lunedì 28 dicembre 2020

Il Signor Fiorenzo

 Mi piace riprendere una notizia di questi giorni: quella del  Signor Fiorenzo, 94 anni, che ha chiamato i Carabinieri di Vergato, località sull’appennino bolognese.

Solo, aveva bisogno di una persona fisica per scambiare gli auguri di Natale.

Positiva la risposta dell’Arma: la notizia e le immagini hanno fatto il giro del mondo (apprezzamento anche dalla Cina).

Due considerazioni brevi: diamo più spazio alla vicinanza ed alla tenerezza; non c’è tecnologia che le possa sostituire! A volte costa poco! Non facciamoci scrupolo di chiedere dignitosamente un po’ d’aiuto.

Seconda nota: molto è il bene che fanno i Carabinieri; vengono però per lo più riportate dai media le loro cattive azioni. Invece bisognerebbe maggiormente amplificare quanto di positivo avviene per merito loro (e delle altre Forze dell’ordine).

Piccole perle che partono dal Natale, ma hanno altri 365 giorni (ed oltre) dinnanzi a sé.

 

Renato Omacini

 

Venezia, 27 dicembre 2020.

martedì 22 dicembre 2020

Non dimenticare !

 



Domenico Guzzini, Presidente di Confindustria a Macerata, ha detto tra l’altro in un discorso di martedì 15 dicembre corso:

“ Le persone sono un po’ stanche di questa situazione e vorrebbero venirne fuori. Anche se qualcuno morirà, pazienza “

Due frasi: la prima sensata e quasi ovvia; la seconda vergognosa!

Questo è un rappresentante di Confindustria, quella del “Sole 24 Ore”, quella vicinissima al “Corriere della Sera” ed a “Repubblica”, testate divenute per me irriconoscibili, nell’obbedire a ben precise linee padronali. Per non citare altri quotidiani che ogni mattina leggiamo, nel     necessario pluralismo, entro i limiti di legge.

Proprio guardando in generale alla stampa italiana di oggi, non posso però  dimenticare le parole scritte da Licio Gelli nel suo segreto “Piano di rinascita democratica”, databile intorno al 1976.

Indicava tra gli Obiettivi anche la stampa “…escludendo ogni operazione editoriale, che va sollecitata a livello dei giornalisti  attraverso una selezione che tocchi soprattutto…” (e qui cita 11 quotidiani e 7 periodici).

Poi aggiunge: “…Partiti politici, stampa e sindacati costituiscono oggetto di sollecitazioni possibili sul piano della manovra di tipo economico-finanziario. La disponibilità di cifre non superiore a 30 o 40 miliardi sembra sufficiente a permettere ad uomini di buona fede e ben selezionati di conquistare le posizioni chiave necessarie al loro controllo “.

 Chi non si ritrova in posizioni simili, esprime (e come) il suo pubblico e privato dissenso? O la tiepidezza, l’opportunismo, la paura, gli interessi, ecc. la fanno ancora da padroni, com’è avvenuto nel passato in Italia e fuori?

E’ evidente che quelle esposte sono riflessioni del tutto e solo personali.

 

Renato  Omacini

Venezia, 21 dicembre 2020.

venerdì 11 dicembre 2020

Avvento (Renato Omacini)

 Sto rileggendo, in questo periodo di Avvento, alcune cose su Girolamo Savonarola.

Nelle sue omelie sul profeta Aggeo egli parla dei prelati, dei monaci e delle monache, dei frati. Poi tratta dell’Italia, poi di Firenze.

Aggiunge all’elenco – e ciò mi ha colpito – un riferimento ai “tiepidi”. Per Savonarola erano coloro che “compiono opere buone ma ostacolano il bene, che partecipano alle cerimonie e seguono i precetti, ma non hanno la carità “.

 

In proposito il Frate domenicano predicava così:

“ O tiepido, il tuo vaso è dipinto e par bello di fuori per la pittura, ma dentro non è così come pare di fuori… . Tu non hai inteso bene che cosa sia la vita spirituale e però, non la sapendo per te, non l’hai potuta insegnare ad altri. Il tuo vaso è tutto perforato, e il tarlo della invidia e della vanagloria l’ha tutto intarlato e perforato, e l’olio dello Spirito Santo non ha potuto star dentro, anzi, o tiepido, tu sei uscito fuori alle cerimonie e alle cose esteriori e hai lasciato la vera vita spirituale interiore e il vero culto divino e vivere cristiano… . Tu sempre parli male del prossimo e del tuo fratello senza causa alcuna giusta “.

 

Se per caso capitasse anche a noi di appartenere, magari solo qualche volta, ai “tiepidi”, ecco l’Avvento, tempo privilegiato di riconoscimento e di superamento, piano piano, dei nostri limiti.

Ed intanto aspettiamo l’eventuale nulla osta della Santa Sede per l’avvio della causa di beatificazione di fra Girolamo, avendo già presentato le proprie conclusioni positive l’apposita Commissione storico-teologica istituita a suo tempo.

 

 

 

Venezia, 9 dicembre 2020.

Piano inclinato (Renato Omacini)

Roberto Formigoni, condannato a quasi 6 anni per 6 milioni di tangenti (una “tassa” di 10 euro per ciascuno dei 60 milioni di italiani!) scrive su “ Libero “ del 6  dicembre 2020: “ Non mancano soldi alla UE. E’ solo che li sprechiamo “.

Questo potrà purtroppo succedere, almeno in parte, principalmente a cura dei “soliti” disonesti (singoli come lui o associati), perché si tratta di un piccolo tesoro che fa molta gola. Speriamo ovviamente di no.

Resta il fatto che sembra non esserci più limite alla decenza. Formigoni, aderendo finalmente alle sue profonde “convinzioni” religiose dovrebbe passare il resto della vita in un convento a fare penitenza (meglio se un po’ isolato). Invece non lo fa e nessuno, probabilmente, l’ha consigliato in tal senso.

Spero proprio di sbagliare, ma osservo una concatenazione sempre più fitta di eventi (piccoli e grandi) che, o per diffusa ignoranza, o per malafede, o per deliberato calcolo, portano passo passo la gente ad aver voglia, alla fine, dell’ “uomo forte”. Stanno infatti prevalendo, a mio parere, forze centrifughe in cui ognuno vuole fare e dire  come gli pare. Una società sana non può funzionare in questo modo.

Spero di non vedere quel giorno, se succederà!

E’ un peccato perché in giro c’è anche tanta brava gente.

Che ve ne pare?

 

Venezia, 9 dicembre 2020.

 

 

 

lunedì 30 novembre 2020

Avvento - (Renato Omacini )

 

L’altro giorno assistevo in Basilica di San Marco, davanti all’altare della Nicopeja, al canto del “ Magnificat “: inno stupendo, che andrebbe meditato e rimeditato.

Mi  ha colpito  particolarmente il versetto: “ Ha rovesciato i potenti dai troni “. Ha a che fare anche con la politica ed è perciò che vorrei condividere alcune brevi riflessioni.

Prendiamo il versetto prima in sé, senza legarlo al successivo: “ Ha innalzato gli umili “.

Ricordo un bel dialogo in proposito tra Vittorio Foà e sua figlia Anna: si chiedevano se era più appropriato riferirsi a singole figure, oppure ad atti simbolici (esempio, la presa della Bastiglia, o la caduta del muro di Berlino, ecc.); il potere cioè, più che il potente. Chi lo butta giù?

Il “Magnificat” dice che solo Dio lo può fare, ma se è così, ci sono ancora domande possibili da parte di noi uomini? Si pensi alle tesi di Lutero.  Si chiedeva Anna se rovesciare i potenti volesse dire solo rivoluzione od anche cambiamento; secondo suo papà, il Magnificat è rivoluzione, non costruzione del potere. E’ abbattere l’ingiustizia e la violenza.

Nella secolarizzazione  la rivoluzione non è più fatta da Dio, ma dagli uomini. E c’è di mezzo la forza che però non manca (con l’uso del verbo “ha rovesciato” neppure nel Magnificat).

E gli “umili” del versetto successivo? Il verbo usato (“innalzare”) non significa automaticamente mettere al loro posto. Cosa faranno gli “umili”? Si prostituiranno e, col tempo, esprimeranno nuovi potenti ingiusti?

Pensando un po’ a questo, ecco riemergere nella mia mente le figure di Gandhi, di Luther King, di Nelson Mandela: hanno usato certo la forza, ma, come sappiamo, una forza “diversa”.

Nel nostro piccolo, come credenti che amano la politica, se cerchiamo di essere alla sequela del Signore seguendo il “percorso” cantato dalla giovane Maria, dovremmo contribuire anche noi, storicamente ed attualmente, ad “innalzare” gli umili, facendo loro spazio, dando loro voce (anche voce politica); il resto verrà da solo, come conseguenza.

Quante domande, aperte a grappolo, su di un tale argomento difficile ma affascinante: potremmo confrontarci on-line?

Non può essere anche questo, in fondo,  un modo, particolare, di vivere l’imminente Avvento, cioè di preparare, in umiltà, i “sentieri-di-inciampo” per i potenti prepotenti, ingiusti e bugiardi?

 

Venezia, 29 novembre 2020.

domenica 22 novembre 2020

Il finanziamento della politica (Renato Omacini)


Far politica costa, ha commentato l’altro giorno il sen. Matteo Renzi, parlando della situazione di “Open”, la Fondazione a lui vicina.

Sembra una ovvietà, ma non lo è affatto e questa “ovvietà” dovrebbe entrare convintamente nei programmi di ogni Governo e nell’agenda di ogni Parlamento.

Si dice, per esempio, che la recentissima campagna elettorale americana sia costata 14 miliardi di dollari (sarebbero come 233 dollari per ciascun italiano).

Chi può permettersi cifre così? Ed a quali “restituzioni” (in varia forma) si prestano?

Si dice che i costi per l’elezione di un Presidente di Regione arrivino a 1/1,5 milioni di euro e che quelli per un Consigliere si attestino sulle 200/300 mila euro. Per non parlare dei Parlamentari.

Dunque, se le cose stanno in questo modo,  viene eletto, nella stragrande maggioranza dei  casi, chi ha grande disponibilità di denaro.

E le persone “normali” (che non hanno molti soldi), a cui piace la politica e che avrebbero preparazione e doti, che fine fanno? Stanno fuori!

Si tratta, com’è intuibile, di un formidabile problema per le democrazie: problema per la verità non nuovo, ma sempre più macroscopico. Se ne parla troppo poco!

In Italia, il recente taglio dei Parlamentari accentuerà molto probabilmente il fenomeno, dato che i posti sono di meno.

Se non si hanno beni e soldi “di famiglia”, occorre far ricorso a finanziamenti e/o donazioni di terzi, attraverso le Fondazioni, o in altro modo: un universo in cui a volte la trasparenza non la fa da padrona. Alcune disposizioni esistono, ma sono concretamente efficaci?

Si pongono due considerazioni: la prima è che non si può limitare a nessuno, ovviamente, l’accesso alle competizioni elettorali ai sensi di legge; la seconda è che i Partiti potrebbero garantire una certa quota di propri rappresentanti in lista con redditi “normali” (o addirittura senza), purchè dotati e ben selezionati.

 E per questa “quota” chi sosterrebbe le spese elettorali? Se lo facessero i rispettivi Partiti, il problema sarebbe solo spostato: chi finanzierebbe i Partiti e con quali garanzie?

Occorrerebbe pertanto pensare, a mio avviso, ad una diversa strada: quella, per esempio, di mini-donazioni (tracciabili e detassabili) fatte esclusivamente davanti a dei Notai. Donazioni non superiori, per esempio, a 100-200 euro, non replicabili. Circa 7-8 mila donazioni potrebbero forse bastare anche per eleggere un Parlamentare.

Poi – più tranquilli sul fatto dei soldi -  i candidati se la giocherebbero molto di più, come sarebbe giusto, sui contenuti, a partire dalla loro preparazione e dai loro profili.

Certo, la “raccolta” abbisognerebbe di tempo e ciò richiederebbe, da parte dei Partiti, una selezione dei candidati cronologicamente coerente e non, come si dice, dell’ultima ora.

Non so se la strada ipotizzata come esempio sia fattibile (considerate anche eventuali sue controindicazioni o addirittura impossibilità fattuali); ce ne saranno anche altre, certamente, di strade per raggiungere l’obiettivo.

La parola agli esperti di queste cose, in buona fede e nel confronto.

E voi, Amici, che ne pensate?

 

Venezia, Novembre 2020.

lunedì 9 novembre 2020

RISPOSTA A MONSIGNOR SCOLA DA PARTE DI ROMEO TOFFANO

 


Quanto allo scritto-intervista di Scola fa riflettere.

Da parte mia una volta consideravo un punto di forza, nel sistema scolastico nazionale  la scuola  paritaria, oggi non ne sono più  sicuro; mi domando cosa succerebbe se la Turchia,  per fare un esempio, finanziasse delle scuole dell'obbligo riservandole quasi esclusivamente ai ragazzini mussulmani del nostro paese. 

Forse è  da ripensare la scuola di Stato, del resto è  ancora il Ministero della Istruzione uno dei pochi romanocentrici; povera Azzolina a capo di una struttura che non può  controllare e guidare.

Ma come innovare la scuola  statale?

Certo non esiste la scuola neutra, non può essere, come la istruzione non è  nozionismo; quello che manca, e qua concordo con Scola, e la famiglia che può  dar senso  e significato alle cose, ma anche i corpi sociali intermedi liberamente scelti.

Forse la povertà  dell'insegnamento è  proprio perché  mancano nel sistema educativo questi due attori.

Noi, io,  per le scuole che ho fatto dovevo essere un perfetto marxista ma avevo mia nonna e  il centro parrocchiale e non solo...

Autorità  o autorevolezza e libertà,  vero,  ma l'autorevolezza se non c'è  non la puoi inventare. È  la società  che si vive che livella un po'  tutto, senza dire che l'autorità  spesso ci infastidisce...

Si potrebbe su questo  tema aprire un bel confronto ...


Proponiamo un’intervista al cardinale Scola effettuata da Matteo Matzuzzi, originariamente pubblicata il 31 ottobre 2020 dal quotidiano Il Foglio

 Banchi con le rotelle, collegamenti su Zoom, didattica a distanza alternata: trenta per cento in presenza, poi cinquanta, poi settantacinque, in qualche caso cento per cento. Il dibattito sulla scuola, in Italia, negli ultimi mesi è tutto qui: come conciliare le lezioni con l’andamento delle curve pandemiche. Il resto, si è perso. Eppure, mai come ora, soprattutto dopo i mesi di chiusura forzata, discutere di responsabilità educativa è fondamentale. Qual è la posta in gioco? A rispondere, in questa conversazione con il Foglio, è il cardinale Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano: “La posta in gioco la vedono bene i papà, le mamme, i nonni dei nostri ragazzi. Magari confusamente, percepiscono che il loro sforzo educativo deve trovare continuità in altre agenzie tra le quali le principali, in Italia, sono sicuramente la scuola e la chiesa. Il problema è intendersi su cosa sia educazione, su quale tipo di relazioni comporti, su quale sia il nesso fra la trasmissione dei saperi e l’inevitabile necessità di uno sguardo unitario, di un principio sintetico per affrontare la realtà tutta intera. Inoltre – aggiunge Scola – quale libertà? Quale autorità? Certo è un discorso complesso, però inevitabile. La dolorosa vicenda del lockdown ha messo in luce le crepe del nostro sistema scolastico generate dalla tendenza a ridurre l’insegnamento a pura istruzione. Si danno accuratamente le nozioni necessarie in vista del lavoro futuro, ma la dimensione educativa è spesso inesistente. Ho sentito da non pochi docenti e genitori che in alcune scuole si sta pensando di rendere permanente l’insegnamento a distanza perché sarebbe più efficace, eliminando alla radice problemi di sovraffollamento delle classi e di disciplina. Ma senza la dimensione delle relazioni quotidiane tra alunni e tra alunni e docenti non c’è più comunicazione di esperienza”.

Si sono lette in questi mesi storie belle, di adolescenti che sono rimasti incollati alle lezioni via computer quasi – ed è un paradosso – la scuola rappresentasse davvero l’evasione dal confinamento domiciliare imposto dal virus. Ma non sono poche neppure le vicende opposte, di percorsi interrotti e di relazioni sempre più complesse. Umberto Galimberti, un anno fa, scrisse sul Corriere della Sera che “i ragazzi non stanno bene ma non capiscono nemmeno perché. Gli manca lo scopo”. La scuola ha qualche responsabilità? “Succede sovente ai ragazzi di non stare bene senza capire il perché. Forse il limite di questa generazione giovanile non è anzitutto un limite dei giovani, ma degli adulti che camminano per lo più solo sulla base di frammenti di senso e di scopo. Per esempio: il serio impegno con il lavoro si accompagna sovente con il disordine affettivo, che produce crisi di coppia e infragilisce sempre più la famiglia. In tal modo sono gli adulti per primi che non sanno bene dove andare. Questo smarrimento, comunque venga vissuto, ha un riflesso imponente sui giovani”, dice il cardinale Scola, che aggiunge: “Perché la vita abbia un senso bisogna incontrare qualcuno che mi voglia veramente bene, cioè che ami il mio cammino e abbia a cuore il mio destino. Insomma, se non si propone ai ragazzi uno sguardo intero su tutta la realtà, li si lascia esposti a una frammentazione dell’io che è assai deleteria, come si vede dal doloroso incremento di suicidi di adolescenti. Indotti magari dai cosiddetti ‘giochi di ruolo’, pensiamo al terrificante ‘Blue Whale’. Mi ha colpito di recente un lungo colloquio avuto con un giovane di quarta liceo a proposito del suicidio di due suoi compagni di scuola. Il ragazzo la presentava come una scelta coraggiosa ed eroica. ‘Veramente eroica – ribattei io – è la passione con cui i tuoi genitori giorno dopo giorno ti accompagneranno testimoniandoti una vita intessuta di amore, di lavoro, di modalità di riposo. La pazienza che questo stile di vita implica ti farà scoprire ogni giorno di più la risposta alla ineludibile domanda di Leopardi, ‘E io, che sono?’”.

E la scuola può accompagnare questa domanda di senso? “Affinché la scuola assuma la fisionomia positiva descritta le condizioni sono due: libertà e autorità. L’educazione è impossibile senza libertà perché la libertà è la condizione necessaria per raggiungere il compimento del desiderio costitutivo del cuore. ‘La cosa più importante nell’educazione non è un affare di educazione, e ancora meno di insegnamento’, diceva Maritain. ‘L’esperienza […] non può essere insegnata in nessuna scuola e in nessun corso’. E l’esperienza deriva da una libertà che si gioca. Il ragazzo nel rapporto con l’adulto non deve sentirsi dominato dalla costrizione. Per questo è molto importante che, soprattutto gli insegnanti, riescano ad affascinare nel compito di trasmettere i saperi. E’ vero che due più due fa sempre quattro. Ma il modo con cui un insegnante di matematica trasmette la materia dipende dalla sua capacità di comunicarne la bellezza oltre che dal suo entusiasmo per il proprio lavoro. Cosa impossibile se l’insegnamento non comunica un senso. Evidentemente – prosegue il cardinale – ciò non implica che gli insegnanti, e ancora prima i genitori, non debbano costituire anche un argine naturale alla libertà insicura o per eccessiva timidezza e involuzione o per eccessiva trasgressione e sbandamento dei ragazzi. Quindi libertà e autorità mi sembrano fattori oltremodo decisivi, da perseguire instancabilmente. Gli educatori non devono mai considerare l’alunno come irrecuperabile a quella seria responsabilità richiesta dalla scuola che è l’anticipo del lavoro. Spesso, sia come insegnante sia come prete, ho visto ragazzi cambiare radicalmente la posizione di fronte agli adulti e anche di fronte alle materie quando si sono sentiti offrire un sentiero che ha messo in gioco direttamente la loro libertà, rendendoli migliori di quanto essi stessi pensassero”.

È possibile un’educazione per così dire “asettica”? Oggi quando si discute di scuola, sembra che la neutralità sia una medaglia da appuntare al petto, determinante. “Si sostiene che la scuola può essere laica solo se neutra, cioè indifferente a tutte le ‘diversità’, ivi comprese quelle etniche, culturali e religiose, destinate a crescere esponenzialmente con la massiccia presenza di studenti di origine straniera”, risponde l’arcivescovo emerito di Milano. “Anzitutto, per quanto abbiamo già detto della scuola come trasmissione di saperi a partire da un’esperienza, è impossibile che un insegnante non giochi la sua visione dell’istruzione stessa e della vita spiegando qualsivoglia materia. Quindi a mio parere la scuola neutra è pura utopia. Quanto poi all’affermazione che solo una scuola neutra può essere laica, essa comporta il mancato riconoscimento dell’evoluzione del concetto di laicità verificatosi nel nostro paese in questi ultimi cinquant’anni. A parte il termine stesso ‘laicità’ che rinvia al concetto di popolo (in greco laos) e quindi mette in campo l’intera società civile, purtroppo ancora oggi questa parola, soprattutto nel nostro paese, continua a essere condizionata dai problemi relativi al rapporto stato-Chiesa di origine risorgimentale. Una nuova laicità è necessaria considerando la ricchezza, la vivacità, la pluralità di espressioni sociali, culturali e politiche proprie di tutti i soggetti che abitano la polis. Il problema è coinvolgere tutti questi soggetti in un confronto reciproco costante, in vista di un riconoscimento che consenta il massimo di vita buona. Soprattutto per questo parlare di neutralità è pura utopia”.

“Libero” è un aggettivo che comunque crea qualche problema interpretativo: quando si parla di libertà della scuola, il discorso è ridotto a scuola di stato o non di stato. Ma è tutta qui la libertà della scuola, in una di queste due alternative? “No. Partendo dalla nuova concezione di laicità indicata, si vede che i soggetti costitutivi della società civile – anzitutto i cittadini con i loro diritti e i loro doveri, poi i corpi intermedi e infine gli organismi istituzionali preposti al governo della società – non hanno spesso sufficiente chiarezza su cosa s’intenda per scuola libera. Quando si parla di scuola, anche in questo doloroso frangente del coronavirus, la stragrande maggioranza usa l’espressione ‘scuola pubblica di stato’. Di fatto si continuano a considerare ‘private’ le scuole create e gestite da soggetti diversi dallo stato. Come se una scuola non fosse di per se stessa un fatto pubblico. Si rivela qui un’oggettiva carenza di libertà realizzata”. Prosegue Scola sostenendo che “non è difficile riconoscere che le esigenze, nate con l’Unità d’Italia, di promuovere la lingua nazionale e il senso d’appartenenza al nuovo stato, abbiano portato a concepire la scuola come un luogo di formazione del patrimonio di valori elementari comuni propri del nuovo cittadino. A tale modello si sono però intrecciate prospettive ‘ideologiche’. Non senza accenti anticattolici sia da parte della destra sia della sinistra storiche i diversi progetti – che ebbero poi nella celebre riforma Gentile, sostanzialmente confermata nei princìpi dalla Costituzione del 1947, lo sbocco più duraturo ancora oggi dominante – hanno sempre optato per il modello della scuola unica statale, ritenuta la più idonea a garantire libertà e uguaglianza. Pretendere oggi, dopo centosessant’anni dall’Unità d’Italia, di mantenere quest’unico modello misconoscendo ogni iniziativa di famiglie, corpi intermedi, Chiesa e altri soggetti significa lasciare incompiuto il diritto all’educazione come diritto primario, soprattutto delle famiglie. Da questo punto di vista, a mio giudizio, anche la riforma Berlinguer (2000), che ha introdotto la categoria di scuola paritaria, non è adeguata. Per tutto ciò – afferma l’arcivescovo emerito di Milano – senza qui esaminare gli inconvenienti specifici legati all’organizzazione scolastica di fronte alla morsa del coronavirus, credo che la pandemia, quando ne uscriremo, dovrà costringere i cittadini seri, i corpi intermedi e le istituzioni statali a rivedere la concezione della scuola – ormai diventata mito – come scuola unica di stato”.

Insomma, par di capire che non abbia senso discutere, nel 2020, di divisione tra scuola statale e scuola paritaria. “No. Ha senso parlare di un sistema scolastico pubblico e plurale. Di fatto in Italia, al di là delle proporzioni, esistono già almeno due modelli di scuola: quella statale e quella creata da liberi soggetti. Tuttavia, mentre la prima è economicamente in tutto sostenuta dallo stato, alla seconda è negata la necessaria parità economica. La parità giuridica senza la parità economica produce una grave discriminazione. Ogni volta che le paritarie sottolineano il servizio che rendono alla società italiana e fanno presenti le loro esigenze, si alza un coro di indignazione che fa leva su un’interpretazione restrittiva e scorretta, secondo molti studiosi, del famoso passaggio costituzionale ‘senza oneri per lo stato’”. E allora quale dovrebbe essere il vero ruolo dello stato? “La legge Berlinguer, istituendo il sistema scolastico nazionale come composto di scuole statali autonome e di scuole paritarie apre, almeno sulla carta, al riconoscimento del ruolo pubblico della scuola non statale. A ben vedere tuttavia, con l’introduzione del concetto di ‘autonomia’ non avrebbe più alcun senso operare distinzioni legate al tipo di gestione. La natura pubblica di una scuola non dipende dall’essere statale o paritaria, ma dal suo progetto educativo. Nel nostro paese però decentramento e autonomia scolastici sono lontani dall’essere compiuti. Permane una forte riluttanza a riconoscere che la diversità non è solo un rischio, ma anche un’opportunità di arricchimento. Di fronte ai comprensibili ostacoli rispunta la tentazione di affidarsi alle decisioni di un centralismo che liberi dalle responsabilità inevitabilmente legate all’esercizio affascinante della libertà. Tutto questo – conclude Scola – domanda di chiarire bene il compito dello stato compiendo il concetto di autonomia, cioè riconoscendo pienamente, anche a livello economico, ai soggetti della società civile il diritto di diventare attori propositivi di una scuola. Questo però implica che lo stato faccia un passo indietro impegnandosi a garantire, attraverso opportune forme di accreditamento, le condizioni oggettive di rispetto della Costituzione, soprattutto l’equità nel diritto all’accesso e alla riuscita oltre alla qualità delle proposte formulate. Come ho avuto altre volte occasione di dire, lo stato deve passare dalla gestione al puro governo del sistema scolastico”.

L'articolo Intervista – “La scuola neutra non esiste” proviene da Angelo Scola.

domenica 30 agosto 2020

La Lettera Pastorale del Patriarca Francesco (Renato Omacini)

 Nella Lettera Pastorale del Patriarca Francesco (cfr. “Gente Veneta”, n.30 del 28 agosto 2020) ci sono anche dei passaggi che riguardano la Politica.

Li riprendo di seguito, con personale sintesi, ad uso di un possibile confronto nella nostra Associazione.

Scrive il Patriarca:

1)     di non avere nostalgia di un passato non più esistente e di rifuggire da visioni ideologiche che mortificano il senso stesso della fede e della carità;

2)     di non volere andare a rimorchio, come Chiesa, di alcuna parte politica;

3)     che il Vangelo dichiara l’impotenza della legge;

4)     che pubblico, privato, imprese, associazioni, volontariato sono chiamati a fare rete;

5)     chiede una politica meno litigiosa e più coesa nelle decisioni che riguardano il Paese, che parli meno attraverso i social e i facili slogan, e più attraverso i fatti e il buon senso;

6)     offre la disponibilità del mondo ecclesiale ad offrire spazi idonei per aiutare la scuola a ripartire (con attenzione anche alle paritarie);

7)     riconosce gli sforzi positivi fatti, ma non sottace la necessità di operare in modo più condiviso, con maggior attenzione al mondo giovanile ed a quello della formazione;

8)     chiede di progettare investimenti per il futuro delle nuove generazioni;

9)     tale è principalmente il compito della politica, senza mirare al facile consenso (“pensare” il futuro oltre l’orizzonte dell’oggi); parla di “visione” e di “sogno”;

10)  in particolare, pensando a Venezia ed al prossimo ricordo dei suoi 1600 anni di vita, invita a progettare il suo futuro (anche come Città universale che appartiene al mondo intero).

 

Infine, concretamente, fa due proposte: A) adottare ciascuno un “invisibile”; B) offrire, come detto, spazi per le scuole.

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Per parte mia, mi permetto solo una rispettosa osservazione, là dove il Patriarca scrive che i giovani dovranno affrontare “i pesanti e perduranti squilibri economici, eredità di Covid-19, squilibri destinati, purtroppo, a rimanere nel tempo”.

Certo, questa Lettera Pastorale fa specifico riferimento alla ripresa nei mesi che si stanno davanti e chissà che si realizzano, anche col nostro modestissimo contributo,  le cose che Lui sostiene. Tuttavia, gli squilibri non sono solo – come ben sappiamo – “eredità di Covid-19”, avendo cause, ragioni e responsabilità politico-economiche (anche ben individuabili) su scala nazionale ed internazionale, come ben ci fa notare Papa Francesco.

Che ne pensate?

Venezia, 29 agosto 2020.

Arraffa – arraffa ? (Renato Omacini)

Cinque anni di mandato legislativo od amministrativo corrispondono a 2.628.000 minuti di vita.

Ogni minuto va sfruttato perché, rispetto a 40 anni di lavoro, rappresentano solo il 12,5% del tempo. E’ una tentazione quasi irresistibile!

Naturalmente, ci sono essenzialmente tre modi di farlo dal punto di vista qualitativo: bene, male, così-così. Lascio a ciascuno ogni considerazione in proposito.

Considero, ora, il “debito” di questi minuti col passato: il background culturale e professionale di cui si nutrono. E’ evidente che tanto più è ricca la linfa sotterranea che alimenta l’esercizio del potere legislativo o amministrativo, tanto più l’apporto sarà qualitativo ed argomentato (la vicenda dei Padri costituzionali ne è un esempio).

Vediamo, di seguito, invece la possibile proiezione nel futuro di questi 2,5 milioni di minuti. Essa può essere nulla nel senso che uno pensa solo ai 5 anni e poi, come si dice, chi vivrà vedrà. Oppure questi minuti possono incubare (per deliberata passione, ricerca e generosità) un futuro migliore, nel medio o nel lungo periodo. Anche qui lascio a ciascuno ogni considerazione.

Casistiche differenti, forse da “Tenero-Giacomo”: quel che resta, però, sono, schematicamente, due cose: o una rinnovata riflessione, individuale e collettiva, sul proprio modo di porsi come legislatore o  amministratore, oppure una solenne alzata di spalle!

Ci vuole, certo, nelle cose umane, una sufficiente dose di bonarietà, però non vedrei una “terza via”.

Che ne pensate?

 

Venezia, 26 agosto 2020.

 

 

sabato 22 agosto 2020

Quale crescita? (Renato Omacini)

Carissimi/me,

ecco, di seguito, qualche riflessione dedicata al tema della “crescita”. Non sono un economista e perciò il testo si limita ad evidenziare una possibile grande contraddizione, per prenderne , se l’analisi è condivisa, piena consapevolezza.

Più tecnicamente, potremmo, come Associazione, avvalerci dei nostri esperti interni ed invitare o sentire qualche autorevole esterno (Covid permettendo) per risultare, possibilmente, più concreti.

Sta di fatto, mi pare, che il cosiddetto fronte progressista  del nostro Paese (ma non solo) sta raccogliendo, per lo più, fiori di loto e si addormenta. Forse l’Europa si sta un po’ risvegliando.

Che ne pensate?

C’è qualcuno che non desidera la crescita del nostro Paese? Mattarella, Conte, Di Maio, Zingaretti, Renzi, Salvini, Meloni e, da ultimo Draghi, ecc. tutti  la vogliono.

Il problema politico centrale è però riferito – credo – a “quale” crescita si aspira e con quali mezzi.

Se è la stessa crescita che governa l’Occidente dai tempi di Reagan e della Thatcher, è meglio cambiar strada: ritengo infatti che essa abbia prodotto  più problemi, a livello globale, di quanti ne abbia risolti.

Dunque servirebbe una crescita diversa: Draghi, nel suo recente intervento a Rimini, ha detto che essa deve rispettare l’ambiente e non umiliare la persona.

Chi non è d’accordo, teoricamente, con queste affermazioni? Ma finora non è stato prevalentemente così!

Il problema riguarda anche gli  strumenti: gli “ingredienti” che hanno sostenuta la crescita negli ultimi decenni non sono compatibili, mi pare, con la nuova .

Qui sta la vera scommessa e qui sta la “visione” politica, per chi lo voglia!

La lezione più profonda e lungimirante arriva (incredibile!) da due non-politici: Gonxhe Bojaxhiu       (Madre Teresa di Calcutta) e Giorgio Bergoglio. Quest’ultimo, in particolare, ha scritto e divulgato  5 anni fa un documento eccezionale intitolato “Laudato sì”.

domenica 26 luglio 2020

Un’idea sull’Europa (Renato Omacini)


 Passerò forse un po’ per visionario, ma, da credente, sono portato a vedere, nel recente svolgersi del confronto europeo (e nella sua positiva conclusione), la presenza di alcuni granelli posti dallo Spirito Santo.
Granelli almeno di tre dei Suoi sette doni: sapienza, intelletto, consiglio. Del resto, non sarebbe troppo sorprendente: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future” (Gv 16, 13), è scritto!
Non è dunque per irriverenza, né per sproporzionata idea, né – spero – per angusta, localistica visione, che penso ad una forma di “illuminazione” dall’alto. Non agisce, peraltro, la Trinità anche qui ed ora per mezzo degli uomini e delle donne del nostro tempo? Non si parla forse di filosofia e di teologia della storia?
Nel caso specifico e laicamente  parlando, sì è trattato di un passaggio determinante in Europa, per una parte della popolazione mondiale. Il passaggio più decisivo degli ultimi sessant’anni, da quando, cioè, De Gasperi, Adenauer e Schumann concepirono l’idea di un’Europa nuova ed unita.
Cinquecento anni di guerre quasi ininterrotte avevano insanguinato i singoli Stati europei: due mondiali nell’ultimo secolo.
La visione di un “destino comune” come presupposto e garanzia di mantenimento della pace e per un nuovo sviluppo comunitario fu, come sappiamo,  la molla che rese possibile il farsi dell’ ”Evento-Europa”.
Poi sappiamo com’è andata nel corso di questi decenni: da 6 a 27 Stati, con i vantaggi e con i problemi che ne sono conseguiti e che registriamo.
Sino al punto di aver sfiorato, nei giorni scorsi, la deflagrazione dell’Europa a fronte, paradossalmente, di un obiettivo “nobile”: la salute, nel progresso comune.

Se la trattativa fosse fallita, sarebbe stato come riavvolgere all’indietro il nastro del tempo e della storia.
Il ritorno, nuovamente, agli Stati nazionali, inevitabilmente esposti – è nelle cose – al rischio di forti contrasti e persino di scontri tra di loro.
Ecco cosa c’era realmente sul piatto, oltre naturalmente al problema dei finanziamenti per la difficile situazione che tutti stiamo vivendo!
Alcuni Leader (tre donne soprattutto: Angela Merkel, Ursula von der Leyen, Christine Lagarde, oltre al Presidente del Consiglio europeo Charles Michel) sono stati determinanti.
Bene, tra parentesi, anche il nostro Paese che deve prepararsi, ora, al “secondo tempo” in tutta serietà, trasparenza ed efficacia. Lo spero vivamente.
Dunque, questa volta, una Politica  responsabile, capace anche di vedere dove sta l’errore e chi lo alimenta magari  per localistici interessi elettorali.
Molti problemi restano, naturalmente, dietro l’angolo: non è tutto oro, a cominciare dal possibile indebolimento della Commissione. Intanto, però, è un buon passo!
Una Politica certo autonoma, laica, com’è giusto che sia, ma – penso – non “dimenticata” da un Paraclito cui è stato assegnato un compito talmente grande e per tutti che  è difficile perfino comprendere.
Che ne pensate: sto esagerando?


Venezia, 22 luglio 2020.

domenica 5 luglio 2020

VERBALE INCONTRO DEL 2 LUGLIO 2020


Sono presenti: Romeo Toffano, Longino Panizzolo, Francesco Borga, Renato Omacini, Clara Urlando, Francis Botter,  Gianfranco Boccotti, Virginio Celin, Bruno Malagutti,  Claudio Bertolin, Annamaria Miraglia, Luciano Orsella.

Apre la riunione Romeo Toffano per ricordare che l’incontro di questa sera sarà l'ultimo incontro della sessione primaverile.
Prende la parola Renato Omacini per spiegare la sua proposta di  invio di una lettera, al Presidente del Parlamento Europeo On. Sassoli, con lo scopo  di dare più  impulso all'Unità  Europea. Riferendosi poi alla esperienza ‘lapiriana’  afferma che bisogna osare, che non si deve avere paura e leggendo la lettera preparata dice  che   lo scopo della stessa è quello di suggerire all’On. Sassoli alcune iniziative intese a dare forza all'idea europea come prefigurata da De Gasperi Schumann  e Adenauer.
Annamaria Miraglia suggerisce delle piccole modifiche da apportare alla lettera e segnala delle possibili partecipazioni per un eventuale convegno.
Dopo una breve discussione che vede  interventi da parte di Borga, Boccotti e Bertolin si decide che ognuno potrà apportare integrazioni e/o modifiche al testo per poi definire a settembre modi e forme per la spedizione della lettera a Bruxelles. Viene ipotizzato inoltre  un incontro da tenersi a Mestre/Venezia sul tema, che dovrà prevedere anche  la presenza di una figura istituzionale della governance europea.  
Romeo Toffano introduce il secondo argomento dell'o.d.g. che riguarda la Città.  
Giancarlo Boccotti si preoccupa che la tematica non venga trattata solamente in una logica storico-dottorale ma che si debba parlare sul concreto, magari della nostra realtà  veneziana.
Renato Omacini afferma che vi debba essere questo e quello e che per i cattolici democratici  la vision della ‘Jerusalem celesti’ fa parte del bagaglio culturale, sicuramente da conoscere .
Francesco Borga ritiene che le comunicazioni sul tema debbano avere due facce: una finalizzata alla autoformazione dei componenti l’Associazione, l'altra alla Comunità  veneziana più  in generale.
Clara Urlando accenna a temi presenti oggi sul dibattito sociale e politico, quali: il Forno Inceneritore di Fusina, il Vallone Moranzani, il Porto..
Annamaria Miraglia afferma che il tema è  l'interessante soprattutto  per la Città  metropolitana ancora priva di una sua visione.
Romeo Toffano chiede che ognuno dei partecipanti formuli una sua proposta su come avviare l'iniziativa sul tema della Città; una proposta non più lunga di 5/7 righe dattiloscritte per poi fare sintesi.
La riunione chiude alle ore 20,15 con l’impegno di ritrovarsi giovedì 10 settembre 2020 alle ore 18.



lunedì 29 giugno 2020

I costi della democrazia


In copertina del n. 77 de “L’Espresso” (28.6.2020) c’è una vignetta di Mauro Bianchi. Vi compaiono un signore in giacca e cravatta che dice:  “La democrazia costa troppo “; a fianco, una figura più giovane che si apre la camicia e mostra una maglietta con stampata una forbice e risponde: “ Riduciamola “.
I vignettisti, si sa, hanno il dono della sintesi e le loro valutazioni sono generali.
In realtà, se ci pensiamo un po’ sù,  non è tanto la democrazia che costa, quanto, molto di più, i suoi disservizi ed il mancato rispetto delle sue regole.
Le promesse non mantenute da un lato – ricordiamo a proposito la grande lezione di Norberto Bobbio -  e la cattiva produzione, mantenimento e distribuzione della ricchezza (perché in capo, con metodi legali ed illegali, a pochi) generano principalmente il suo sfiancamento.
Ma non tutti se ne dolgono, anzi; alcuni desiderano proprio questo: la sua sostituzione con altri regimi (che, comunque, non sarebbero, tra l’altro, a costo zero).
E’ evidente che maggiore è la consapevolezza di un Popolo, grazie all’istruzione ed agli scambi, più aumenta la richiesta di servizi che dunque grava organizzativamente e finanziariamente sui sistemi  democratici.
Il modo per pagarli (a parte quelli del tutto voluttuari e secondari) è in capo, specie quando la torta è piccola, alla politica, ma anche, come sappiamo, ai comportamenti di noi cittadini.
Si possono anche fare debiti, se costretti, per fronteggiare situazioni di emergenza (lo vediamo!), ma non per distribuire mance e mancette o per promuovere grandi opere inutili, o per non agire su indispensabili lavori di prevenzione. Non, comunque, per compensare “buchi” e sottrazioni provocate dalla criminalità.
La democrazia , dunque, va certo corretta, iniziando, a mio parere, dai criteri di selezione dei rappresentanti del Popolo (i loro requisiti personali e la loro situazione finanziaria: ora, solo i ricchi arrivano!). Ma non va certo ridotta. Più aumenta la complessità del mondo per evidenti ragioni, più le decisioni richiedono competenze, tempi, confronto e pazienza. Tutto il contrario del “tutto e subito” che ancora esce, nel mondo,  dal flauto di moderni , ingannevoli incantatori.


- Renato Omacini -


Venezia, 29 giugno 2020.  



                                                                                     

Lettera aperta alle Amiche ed agli Amici dell’Associazione


Carissme/mi,
credo che occorra dirlo con realismo: oggi la nostra Associazione è un “ DONO “, quasi tutto sulle spalle di 5-6 persone. E’ la verità, non vuole assolutamente essere una critica a nessuno. Si dirà: “è sempre così!” ed in buona parte è certamente vero.
Chi partecipa è sempre benedetto e bene accolto, anche se venisse solo per ascoltare: non c’è dubbio.
E però (con quel senso dei nostri limiti che è stato più volte richiamato e nel rispetto di tutti e di ciascuna/no), occorrerebbe, credo, un piccolo scatto di generosità e di impegno. Le potenzialità ci sono!
E’ pre-politico, come sappiamo, il nostro pensare ed agire, lontano mille miglia da un “sentire” legittimamente anche partitico, nel pluralismo.
E’  auto-formativo il nostro stare assieme; è anche un po’ divulgativo, a mezzo di eventi esterni.
Infine, è un modo, umile ed indiretto, se vogliamo, per contribuire a costruire PACE, di cui la nostra civiltà sofferente ha estremo bisogno, fin nelle sue fibre più feriali ed ordinarie.
Credo che, per un ulteriore passo in avanti, oltre naturalmente a potenziare le relazioni con i mondi esterni, servano un paio di persone, preferibilmente giovani, che ci aiutino a progettare ed implementare,  oltre al nostro Blog, Internet, Facebook, Instagram, ecc.
Poi sappiamo che anche il nostro “pensare” è in fondo  un “agire”.
Coraggio, forza, gratitudine: piccola Comunità, la nostra, piccola palestra di un “NOI” un po’ sàpido. Siamo consapevoli, per esempio, che  la prima difesa della democrazia è la difesa dell’intelligenza e per un certo tipo di intelligenza  ci sforziamo di operare.
E’ un rimanere giovani dentro, anche nonostante i severi richiami dell’anagrafe!

Renato Omacini – socio de “I Popolari”

Venezia, giugno 2020.

domenica 21 giugno 2020

Mercato del lavoro (Renato Omacini)


“ Piuttosto di niente, è meglio piuttosto ! “ recita un vecchio adagio. Ed è realisticamente vero, se l’alternativa si pone tra il nulla ed il poco.
Il terreno di confronto dovrebbe proporre, invece, in sostituzione, altre alternative, del tipo: “piuttosto che costretti, è meglio poter scegliere”, oppure: “piuttosto che indifesi, è meglio essere tutelati”, oppure ancora: “piuttosto che precari, è meglio stabili”, e così via.
Possono sembrare ovvietà, ma non lo sono: pensiamo, ad esempio, alla riforma del mercato del lavoro in Italia, attuata 6 anni fa con il Job Act.
A quale logica ha dato fiato questo provvedimento nelle sue articolazioni legislative ed applicative? A quella rappresentata dal primo adagio – schematizzando – oppure a quelle rappresentate dal secondo gruppo?
Anche questo, nella PROGRAMMAZIONE DEL DOPO-COVID, è un nodo da sciogliere; esprimibile anche, seppur rozzamente, secondo la domanda: è la politica che guida il mercato, o il contrario?
Su questo punto la maggior parte degli Attori fa, mi pare, come le seppie minacciate: spruzza nero per disorientare i predatori. Ed il “nero”, nell’esempio, è dato dalla categoria della “ineluttabilità” (non può che essere che così!).
Ma è certo che sulle “ineluttabilità” non si costruisce, anche se faticosamente, progresso; quel progresso che, invece, si nutre di “possibilità” positive. Provando e riprovando, con onestà intellettuale.
Un “mercato” povero di sapéri, di competenze da alimentare lungo l’intero arco delle vite, di sana concorrenza, di trasparenza, di assetto valoriale tende a guardarsi l’ombelico, in difesa, dimentico, spesso, anche dei propri errori. Viceversa, un “mercato” che offra di continuo opportunità diffuse coinvolgendo la propria base, che infonda stabilità, adeguate remunerazioni, un giusto tasso di ambizione, genera fiducia, protagonismo, emulazione, compartecipazione, benessere, ecc.
Uscire dunque in mare aperto, investendo in istruzione/formazione, ricerca/innovazione, sicurezza: questo è il “meglio” (per tornare al proverbio iniziale). Sul punto occorre trovare, con grande tenacia e pazienza, ogni indispensabile ed ampia convergenza politica.

Venezia, 20 giugno 2020.

venerdì 12 giugno 2020

VERBALE INCONTRO DEL 11 GIUGNO 2020



Sono presenti:
Romeo Toffano, Clara Urlando, Luciano Orsella, Fulvio Negro, Leonardo Galenda, Flaviano Miotto, Franco Borga, Gianfranco Botter, Aroldo De Toni, Virginio Celin, Giampietro Capogrosso, Giancarlo Boccotti, Luigino Busato, Dino Lazzarotto,  Renato Omacini, Longino Panizzolo, Claudio Bertolin, Antonio Gaspari.

Apre la riunione Romeo Toffano che dice di aver voluto questo incontro  come momento di ri-partenza molto importante e impegnativo della associazione, che ha  vissuto due avvenimenti non facili da superare: il blocco delle iniziative programmate a causa del Covid 19;  la perdita di Marino Cortese.

Prende la parola Renato Omacini che consegna un promemoria e spiega le iniziative da farsi  nella sessione autunnale. Sottolinea la necessità  di riprendere i collegamenti con le Acli, la CISL  e l’Università salesiana per attuare il programma già  definito nel gennaio scorso.

Virginio Celin propone di attuare iniziative capaci di dare identità e  far conoscere la Associazione.

Giancarlo Boccotti puntualizza che bisogna insistere su un tema unico e importante di attualità e su questo cantierare  con determinazione più  iniziative.

Franco Borga sottolinea che ci si ritrova insieme, per imparare e per dare testimonianza agli altri dei valori del popolarismo; condivide la opportunità  di approfondire un tema capace di aprire una discussione  approfondita sul presente ma senza farsi eccessive illusioni.

Romeo Toffano precisa che si opera sul pre-politico e che la identità  della Associazione è  data dalle nostre storie di impegno nei diversi contesti  professionali  o amministrativi del veneziano. Condivide l'idea di un tema-mondo da approfondire.

Renato Omacini propone di affrontare il tema della città,  da intendersi nella accezione più  estesa. La proposta viene accolta dai presenti.

Prende la parola Luciano Orsella che relaziona sul bilancio della Associazione e propone di aprire il tesseramento per l'anno 2020.

Al termine dell'incontro Dino Lazzarotto suggerisce, per il mese di settembre, di fare una uscita fuori porta in Valsugana; una giornata per stare assieme e per avere  la possibilità  di parlare dei tanti temi proposti all'inizio da Omacini.  La proposta è  accolta.


La riunione chiude alle ore 19,30 con l’impegno di ritrovarsi giovedì 2 luglio 2020 alle ore 18.









mercoledì 3 giugno 2020

Comode rate (Renato Omacini)




I milioni di euro sono, come sappiamo, 49, rimborsabili dalla Lega in 960 rate da 50.000 euro mensili ciascuna, senza interessi. Tre generazioni di leghisti coinvolte!
Ed ora la Magistratura continua ad indagare su finanziamenti e conti dello stesso Partito o a questo riconducibili. Speriamo che sia tutto a posto.
Credo, facendo una specie di scommessa, che se questa Lega imploderà, non sarà per “complotti” esterni, ma sotto il peso della sua gestione economico-finanziaria, se venissero accertate oggettive responsabilità anche di ordine penale.
Il che – se succederà – sarà un problema per l’intero Paese: le forze di opposizione, com’è ora il Partito di Matteo Salvini, sono infatti fondamentali per la più corretta dialettica democratica.
Tutto ciò, peraltro, riporta ad un problema più generale: quello dei  costi della Politica. Enormi, impensabili: abbiamo copiato una brutta cosa degli Stati Uniti.
Ecco, credo, una vera altra urgenza, direttamente collegata alle sorti della democrazia fattuale: quella, cioè, di regolare -  oltre a quanto già fatto, ma che risulta insufficiente – l’intero sistema, con disposizioni e controlli adeguati.
Ciò, a vantaggio di tutti: dei Partiti (i cui dirigenti possono dormire sonni più tranquilli), dei candidati (che non devono essere necessariamente Zio Paperone) e degli stessi cittadini, nel controllo dei costi che essi destinano al settore pubblico allargato.
Che ne pensate? C’è, su questo, una possibile traccia di linea che l’Associazione potrebbe proporre, facendoci semmai aiutare da chi ne sa più di noi?


Venezia, 3 giugno 2020.

venerdì 29 maggio 2020

L’attenzione di Cortese per il mondo della cultura

IL GAZZETTINO

IL RICORDO

L’attenzione di  Cortese per il mondo della cultura
Enzo Di Martino



Per essere stato un politico di lungo corso e di grande rilievo esprimeva una sorprendente personalità appartata ed uno stile che si potrebbe definire perfino elegante. Eppure Marino Cortese, scomparso ad 81 anni il 27 aprile del 2020, non ha avuto nemmeno un solenne funerale, come certamente meritava, a causa della pandemia. Conviene allora ricordarlo bene perché aveva intrecciato indissolubilmente la sua carriera politica con la storia di Venezia degli ultimi sessant’anni. Occupando posizioni di rilievo, a parte la breve esperienza come Senatore della Repubblica, sempre all’’interno della Regione, del Comun ed alcune importanti Istituzioni Culturali, in particolare la Fondazione Querini  Stampalia, della quale è stato Presidente negli ultimi 23 anni. Ma per capire il suo percorso e la sua intelligenza politica bisogna sapere cosa è stata Venezia a partire dai primi anni Sessanta del secolo scorso. Una città ricca di fermenti culturali e sociali, la prima d’Italia nella quale è iniziato il dialogo tra cattolici e socialisti, dove sono nate le prime contestazioni studentesche, è emerso Potere Operaio a Marghera e il primo PSIUP in Italia, costituiti i primi consigli di quartiere. Nel dialogo difficile tra cattolici e sinistra politica emergono in città due figure di grande spessore culturale: Vladimiro Dorigo, con la sua innovativa rivista Questitalia, che ha dato vita al movimento dei “cattolici del dissenso”, e Marino Cortese per la sua accentuata e costante attenzione per i problemi della cultura, a tutti i livelli, giungendo tra l’altro alla presidenza dell’Università Internazionale dell’arte e alla collaborazione con la Fondazione Cini e la Fondazione Levi per la musica. E’ tuttavia, la Querini Stampalia, la Fondazione Culturale giunta al suo 150° anno di attività, ad essere centrale nel periodo della maturità di Marino Cortese. Ha infatti sostenuto l’intervento di ampliamento e restauro messo in atto negli anni Novanta da Mario Botta – dotando la Fondazione di un prezioso auditorium, un rigoroso book shop e una accogliente caffetteria – in una sorta di continuità ideale con il rigoroso e ormai famoso restauro del piano terra realizzato negli anni Sessanta dal mitico Carlo Scarpa. Anche il Museo, che possiede tra l’altro la straordinaria “Presentazione al  Tempio” del 1460 di Giovanni Bellini, recentemente messa a confronto con l’omologo dipinto di Andrea Mantegna, si è arricchito nel 2018 della acquisizione in comodato di una parte importante della collezione ex Cassa di Risparmio nella quale basterà citare la grande Veduta di Venezia Xilografica di Jacopo de’ Barbari (1500) e lo strepitoso Poliphilo (1499) di Aldo Manuzio, considerato il più bello ed importante libro della storia dell’editoria moderna. La lungimiranza di Marino Cortese l’ha portato ad avvalersi negli ultimi anni della preziosa direzione di Marigusta Lazzari e, per le mostre d’arte contemporanea della sapienza della storica Chiara Bertola.  E’ dunque in questa favorevole condizione organizzativa che chi scrive, peraltro amico di Marino Cortese fin dai primi anni Sessanta, ha potuto conferire alla Querini Stampalia – è stata l’ultima importante iniziativa del Presidente – la donazione di cinquanta preziosi acquerelli originali di Riccardo Licata (1929-2014) uno dei più interessanti artisti astratti veneziani del secondo dopoguerra.