A molti non sarà sfuggito
l’articolo che Ezio Mauro ha scritto su “ la Repubblica “ del 20 giugno 2018,
col titolo : “ Il ministro e la tribù “. Lo riporto di seguito, per
l’utilità comune.
“ Li sta saggiando ad
uno ad uno. Li tocca, li scuote, li prova. Interpretando il suo ruolo di
ministro degli Interni come quello del Grande Guardiano, li ispeziona ogni
giorno, indicando alla parte della popolazione più sensibile al tema della
sicurezza il perimetro della sua stessa inquietudine, incentrandolo su figure
precise che anima personalmente evocandole ad una ad una dal fondo del
paesaggio nazionale, coma la minaccia incombente sull’estate italiana del 2018:
lo straniero, il migrante, il clandestino e –da ultimo- il rom.
Schierarli insieme significa creare una mappa ideologica ed
in buona parte artificiale dell’ansia italiana, metterla a fuoco in tutti i
telegiornali, renderla canonica ed istituzionale con la benedizione del
governo, coma se il Paese vivesse dentro una permanente emergenza nazionale.
Per poi ingigantire l’opera meritoria del ministro di polizia che non ha ancora
discusso una vera misura sull’immigrazione con l’Unione Europea, con la Libia o
la Tunisia, con glia altri Paesi del Mediterraneo, ma ha chiuso porti alle navi
Ong e annunciato censimenti dei rom, pronunciando slogan in favore di
telecamera mentre trasformava l’emigrante e lo zingaro nei nuovi nemici degli
italiani.
Gran parte della scommessa –oggi in crisi- della
rappresentanza si gioca nella partita tra sicurezza e diritti. Una volta si
diceva tra sicurezza e libertà, ma quando il sentimento della sicurezza si
riduce, entra in crisi la percezione stessa degli spazi privati di libertà.
Quanto ai diritti, purtroppo, oggi abbiamo smarrito la coscienza che fanno
crescere la cifra complessiva della qualità del nostro sistema di vita, e siamo
disposti a comprimerli, a vederli ridursi, in cambio di quote di sicurezza:
dalle quali vorremmo in realtà la restituzione di un mondo solido e forte, che
l’onda globale della mondializzazione prima e la crisi più lunga del secolo
dopo hanno frantumato per sempre.
Alzare lo sguardo su questo universo nuovo, per puntare il
dito contro lo zingaro è quasi incredibile. Non lo è più se il rom si collega
al clandestino, al migrante raccolto in mare, allo straniero. Scopriamo che c’è
del metodo in questa teoria: prima l’individuazione mediatica di una minoranza,
poi la sua trasformazione politica in devianza, quindi l’indicazione polemica
delle sue condizioni come un privilegio, quindi la promessa ideologica di
misure discriminatorie che metteranno fine a questi presunti abusi, col
sottinteso che vengono praticati (“la crociera”, “la pacchia”) a danno degli
italiani.
In questo modo il governo non solo si allontana dai principi
fondamentali della cultura liberal-democratica che hanno sempre funzionato da
punto di riferimento per il sistema politico italiano nel Dopoguerra. Ma
soprattutto arriva consapevolmente a sfiorare l’interdetto di alcuni tabù della
democrazia occidentale nati addirittura dalla civiltà giudaico-cristiana: non
dare soccorso nei nostri porti agli uomini raccolti nel Mediterraneo è infatti
un modo di ammiccare, senza dirlo, a chi pensa che non bisogna raccogliere più
nessuno in mare, basta, siamo forse noi i custodi dei nostri fratelli?
C’è poi l’abuso costante dell’ignoranza della storia.
Bisognerà pure rileggersi di che cosa la colta e nobile Europa è stata
burocraticamente capace nel pieno della sua prima modernità novecentesca nei
confronti degli ebrei, e ben prima della soluzione finale. Si inizia con gli
stereotipi negativi, i pregiudizi, che producono esclusione simbolica, seguono
i comportamenti che provocano esclusione sociale, si aggiungono le misure che
realizzano esclusione discriminatoria. Pierre-André Taguieff lo spiega bene,
ricorda la tecnica della differenziazione, la compressione crescente dei
diritti e la progressiva riduzione dello spazio di cittadinanza. La
strumentazione ottusa di queste azioni è esattamente la ricognizione censuaria,
la “lista”, perché sulla distinzione tra la popolazione legittima e gli “altri”
si basa l’intento della salvaguardia del “noi”, della purificazione.
Dunque la neutralità burocratica e l’innocenza tecnica del
“censimento” sono in realtà gli strumenti apparentemente neutri di
un’operazione politica di delegittimazione, discriminazione ed emarginazione
che la storia ha conosciuto. Tecniche amministrative al servizio di pratiche di
governo ideologiche per cercare, stanare, registrare, additare, distinguere, e
soprattutto separare persone. E’ il timore fobico di sempre che ritorna:
l’ansia malata del “passeggero clandestino”, dell’infiltrato estraneo e
parassita nell’organismo nazionale puro ed incontaminato, da preservare nelle
sue sostanze primitive, anzi originarie, meglio germinali, la pelle bianca e il
sangue, origine dei miti della specie e della razza.
Ovviamente non è nemmeno il caso di dire che i contesti sono
diversi, i personaggi fortunatamente sproporzionati, uguale soltanto il
silenzio degli intellettuali. Ma il grumo ideologico, nel suo piccolo, è
intatto, quando trasforma il migrante o lo zingaro in colpevole davanti al
tribunale del popolo, inventa il peccato d’origine e ricorre, coma Mario
Calabresi ha ricordato qui, al meccanismo tribale del capro espiatorio: nel
quale non a caso non sono i cittadini a decidere ma è la folla, che dopo la
crisi ritroverà la sua unità attraverso il sacrificio caricando sul capro
espiatorio tutte le colpe di tutti, ed espellendolo dalla comunità. Una
comunità ridotta a tribù indigena, come una riserva indiana. Ecco cosa
rischiamo di diventare”.
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Non c’è molto da aggiungere,
purtroppo: sembra già impossibile che si sia arrivati a dover fare queste
considerazioni. Avendo studiato un po’ di filosofia e di storia - mi scuso per l’autocitazione , ma è la
verità - avevo previsto tutto ciò, con
preoccupazione crescente, già alcuni anni fa. E si sta realizzando in Italia,
in buona parte dell’Europa e nell’America di Trump.
Mi ha colpito il punto in cui
Mauro , nel suo articolo, registra il silenzio degli intellettuali, oggi come
allora; si direbbe oggi più gravemente di allora, avendo conosciuto i fatti e
le derive passati. Ma alcuni intellettuali, in verità, hanno saggiamente parlato
specie in questi anni e parlano tuttora: o sono ignorati (l’ignoranza diffusa
sta avvolgendo come un polipo le sorti comuni), o non sono ascoltati perché “disfunzionali”.
C’è una connessione in tutto
ciò con “questo” modello occidentale di sviluppo? Certo che c’è e grande come
una casa! Per quanto ancora si tenterà di nascondere la cenere sotto il
tappeto?
Questa frana rovinosa (e
sinora non bloccata a dovere) delle cosiddette classi dirigenti, pubbliche e
private (che avrebbero il dovere di contribuire, specie coll’esempio, a ben
formare i cittadini) non meriterebbe di essere considerata - questa sì - una
vera emergenza? Quanto colpevole ritardo!
Quanti colossali errori , in
particolare, nella politica italiana di questi
vent’anni (nelle sue “idee” di
fondo) ed in quella di questi diciotto
ultimi mesi! Chi scriverà la storia parlerà probabilmente di un paesaggio
frenetico abitato mediamente da piccoli
uomini ambiziosi, impreparati, ossessionati
dal loro “particulare” ed artiglianti le ultime briciole.
E questo è il “Titanic”, e
questa è la rovina, costruita con le nostre mani a partire , non lo si
dimentichi, dalle politiche coloniali. “Non sanno quello che fanno!” verrebbe
da ripetere laicamente! Sembra quasi impossibile che si stia gradualmente
“sciogliendo” in così breve tempo l’epoca ricca e positiva dei quarant’anni del
dopoguerra. Corsi e ricorsi? Cosa stiamo cercando? Di cosa abbiamo bisogno?
Quali ” compensazioni “ci servono come
fossero droga?
Ma se non è questo il “TREND” che ci ha insegnato la nostra cultura politica
di ispirazione cristiana ed umanista, cosa aspettiamo a scendere PACIFICAMENTE in piazza per contribuire, almeno, ciascuno secondo le proprie forze, a fare un
po’ di chiarezza. Il “buonismo” è altra cosa, l’utopia un’altra ancora: non
funzionano! L’ informazione, più
oggettiva e più capillare possibile, è
fondamentale, così come lo sono politiche concordate, realistiche e
progressive. L’Europa , però, rischia veramente di
suicidarsi!
Chi ha un po’ di cultura e di
generosità si faccia avanti, pur con senso della misura: diversamente potrebbe
essere giustamente accusato, un giorno, di omissione. Non lasciamo solo Papa
Francesco!
Giugno 2018.
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