venerdì 27 settembre 2019

LETTURE D’AUTUNNO

 Ecco una breve presentazione del libro di ENZO BIANCHI,  La differenza cristiana, Ed. Einaudi, Torino, 2006. In calce qualche riga di commento.

Su tre capitoli si snoda la riflessione dell’ex Priore di Bose:
1) laicità del rispetto;
2) la “differenza” cristiana;
3) dialogare ed accogliere l’altro.


Non c’è contraddizione – dice l’Autore – tra fedeltà alla chiesa e attaccamento all’istanza di laicità; no al laicismo, sì alla “giusta laicità” (Giovanni Paolo II) che diviene presidio contro l’utilizzo della fede come “religione civile”. Di contro, il laicismo “…vuole assolutamente relegare la religione nel privato, lasciandole soltanto uno spazio individuale ed escludendola da quello pubblico in cui tutti costruiscono la polis “.
Nella società italiana, sempre più pluralista, il cristianesimo deve vivere e collocarsi senza logiche di inimicizia e di creazione di un avversario. Se i principi e le scelte religiose diventassero legge imposta agli altri, avremmo un totalitarismo religioso. Segni di clericalismo aumenterebbero le inimicizie.
Sta emergendo, secondo Bianchi, un cristianesimo inedito che serve a fornire un’anima alla società, a tenerla unita: il grande rischio è che il Vangelo perda il suo primato, che venga meno la profezia. In aggiunta, la “ … situazione pare caratterizzata da torpore ed afasia da parte di molti cristiani”. Non importa la coerenza: la chiesa assume, nei criteri d’intervento e nei metodi, la logica della lobby.
Emerge la categoria degli “ indifferenti “ di fronte ai quali devono porsi i cristiani. Ritorno alle “ certezze “ per un’identità nuda e pura? No: ascolto ed accoglienza, per quanto difficili. I laici non tentati dal laicismo costituiscono un’opportunità per la fede cristiana.
C’è nella società la percezione che sia sempre più difficile elaborare valori fondamentali comuni e il pluralismo può condurre al relativismo. Serve un’erica non dogmatica, non data una volta per tutte, ma continuamente elaborata nella storia, nel cammino assieme agli altri uomini.




Da qui una considerazione “rivoluzionaria”: l’etica richiederà  – sostiene l’Autore – di “…privilegiare il rispetto per le minoranze e i loro diritti, non a scapito, bensì a solido fondamento dell’affermazione della volontà della maggioranza “.

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Nel secondo capitolo Bianchi analizza il concetto di “differenza” cristiana; il termine viene messo tra virgolette. L’idea di partenza è che anche in Italia “…i cristiani vivono in condizione di minoranza “; la tentazione è quella di declinarsi come “religione civile”, utile alla società. Così facendo, si rischia di svuotare la dimensione escatologica propria della chiesa.
Nell’immersione nella storia la comunità cristiana “…è chiamata a vivere una differenza nella qualità delle relazioni, divenendo quella comunità alternativa che …”.
Quanto particolarmente alla politica - dice Bianchi – che, se da un lato essa deve darsi spessore culturale, “…essa necessita anche di ricevere e darsi spessore morale ed etico “.
I cristiani dovrebbero chiedersi come mai, almeno in Europa, la cultura dominante è lontana dal cristianesimo.
Il cristianesimo non può essere confinato nella sfera privata ma è anche consapevole di non poter essere ridotto a politica né imposto come fede o come etica in una società plurale.
Sarebbe di grande aiuto – sostiene l’Autore – “…una vera opinione pubblica nella chiesa, un dibattito e un confronto serio tra i cristiani nella libertà e nell’accoglienza reciproca. Oggi invece il dibattito è quasi spento…”.
Scrive Bianchi: “…Secondo la bella espressione di Martin Buber, “il successo non è uno dei nomi di Dio”, e quindi i cristiani non saranno ossessionati dal dover ottenere risultati che rispondono più a una logica di riconquista che a una comunicazione della fede come il Vangelo la vuole e la determina “.
La comunicazione della fede deve essere un processo spirituale e la chiesa non può sentirsi e comportarsi come una fortezza assediata.
“…Nessuna mobilitazione di ordine politico, nessuna chiamata in soccorso lanciata a quegli “atei devoti” o, meglio, “atei clericali” che, da sempre estranei o diffidenti verso il cristianesimo, oggi lo scoprono come possibile strumento utile a consolidare il loro posizionamento nella società “.
I cristiani non possono confondere la chiesta con il Regno di Dio!
“…Attualmente… i fedeli impegnati in  politica si trovano in una situazione di diaspora, ricca di elementi positivi, senza ancora aver elaborato nuove modalità di manifestare il proprio contributo specifico di cristiani “.
I pastori, poi, non devono pretendere “…che la legge evangelica sia tradotta in legge vincolante per tutti, se non quando la coscienza di tutti è concorde nel richiederlo “.
Occorre vigilare – sostiene Bianchi – “…che non siano i cristiani stessi e la chiesa a produrre atei con i loro atteggiamenti disumani e intolleranti, con la pratica dell’autosufficienza e del non ascolto “. Come ricordava Ignazio di Antiochia all’inizio del II° secolo: “…il cristianesimo è opera di grandezza, non di persuasione “.



Il primo mezzo di evangelizzazione  resta la testimonianza quotidiana di una vita autenticamente cristiana.

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Nell’ultimo capitolo Bianchi tratta dell’accoglienza.

Mette in guardia sul fatto che “…esiste purtroppo quello che qualcuno ha definito uno “scisma sommerso”, la presenza di cristiani che se ne vanno per la loro strada “. Ma per poter allargare i cerchi del dialogo, è necessario promuoverlo innanzitutto nello spazio ecclesiale: senza scadere nella divisione, si abbia “… il coraggio e la libertà di esprimere anche un “dissenso leale” là dove non è richiesta l’unità della fede “.
Fin dalle sue origini il cristianesimo è plurale; il modello della comunione plurale è costitutivo del cristianesimo e la “ definizione della verità “ non può mai “…sostituirsi alla verità vivente, Gesù Cristo risorto “.
L’universalismo dei cristiani non deve degenerare in totalitarismo e va pensato come “…universale bisogno dell’altro “. La fede cristiana è transculturale.
Le persone ed i nuclei familiari non sono più capaci – sostiene l’Autore – “…come invece lo erano in una società più “arretrata”, di aprire concretamente la porta della propria casa al forestiero che bussa “.
“…E’ nell’ascolto che ci si confronta con la paura, sentimento che non va rimosso, bensì affrontato: non serva a nulla, infatti, negare la paura; si tratta invece di leggerla, di sottoporla a discernimento … “.
 Non vi è altra via alla convivenza civile che quella segnata da pace e da reciproco rispetto e da una convergenza di sentimenti riguardo alla vita sociale. E’, secondo Lévinas, la “responsabilità per l’altro”, impresa difficile, gratuita. E attenzione perché – sostiene Bianchi – “…il deficit di civilizzazione moderna risiede nella nostra assenza di risposta alla domanda: cos’è una vita? Cosa significa amare la vita? “.
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Ha 13 anni questo libretto, dunque anche le analisi  in esso contenute si riferiscono a “fatti” non proprio di ieri. Purtroppo a me pare che tali “fatti” persistano  in buona parte anche oggi. Se ciò è vero, non sarebbe, come cristiani, positivo. Tanto peggio se si fossero nel frattempo aggravati certi sintomi.

Mi rendo sempre più conto che il cristianesimo è davvero “rivoluzionario” e che la mitezza in cui doverosamente lo si deve proporre nell’ineludibile incontro con l’altro, non può sottacere questo suo carattere (il rispetto delle minoranze e dei loro diritti non a scapito, bensì a fondamento della volontà della maggioranza: ci rendiamo conto, per esempio, delle implicazioni  anche politiche?).


Come si è “illanguidito” nel tempo il fervore verso l’apostolato dei laici, la sua dignità, la sua libertà, predicati dal Concilio Ecumenico Vaticano II° !
E i motivi non mancano certo: è una “storia” che andrebbe ripresa in mano!

Come rapportarsi con gli “atei devoti”, con gli “atei clericali”, portatori di una “religione civile” di impostazione pagana? Siamo noi a “costruirli” con le nostre mancanze? E allora di che “altra” chiesa , di che altri cristiani (noi!) c’è bisogno?

In cosa pensiamo consista,  nel nostro piccolo, anche come Associazione, la “differenza” cristiana? Certo, è scritto: “…et portae inferi non praevalebunt “, al futuro. Ma noi , almeno secondo me, dovremmo fare in modo (“In Te, Domine, speravi!”) che anche nel presente il Male sia coraggiosamente chiamato col suo nome ed almeno arginato, compresa la sua dimensione quale si esprime, per noi che l’amiamo, nella Politica. Che ne pensate?


Venezia, settembre 2019.                                                                            Renato  Omacini


lunedì 9 settembre 2019

LETTURE D’ESTATE - Spiritualità e politica

 Liciano MANICARDI, Priore di Bose, succeduto ad Enzo Bianchi, pubblica per le Edizioni Quiquajon un libricino dal titolo: “Spiritualità e politica “.
Ecco di seguito, per l’utilità comune, una breve presentazione del testo e, alla fine, due righe di commento.
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Tutto parte da una interpretazione del termine “spiritualità”, inteso – secondo l’Autore – nel senso “…non religioso e ancor meno confessionale di ricerca e costruzione del senso del vivere ”.
Manicardi si rifà all’inizio al pensiero di Hanna Arendt, al suo “ tra ” come luogo di origine della politica. Si parte dalla interiorità per la “…costruzione e per la partecipazione feconda alla vita della polis”; nelle parole c’è il legame tra lo spirituale ed il politico.
Sostiene l’Autore che oggi “…la gente non conosce quale sia il suo vero interesse” e che la dimensione spirituale è “lo spazio accordato al gratuito”.
Serve una “politica dei volti” sensibile alla sofferenza, al grido: “Perché mi viene fatto del male?” .
Max Weber pensa che il politico debba essere attento alla propria vita interiore, vanificando la sua vanità. I regimi totalitari “…vogliono invadere l’interiorità e impossessarsi dell’anima delle persone”.
Tre sono le dimensioni da coltivare per Manicardi: l’immaginazione, la creatività ed il coraggio. L’immaginazione “…mette in pericolo una concezione della politica come tecnologia razionale del potere ”. La creatività: quella che “…fa uscire dal banale ”, che parte dallo stupore. Il conformismo (che lascia nella tristezza e nella frustrazione) è l’atteggiamento contrario della creatività. Essa, poi, è l’accettazione dei conflitti, come fonte di crescita. Il coraggio: “..è forza che spezza le corazze difensive della paura e della viltà ed osa comunicare qualcosa di difficile ”. Il coraggio ci libera dalla “ Io-crazia ” (cfr. Schicchi, La società della prestazione, Roma, 2017). Aggiunge Manicardi: “…Il coraggio diviene pure coraggio della normalità che è anzitutto il coraggio civico di fare il proprio dovere ”.



In un’altra sezione del libro, l’Autore affronta il tema della “parola” e della sua relazione con la politica. Cita la Arendt: “ ...Ogni volta che è in gioco il linguaggio, la situazione diviene politica per
definizione, perché è il linguaggio che fa dell’uomo un essere politico” (cfr. Hanna Arendt, Vita activa, Milano, 2013). E lui stesso dice, ricordando Enzo Bianchi e Carlo Maria Martini : “…La democrazia viene corrosa anzitutto con la corruzione delle parole ”. E ancora: “…Se la parola mente e manipola, nascono confusione, smarrimento, sfiducia…L’irresponsabilità politica rende la parola sempre ritrattabile ”. C’è, in politica, una parola importante: la promessa. Sostiene Manicardi: “…La parola della promessa agisce sul futuro e crea speranza ”.
Infine, nell’ultima sezione, l’Autore racconta del rapporto tra la politica e la morte. Cita Heidegger che dice che la coscienza di essere mortale ha condotto l’uomo a dare origine alla cultura, alla legge, alla comunità. Anche attraverso la politica. Anche attraverso la costruzione della comunità (da “ munus “ che vuol dire sia dovere che dono). Ecco le parole di Manicardi: “…l’uomo che vive con gli altri, resta mortale e morirà certamente, e tuttavia trova nella logica del dono la via di una morte vivificante ”.
Il riferimento alla morte ricorda alla politica l’importanza di apprendere la lezione dei limiti. Dunque “…lo spirituale può aiutare la politica a ritrovare un rapporto sano con il tempo e con il fare ”. Il tempo della politica non è quello dell’immediatezza.
In conclusione, un ammonimento: “…quando non ci si affida più al potere della parola, si finisce con l’affidarsi alla parola del potere, alla parola del capo ”.
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Una riflessione assai utile quella di Manicardi, scritta in un linguaggio piano e ricca di puntuali e pertinenti riferimenti bibliografici.

Tale riflessione resta però, a mio avviso, un po’ “condizionata” da quella interpretazione del termine “spirituale “ di cui si diceva in apertura, il cui significato resta volutamente limitato, nel caso del libro, ad una dimensione che mi è parsa, certo corretta, ma troppo “orizzontale”. Ma forse le mie attese erano sbagliate.

- Renato Omacini -