domenica 24 giugno 2018

LETTURE D’ESTATE - Renato Omacini


A molti non sarà sfuggito l’articolo che Ezio Mauro ha scritto su “ la Repubblica “ del 20 giugno 2018, col titolo : “ Il ministro e la tribù “. Lo riporto di seguito, per l’utilità comune.
“ Li  sta saggiando ad uno ad uno. Li tocca, li scuote, li prova. Interpretando il suo ruolo di ministro degli Interni come quello del Grande Guardiano, li ispeziona ogni giorno, indicando alla parte della popolazione più sensibile al tema della sicurezza il perimetro della sua stessa inquietudine, incentrandolo su figure precise che anima personalmente evocandole ad una ad una dal fondo del paesaggio nazionale, coma la minaccia incombente sull’estate italiana del 2018: lo straniero, il migrante, il clandestino e –da ultimo- il rom.
Schierarli insieme significa creare una mappa ideologica ed in buona parte artificiale dell’ansia italiana, metterla a fuoco in tutti i telegiornali, renderla canonica ed istituzionale con la benedizione del governo, coma se il Paese vivesse dentro una permanente emergenza nazionale. Per poi ingigantire l’opera meritoria del ministro di polizia che non ha ancora discusso una vera misura sull’immigrazione con l’Unione Europea, con la Libia o la Tunisia, con glia altri Paesi del Mediterraneo, ma ha chiuso porti alle navi Ong e annunciato censimenti dei rom, pronunciando slogan in favore di telecamera mentre trasformava l’emigrante e lo zingaro nei nuovi nemici degli italiani.
Gran parte della scommessa –oggi in crisi- della rappresentanza si gioca nella partita tra sicurezza e diritti. Una volta si diceva tra sicurezza e libertà, ma quando il sentimento della sicurezza si riduce, entra in crisi la percezione stessa degli spazi privati di libertà. Quanto ai diritti, purtroppo, oggi abbiamo smarrito la coscienza che fanno crescere la cifra complessiva della qualità del nostro sistema di vita, e siamo disposti a comprimerli, a vederli ridursi, in cambio di quote di sicurezza: dalle quali vorremmo in realtà la restituzione di un mondo solido e forte, che l’onda globale della mondializzazione prima e la crisi più lunga del secolo dopo hanno frantumato per sempre.
Alzare lo sguardo su questo universo nuovo, per puntare il dito contro lo zingaro è quasi incredibile. Non lo è più se il rom si collega al clandestino, al migrante raccolto in mare, allo straniero. Scopriamo che c’è del metodo in questa teoria: prima l’individuazione mediatica di una minoranza, poi la sua trasformazione politica in devianza, quindi l’indicazione polemica delle sue condizioni come un privilegio, quindi la promessa ideologica di misure discriminatorie che metteranno fine a questi presunti abusi, col sottinteso che vengono praticati (“la crociera”, “la pacchia”) a danno degli italiani.
In questo modo il governo non solo si allontana dai principi fondamentali della cultura liberal-democratica che hanno sempre funzionato da punto di riferimento per il sistema politico italiano nel Dopoguerra. Ma soprattutto arriva consapevolmente a sfiorare l’interdetto di alcuni tabù della democrazia occidentale nati addirittura dalla civiltà giudaico-cristiana: non dare soccorso nei nostri porti agli uomini raccolti nel Mediterraneo è infatti un modo di ammiccare, senza dirlo, a chi pensa che non bisogna raccogliere più nessuno in mare, basta, siamo forse noi i custodi dei nostri fratelli?
C’è poi l’abuso costante dell’ignoranza della storia. Bisognerà pure rileggersi di che cosa la colta e nobile Europa è stata burocraticamente capace nel pieno della sua prima modernità novecentesca nei confronti degli ebrei, e ben prima della soluzione finale. Si inizia con gli stereotipi negativi, i pregiudizi, che producono esclusione simbolica, seguono i comportamenti che provocano esclusione sociale, si aggiungono le misure che realizzano esclusione discriminatoria. Pierre-André Taguieff lo spiega bene, ricorda la tecnica della differenziazione, la compressione crescente dei diritti e la progressiva riduzione dello spazio di cittadinanza. La strumentazione ottusa di queste azioni è esattamente la ricognizione censuaria, la “lista”, perché sulla distinzione tra la popolazione legittima e gli “altri” si basa l’intento della salvaguardia del “noi”, della purificazione.
Dunque la neutralità burocratica e l’innocenza tecnica del “censimento” sono in realtà gli strumenti apparentemente neutri di un’operazione politica di delegittimazione, discriminazione ed emarginazione che la storia ha conosciuto. Tecniche amministrative al servizio di pratiche di governo ideologiche per cercare, stanare, registrare, additare, distinguere, e soprattutto separare persone. E’ il timore fobico di sempre che ritorna: l’ansia malata del “passeggero clandestino”, dell’infiltrato estraneo e parassita nell’organismo nazionale puro ed incontaminato, da preservare nelle sue sostanze primitive, anzi originarie, meglio germinali, la pelle bianca e il sangue, origine dei miti della specie e della razza.
Ovviamente non è nemmeno il caso di dire che i contesti sono diversi, i personaggi fortunatamente sproporzionati, uguale soltanto il silenzio degli intellettuali. Ma il grumo ideologico, nel suo piccolo, è intatto, quando trasforma il migrante o lo zingaro in colpevole davanti al tribunale del popolo, inventa il peccato d’origine e ricorre, coma Mario Calabresi ha ricordato qui, al meccanismo tribale del capro espiatorio: nel quale non a caso non sono i cittadini a decidere ma è la folla, che dopo la crisi ritroverà la sua unità attraverso il sacrificio caricando sul capro espiatorio tutte le colpe di tutti, ed espellendolo dalla comunità. Una comunità ridotta a tribù indigena, come una riserva indiana. Ecco cosa rischiamo di diventare”.
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Non c’è molto da aggiungere, purtroppo: sembra già impossibile che si sia arrivati a dover fare queste considerazioni. Avendo studiato un po’ di filosofia e di storia  - mi scuso per l’autocitazione , ma è la verità -  avevo previsto tutto ciò, con preoccupazione crescente, già alcuni anni fa. E si sta realizzando in Italia, in buona parte dell’Europa e nell’America di Trump.

Mi ha colpito il punto in cui Mauro , nel suo articolo, registra il silenzio degli intellettuali, oggi come allora; si direbbe oggi più gravemente di allora, avendo conosciuto i fatti e le derive passati. Ma alcuni intellettuali, in verità, hanno saggiamente parlato specie in questi anni e parlano tuttora: o sono ignorati (l’ignoranza diffusa sta avvolgendo come un polipo le sorti comuni), o non sono ascoltati perché “disfunzionali”.
C’è una connessione in tutto ciò con “questo” modello occidentale di sviluppo? Certo che c’è e grande come una casa! Per quanto ancora si tenterà di nascondere la cenere sotto il tappeto?
Questa frana rovinosa (e sinora non bloccata a dovere) delle cosiddette classi dirigenti, pubbliche e private (che avrebbero il dovere di contribuire, specie coll’esempio, a ben formare i cittadini) non meriterebbe di essere considerata - questa sì - una vera emergenza? Quanto colpevole ritardo!
Quanti colossali errori , in particolare, nella politica italiana di questi  vent’anni  (nelle sue “idee” di fondo)  ed in quella di questi diciotto ultimi mesi! Chi scriverà la storia parlerà probabilmente di un paesaggio frenetico  abitato mediamente da piccoli uomini ambiziosi, impreparati,  ossessionati dal loro “particulare” ed artiglianti le ultime briciole.
E questo è il “Titanic”, e questa è la rovina, costruita con le nostre mani a partire , non lo si dimentichi, dalle politiche coloniali. “Non sanno quello che fanno!” verrebbe da ripetere laicamente! Sembra quasi impossibile che si stia gradualmente “sciogliendo” in così breve tempo l’epoca ricca e positiva dei quarant’anni del dopoguerra. Corsi e ricorsi? Cosa stiamo cercando? Di cosa abbiamo bisogno? Quali ” compensazioni “ci servono come  fossero droga?
Ma se non è questo il “TREND”  che ci ha insegnato la nostra cultura politica di ispirazione cristiana ed umanista, cosa aspettiamo a scendere  PACIFICAMENTE  in piazza per contribuire, almeno,  ciascuno secondo le proprie forze, a fare un po’ di chiarezza. Il “buonismo” è altra cosa, l’utopia un’altra ancora: non funzionano!  L’ informazione, più oggettiva e più capillare  possibile, è fondamentale, così come lo sono politiche concordate, realistiche e progressive. L’Europa , però, rischia veramente di suicidarsi!
Chi ha un po’ di cultura e di generosità si faccia avanti, pur con senso della misura: diversamente potrebbe essere giustamente accusato, un giorno, di omissione. Non lasciamo solo Papa Francesco!


Giugno  2018.

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