomo. E la mia è stata proprio una rinuncia volontaria? Non ne ho mai avvertito un simile desiderio?”.
Ma oramai è troppo tardi, o sarebbe troppo doloroso, rispondere a questa domanda. Meglio lasciar perdere e, affacciata alla finestra della sua stanza, guardando in strada, rivive gli ultimi attimi di vita, ricordando.
“È sempre alla finestra, quando il silenzio della strada, ancora deserta, viene interrotto all’improvviso dallo scalpiccio di una ragazzina che corre.
“Che stia scappando da qualcuno e andando incontro a qualche cosa? Che sia in ritardo o che voglia, invece, arrivare in anticipo? Non è forse proprio questa la metafora della vita? La mia vita?”
(…)
Per il momento è meglio chiudere le imposte. Gianna le chiude e non sa che é l’ultima volta che compie questo gesto.”


lunedì 11 aprile 2016

VERBALE INCONTRO DEL 6 APRILE 2016


Oggi, mercoledì 6 aprile 2016 alle ore 18 sono riuniti in una sala della municipalità di Marghera ( VE ) i soci dell’Associazione “ I Popolari Provincia di Venezia”. Sono presenti: Toffano, presidente, e i soci: Cortese, Omacini, Franzin, Celin, Saccon, De Toni, Lazzarotto, Capogrosso, Busatto, Panizzolo, Urlando, Montanari, Bertolin, Miraglia e Boccotti, verbalizzante.
Il presidente Toffano riprende la proposta, avanzata e accettata all’unanimità nella riunione del 2 marzo u. s., di promuovere un’iniziativa culturale sul tema delle riforme costituzionali, che, dopo essere state approvate dal Parlamento, saranno sottoposte a referendum popolare nel prossimo mese di ottobre.
Riguardo alle modalità di svolgimento, il presidente ritiene opportuno che siano organizzati due incontri pubblici, nell’ uno dei quali l’argomento sia presentato da un relatore favorevole alla revisione delle leggi costituzionali e nell’altro da un relatore contrario. Concordando l’assemblea su questa impostazione, occorre procedere all’individuazione dei predetti due relatori. A tale proposito il presidente sollecita i presenti a fornirgli, in tempi possibilmente brevi, consigli e suggerimenti atti a trovare i due esperti di diritto costituzionale che siano disponibili a prestare la loro opera per la programmata manifestazione.
Le date, l’orario e il luogo dei due incontri sono così fissati:
luogo: sala grande della Parrocchia dei padri Cappuccini a Mestre;
data e orario, rispettivamente: giovedì 19 maggio, ore 18 e giovedì 16 giugno, ore 18.
Il presidente propone, altresì, di tenere la presentazione del romanzo di recente pubblicazione: La casa delle donne sole, il cui autore, sandonatese, Mario Pettoello, è stato per lungo tempo, un esponente di primo piano del movimento politico dei cattolici ed ha anche rivestito importanti cariche istituzionali.
La proposta è accolta all’unanimità. La presentazione è fissata per mercoledì 11 maggio alle ore 18 presso la sala riunioni della Municipalità di Marghera in Piazza Sant’Antonio, previa verifica della disponibilità dello scrittore in tale data.
Per il 27 aprile p.v. è convocata l’assemblea dei soci per provvedere all’organizzazione delle predette manifestazioni.
Dino Lazzarotto fa presente che un gruppo di giuristi veneti sta lavorando a un progetto avente come fine l’istituzione di una macro-regione, che sarebbe formata dalle attuali regioni Friuli–Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Veneto e propone di dedicare un’iniziativa culturale a tale argomento. La proposta, accolta favorevolmente, sarà esaminata e portata avanti nella riunione del 27 aprile o successivamente.
Anna Maria Miraglia dichiara di aver sentito il consigliere del Comune di Venezia, Andrea Ferrazzi, il quale ha dato la sua disponibilità a tenere per i soci dell’Associazione una breve
comunicazione sul disegno di legge riguardante il contenimento del consumo di suolo e il
riutilizzo di quello edificato ora in discussione presso la Camera dei deputati.

La riunione si conclude alle 19. 30 ed ha un seguito conviviale in una pizzeria locale.

domenica 20 marzo 2016

VERBALE INCONTRO DEL 2/03/2016



Oggi, mercoledì 2 marzo 2016, alle ore 18, si riuniscono in una sala della municipalità di Marghera, ( Ve ), piazza sant’Antonio n.17, i soci dell’Associazione “ I Popolari Provincia di Venezia”. Sono presenti: Toffano, presidente, e i soci: Lazzarotto, Busatto, Montanaro, Cortese, Urlando, Franzin, Saccon, Capogrosso, Celin, Panizzolo, Miraglia, Salviato e Boccotti.
Il presidente Toffano, dopo l’iniziale saluto, rivolge ai soci una raccomandazione. Ognuno di loro dovrebbe impegnarsi a fornire almeno cinque nomi di persone potenzialmente interessate ad iscriversi all’Associazione e/o a partecipare alle sue attività e manifestazioni.
Successivamente, dà la parola a Boccotti per il programmato intervento della durata di 10 minuti.
Boccotti tiene la sua comunicazione sul tema:“ Riforme e riformatori nell’Italia repubblicana: qualche buon risultato e un fallimento”, il cui testo è allegato al presente verbale.
Il dibattito che ne segue è partecipato e animato. Vi intervengono Cortese, Toffano, Miraglia, Saccon, Lazzarotto, Capogrosso, Busatto, Urlando, Panizzolo e Celin.
Cortese riprende dai suoi ricordi personali di parlamentare e di assessore della Regione Veneto l’argomento della legislazione urbanistica, accennando alle conseguenze negative derivate dalla mancata approvazione del disegno di legge presentato da F. Sullo nel 1962.
Busatto mette l’accento sul fatto che la Regione Veneto, cui spetta la facoltà di approvare i piani regolatori predisposti dai Comuni, ha consentito un’eccessiva e disordinata proliferazione delle aree industriali e dei centri commerciali. Al grave danno apportato al territorio da queste scelte si deve, oggi, porre rimedio con una politica che punti alla concentrazione e all’accorpamento di tali aree e centri.
Miraglia, dopo aver rilevato che nel corso degli anni e decenni si è cominciato a esercitare un sempre maggior controllo sullo sfruttamento e consumo del suolo, propone che Andrea Ferrazzi, già assessore all’urbanistica del Comune di Venezia, sia invitato a tenere per i soci una breve comunicazione sulla legge che è a tale riguardo in discussione in Parlamento.
Il presidente Toffano riferisce questa ironica battuta di un suo amico generale dell’esercito, a sconsolato commento sulla speculazione edilizia che ha finito col deturpare il territorio della Regione Veneto:
“Il Veneto si è costruito un’invalicabile muraglia di cemento capace di fermare qualsiasi tentativo di invasione da parte dell’Unione sovietica.”
Il presidente consiglia poi ai presenti la lettura di un libro scritto da un illustre storico dell’architettura: Leonardo Benevolo, Le origini dell’urbanistica moderna in Italia, ( Editore Laterza ), 10 euro.
Per quanto riguarda la futura programmazione delle attività culturali dell’Associazione, il presidente propone di organizzare un incontro sulla riforma costituzionale, in vista del referendum che su di essa si terrà nell’autunno di quest’anno. La discussione dovrebbe essere introdotta da due relazioni, l’una favorevole e l’altra contraria alla legge in approvazione.
Busatto, a sua volta, propone di organizzare un incontro sullo scottante tema dell’immigrazione in Europa dai Paesi del Medio oriente e dell’Africa.
La decisione sulle due proposte è rinviata alla prossima riunione dell’Associazione, fissata per mercoledì 6 aprile 2016 alle ore 18 nella solita sede, con seguito conviviale in pizzeria.
Dopo di ciò la riunione si chiude alle ore 19.45.

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Allegato

RIFORME E RIFORMATORI NELL’ITALIA REPUBBLICANA
QUALCHE BUON RISULTATO E UN FALLIMENTO


Nei 10 minuti previsti per il mio intervento, mi riuscirà soltanto di fare un elenco di buone riforme e di buoni riformatori e di prendere in considerazione un unico tentativo riformatore, molto importante ma, purtroppo, fallito.
Senza pretesa di completezza e senza voler stabilire graduatorie, mi paiono particolarmente meritevoli di menzione e di ricordo le riforme e i riformatori seguenti.

1 ) Riforma per agevolare la costruzione di case per i lavoratori, il cosiddetto “ Piano Fanfani”
( legge 28 febbraio 1949 n. 43 ). Il piano aveva una durata di sette anni e fu prorogato per altri sette.
Il presidente del Consiglio era Alcide De Gasperi e il ministro del lavoro e della previdenza sociale Amintore Fanfani.

2 ) Riforma agraria, realizzata nel 1950, mentre era presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi e ministro dell’agricoltura Antonio Segni. La riforma consistette di tre provvedimenti legislativi, riguardanti la Calabria ( legge Sila ), varie parti d’Italia ( legge stralcio ) e la Regione autonoma Sicilia. Il programma di riordino fondiario non fu però completato. La riforma si proponeva l’obiettivo di riequilibrare a favore dei contadini lo sperequato rapporto tra loro e i grandi proprietari terrieri.

3 ) Riforma tributaria, volta a modernizzare e razionalizzare la tassazione dei redditi e la riscossione dei tributi. Fu attuata in tre tempi.
Legge di perequazione tributaria ( legge Vanoni ), nel 1951, essendo presidente del Consiglio A. De Gasperi e ministro delle finanze Ezio Vanoni.
“Riforma Tremelloni” nel 1956 che integrò la legge Vanoni, essendo presidente del Consiglio Mario Scelba e ministro delle finanze Roberto Tremelloni.
Legge delega del 1971 con cui furono riordinati e resi più moderni sia il sistema tributario per le imposte dirette, sia quello per le imposte indirette. Il presidente del Consiglio era Emilio Colombo e il ministro delle finanze Luigi Preti

4 ) Riforma sanitaria con la quale si andò oltre il sistema popolarmente chiamato“ la mutua”. Un sistema questo per il quale il diritto alla tutela della salute era correlato non all’essere un cittadino ma all’essere un lavoratore o familiare di un lavoratore.
Si possono individuare tre tempi di attuazione del processo riformatore.
a ) Istituzione del Ministero della sanità, scorporato dal Ministero dell’interno, con la legge 13 marzo 1958, n. 296, emanata durante il secondo governo Fanfani. Vincenzo Monaldi fu il primo titolare del nuovo dicastero.
b ) Trasformazione degli ospedali, in precedenza gestiti per lo più da enti di assistenza e beneficenza, in enti pubblici ( “legge Mariotti “ del 12 febbraio 1968, n.132 ), quando era presidente del Consiglio Aldo Moro e ministro della sanità, Luigi Mariotti.
c ) Trasferimento, nel 1974, dei compiti in materia di assistenza ospedaliera dallo Stato centrale alle Regioni. Dopo di ciò, fu completata la soppressione del sistema mutualistico e istituito il “Servizio sanitario nazionale”, con decorrenza dal primo luglio 1980 ( legge 23 dicembre 1978, n. 833 ), mentre era capo del governo Giulio Andreotti e ministro della sanità, Tina Anselmi.

5 ) Nazionalizzazione degli enti fornitori di energia elettrica e fondazione dell’ENEL con la legge del 27 novembre 1962, mentre Fanfani era capo del governo. Uno dei principali fautori della riforma fu Riccardo Lombardi.

6 ) Riforma della scuola media di primo grado con la legge 31 dicembre 1962, n. 1859.
Istruzione obbligatoria e gratuita in una scuola unica per tutti, istituita in ogni Comune. Presidente del Consiglio era Fanfani e ministro della Pubblica istruzione Luigi Gui.

7 ) Riforma in materia di patti agrari e di affitto dei fondi rustici, introdotta con legge 11 febbraio 1971, n. 11. Ne furono promotori i parlamentari Fernando De Marzi e Salvatore Cipolla, mentre capo del governo era Emilio Colombo. La legge stabiliva condizioni contrattuali più vantaggiose per mezzadri e affittuari rispetto ai proprietari della terra.


Nell’estate del 1962 Fiorentino Sullo presentò al Parlamento la sua proposta di legge urbanistica. Egli era ministro per i lavori pubblici nel governo di cui era presidente del Consiglio, Amintore Fanfani. Il ministro, appartenente alla sinistra democristiana della corrente di “Base”, intendeva introdurre in Italia “la stessa politica fondiaria urbana che aveva reso civili le periferie delle città di più evoluti paesi europei.”( E. Salzano, p. 3 )
Durante gli anni della ricostruzione post-bellica, in Italia gli insediamenti abitativi erano cresciuti enormemente e in modo incontrollato, specialmente nelle grandi periferie delle città. Era così iniziata quella progressiva devastazione del suolo, urbano e non urbano, che ancora oggi non è stata fermata.
Il ministro Sullo si proponeva di mettere un freno alla rendita immobiliare cioè a “quel elevatissimo gradiente che gratifica il proprietario del suolo quando il prezzo da quello del terreno agricolo ascende a quello del terreno edificabile.”( Salzano, p.3 )
Secondo la proposta di legge Sullo, la differenza tra i due prezzi non doveva andare nelle tasche degli speculatori edilizi, ma nelle casse dei Comuni. I quali Comuni dovevano assumersi l’impegno di:
-acquisire preventivamente le aree di espansione edilizia individuate nei loro piani urbanistici;
-calmierare il mercato degli immobili per abbattere il consistente prezzo delle abitazioni;
-provvedere alle opere di urbanizzazione e di mitigazione dell’impatto sull’ambiente causato da quanto veniva edificato;
-ridurre al massimo la densità fabbricativa, impedendo uno sfruttamento eccessivo e irrazionale del territorio.
La presidenza del Consiglio dei ministri, cioè Fanfani, fece sapere di “condividere in linea di massima i criteri informatori” del disegno di legge Sullo. ( E. Franzin, p. 11 ) Nonostante ciò, dopo varie traversie sulla narrazione delle quali non ci soffermiamo, il disegno di legge fu bloccato e messo in mora. Al fallimento del tentativo del ministro, che fu sottoposto a feroci attacchi, anche personali, da parte della stampa e dei suoi avversari, politici e non, corrispose la completa vittoria del partito trasversale degli immobiliaristi e palazzinari.
Dopo il non buon risultato, ottenuto dalla DC e dal PSI nelle elezioni dell’aprile 1963, al quarto governo Fanfani, primo di centro-sinistra, subentrò dal luglio al dicembre il governo cosi detto “balneare” di Giovanni Leone. Dopo di che il centro-sinistra continuò, ma il più dinamico e meno disposto alla mediazione, Amintore Fanfani, fu sostituito alla presidenza del Consiglio dei ministri col più prudente e più incline alla trattativa, Aldo Moro.
Il posto di ministro dei lavori pubblici nel nuovo governo toccò al socialista, Giovanni Pieraccini, che presentò un nuovo disegno di legge urbanistica diverso da quello di Sullo. Potremmo definirlo di compromesso. Esso conteneva elementi riformatori non irrilevanti, ma escludeva la facoltà di esproprio preventivo e generalizzato delle aree edificabili. Solo nel caso in cui i proprietari del terreno non riuscissero a consorziarsi o il consorzio non attuasse nei tempi prestabiliti gli impegni assunti, il Comune avrebbe dovuto espropriare le aree del comparto, corrispondendo ai proprietari un indenizzo. ( E. Franzin, p. 15 )
In ogni caso, con il secondo governo Moro ( luglio 1964-febbraio1966 ) una legge urbanistica conforme o simile a quella proposta da Sullo non fu più approvata.
Riporto su questo punto un giudizio di E. Franzin ( p. 12 ) che penso sia da condividere. L’accantonamento della legge urbanistica da parte del secondo governo Moro “ ha aperto una fase della storia economica e politica italiana, la quale dura ancora, che potremmo definire dell’aumento vertiginoso della rendita urbana e della cultura antiurbanistica con relativa estensione della corruzione dei settori del pubblico che gestiscono l’urbanistica. ( Bonora e Cervellati, 2009 )”
La vittoriosa difesa della rendita sui terreni urbani da parte dei gruppi sociali a essa interessati ha avuto, ed ha tuttora, le seguenti conseguenze sul piano economico e politico:
aumenta la spesa per la costruzione dei fabbricati e, in particolare, delle abitazioni a causa dell’alto prezzo delle aree edificabili;
favorisce lo spostamento dei capitali dagli investimenti imprenditoriali a rischio alla rendita parassitaria più remunerativa e sicura ( ad esempio, le concessioni autostradali ai gruppi finanziari );
innesca il meccanismo della corruzione sia in ambito politico per il finanziamento delle spese dei partiti o per l’arricchimento personale di singoli esponenti dei partiti, sia tra la burocrazia degli uffici pubblici dai quali dipendono l’urbanistica e l’edilizia privata;
offre un modello alla corruzione che si sviluppa nel settore dei lavori pubblici e in quello delle cosiddette “società partecipate” con il sistema delle tangenti sugli appalti e cose simili, nel quale rientrano sia esponenti politici, sia pubblici dipendenti.
Considerazione finale:
Riforme e riformatori nella vita politica italiana hanno una vita tormentata e quasi mai abbastanza lunga per portare a termine i loro progetti.
Una prima causa è la debolezza del quadro politico e partitico che non permette la formazione di maggioranze parlamentari coese e durature e quindi in grado di consentire la governabilità.
Una seconda causa è connessa con la prima. La debolezza dei governi facilita l’azione di Stati e di potenti gruppi di pressione stranieri che intendano influire sull’andamento della politica, traendone profitto a svantaggio dell’Italia ( si vedano i casi di Enrico Mattei e di Aldo Moro ).
Una terza causa è che i riformatori nei fatti e non nelle parole si trovano in genere al centro dello schieramento dei partiti e dei movimenti politici e sono sottoposti a una manovra a tenaglia che porta il suo convergente attacco sia dalla parte destra, sia dalla parte sinistra. L’attacco è in genere ispirato e guidato dal blocco trasversale formato da coloro ( gruppi o singole persone ) che godono posizioni di privilegio e temono di perderle, ben sapendo che ogni piccolo smottamento può essere l’inizio di una frana.
Tanto per non restare nel vago, nel momento nel quale viviamo, si potrebbero individuare tra gli oppositori alle necessarie riforme consistenti gruppi formati da appartenenti all’alta finanza, alla magistratura e ai “media” pubblici e privati, da esercitanti professioni con accesso chiuso agli estranei, da fruitori di trattamenti economici privilegiati, eccetera.
Sappiamo che è ora in discussione in Parlamento un disegno di legge sul contenimento del consumo del suolo e sul riutilizzo di quello edificato, presentato dal governo Letta nel febbraio del 2014.
Sappiamo anche che tale disegno di legge, che punta a ridurre la realizzazione di nuove costruzioni e a incentivare la rigenerazione urbana, non ha avuto finora un cammino facile.
Ecco che così si presenta al governo Renzi un’ottima occasione di dimostrare a se stesso e ai cittadini italiani la genuinità della sua vocazione riformatrice.

Per la questione della mancata riforma urbanistica di F. Sullo ci siamo avvalsi di due articoli apparsi su FOEDUS, n. 29 del 2011, ’Rivista dell’Associazione Artigiani e Piccole Imprese Mestre CGIA’, realizzazione e stampa Vigonza ( PD ) Mediamion srl, che sono:
E. SALZANO, Fiorentino Sullo e la rendita immobiliare Che cosa è cambiato, pp. 3-9;

E. FRANZIN, Fiorentino Sullo e il “Piano Solo” del generale G. De Lorenzo, pp. 10-23.