“Finalmente”, mi son detto, leggendo il testo di una breve
conversazione che Luigi Zoja ha tenuto con
Lucilio Santoni. Il titolo è: “Utopia della vita quotidiana”, ed. Castelvecchi.
Si tratta di una conferenza tenuta dallo psicanalista Zoja
nel luglio 2014 nell’ambito del “Futura Festival” di Civitanova Marche.
“Finalmente” perché a pag. 13 ho trovato scritto: “…Il vero “
intellettuale” deve offrire dei percorsi, delle tracce… deve indicare delle vie
d’uscita, delle possibilità”. In effetti, da un po’ di tempo mi capita di
leggere tante analisi, anche molto ricche e profonde, trovando però troppo
pochi tentativi di “risposte” concrete. E questo mi sta preoccupando.
L’Autore (l’intervistato) ha scritto tempo fa un libro
titolato: “Utopie minimaliste. Un mondo più desiderabile anche senza
eroi “. Ritorna sull’argomento in questa
conversazione, distinguendo tra utopie “massimaliste”, quelle del XX° secolo,
disastrose, ed utopie “minimaliste”. E’ convinto, infatti, che non si debba
rinunciare comunque all’idea di utopia.
Cresce l’indignazione, cresce l’ingiustizia sia verso gli
esseri umani, che verso gli animali, che verso la Terra tutta. La mobilitazione
però diminuisce.
Secondo Zoja “…una delle gravi perdite che la modernità ha
comportato, e, in particolare, il XX° secolo, è la perdita del linguaggio della
narrazione tragica… La nostra narrazione si è impoverita, americanizzata,
commercializzata, nel senso che viene da Hollywood: genericità, happy end e
cose di questo genere”.
L’utopia “minimalista” ha a che fare non con un oggetto
“bello, ma con quello “brutto”: come smaltiamo i rifiuti, ad esempio, si chiede
l’Autore.
Lui ritiene che “i gesti quotidiani” sono un buon punto di
partenza.
Terminata la lettura di questo libricino, devo dire che sono
stato piuttosto deluso rispetto alle “promesse”. Le ricette proposte (i “gesti
quotidiani”, a modifica della realtà, sia pure come inizio), non sono –a mio
modesto parere- né nuove, né incisive,
quanto necessario, rispetto ai “bisogni”.
Occorrerebbe chiederci –questo sì!- perché comunque questi
“gesti quotidiani” li pratichiamo, in genere, ancora troppo poco. Quali le
cause? Possiamo confrontare alcune nostre “proposte” in merito per uscire, noi stessi, dalle eterne
domande?
In ogni caso –e permettendomi di abbandonare lo schema tra
utopie massimaliste e minimaliste- penso che servano “progetti-utopia” davvero
forti, certo nello spazio quotidiano di ciascuno, ma sicuramente ben oltre a quello.
Qualcosa di più “strutturale” insomma; il Mahatma Gandhi
–citato dall’Autore- diceva: “Sii la
rivoluzione che vuoi vedere intorno a te”.
Giusto, ma forse quel “sii” dovrebbe
essere trasformato per noi, qui ed ora, in un “dobbiamo essere”, nel senso
kantiano, agendo collettivamente sulle leve perché ciò possa verificarsi concretamente in modo non violento.
Renato Omacini
Venezia,
febbraio 2017