domenica 20 maggio 2018

VERBALE RIUNIONE ASSOCIAZIONE “ I POPOLARI” DEL 17/05/2018

    
 Presenti:  Toffano,  Panizzolo, Omacini,, Orsella, Boccotti, Busato, Borga, Cortese, Urlando Clara,  Saccon, Lazzarotto, Bertolin, Montanaro.


Toffano invita Omacini a fare sintesi della riunione precedente. 


Omacini  a suo avviso bisogna 'uscire e allargarsi’. A  tal proposito insiste in un collegamento col mondo cattolico veneziano e di essere anche più presenti sui media locali. Propone inoltre la redazione di un  'foglio della Associazione’. 

Borga ritiene che si debba operare su poche iniziative per non disperdere l'impegno.
Saccon e Boccotti  leggono delle riflessioni sul tema della identità del bipolarismo di don Bello e di De Gasperi. 

Cortese  crede che non ci si debba fare illusioni  perché siamo in presenza di un 8 settembre del mondo cattolico. Propone di fare a breve una riunione allargata anche ad altre realtà che operano nel sociale nella politica e nell'economia e che siano vicine alle nostre sensibilità al fine di  riflettere sul momento politico attuale. 

L’Assemblea concorda.  
Dopo alcune brevi riflessioni viene scelta la data di giovedì 7 giugno. 
Si dà incarico al presidente di preparare una lettera di invito allo scopo. La riunione si chiude alle ore 19, 30

lunedì 14 maggio 2018

LETTURE DI PRIMAVERA - Renato Omacini


Nella sua rubrica “ L’Amaca “ Michele Serra così scrive su “la Repubblica “ del 13 maggio 2018 a proposito di Silvio Berlusconi e della sua “riabilitazione” :

“ Si era già riabilitato da solo. E l’agibilità politica se l’è sempre data da solo, bastando, come garanzia, la sua montagna di quattrini: una specie di Cauzione Universale.  Il diadema di sentenze ,scartoffie, faldoni che incorona lungo gli anni la sua luminosa carriera è, appunto, un ornamento. Un trofeo di scalpi di piemme (e di giornalisti) appeso davanti all’uscio. Numerosi usci, per la precisione.
Ce lo eravamo detto tanti, tanti anni fa, quando eravamo giovani e pieni di illusione, e così pirla da credere che bastassero le idee a vincere le battaglie, che le vie giudiziarie, come quasi tutte le scorciatoie, non avrebbero portato da nessuna parte. Quando le torce fiammeggianti dei cortei attorno a Palazzo di Giustizia erano ancora calde, e pareva che bastasse un avviso di garanzia per rovesciare il mondo. “Serve la politica” ci eravamo detti. Lo avevamo anche scritto (è agli archivi). In pochi, ma neanche in pochissimi, lo avevamo scritto. “E’ la politica che cambia la faccia del mondo, non le carte bollate”. Lui la sua politica l’ha fatta, e l’ha fatta anche bene: bisogna consumare, chi non consuma non esiste, lo Stato è un impiccio, la destra è joie de vivre , la sinistra invidia sociale, la destra è allegria, la sinistra tristezza. In fin dei conti, almeno a giudicare dalla mobilità facciale sua e nostra eravamo (e siamo) molto più allegri noi. Ma non abbiamo saputo dirlo. Questo è, e sarà per sempre, il nostro vero cruccio “.

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Ora un breve commento, come avvio di una riflessione e/o di un  confronto.
E’ celebre la frase  pronunciata da Rino Formica, più volte ministro socialista negli anni Ottanta e riportata da “Reset” nel 2001, secondo cui la politica è “ sangue e merda “. Mi chiedo quanto Silvio Berlusconi abbia contribuito, direttamente ed indirettamente, in oltre 20 anni di politica attiva, ad inverare questa idea.

Molti elettori che si professano credenti avevano sperato, all’inizio, nella sua “rivoluzione liberale”, per uscire da un grigiore che, oltre tutto, alimentava il debito pubblico. Alcuni di essi avevano capito in seguito  che le cose non andavano in questo modo ed hanno fatte altre opzioni partitiche. Molti, moltissimi (oggi  però di meno!) hanno invece convintamente  creduto - e credono ancora - in Berlusconi e nel suo Movimento.

Mi domando: i credenti elettori di Berlusconi non avvertono contraddizioni? Cavalcano furbescamente l’onda? Si adeguano? Si ritrovano completamente a proprio agio?  Dissentono all’interno?
 La famosa “diaspora” ha alimentato (ed alimenta) molteplici posizioni, non solo tra i partiti, ma anche al loro interno, come sappiamo. Non tutte  dello stesso valore, almeno a mio parere.
Io, per la mia modestissima parte, appartengo ai “pirla” (per dirla con Michele Serra), credendo ancora nelle idee e nel primato della politica. Non sono per nulla triste (preoccupato sì , ma è cosa diversa).
Forse è difficile essere “allegri” e, senza forse,  è difficile, senza “ Cauzioni Universali ”, tenere assieme, nel modo più armonico possibile, idee personali, appartenenze, doveri in generale, doveri di responsabilità in particolare, ecc.
Ma è attraverso questa dialogica sintesi, sempre dinamica ed  esigente, che quello politico può essere –come deve – un vero primato, autorevole, in conseguenza, per se stesso.
A proposito: a quando  un dibattito, interno all’Associazione e magari anche esterno, sul “ senso  di  responsabilità ”, sul suo impiego, sulla sua relazionalità, sul rapporto costi/benefici, per dirla con linguaggio aziendale, ecc.?
 Un dibattito che non vedo sussistere almeno con l’approfondimento che invece  meriterebbe di questi tempi. Riecco  il “pirla” ?


Venezia, 14 maggio 2018.

lunedì 7 maggio 2018

LETTURE DI PRIMAVERA - Renato Omacini



Su “ La Nuova Venezia “ del 1 maggio 2018 Vincenzo Milanesi firma un articolo dal titolo: “ Rapporto uomo-natura e sviluppo da ripensare “. Ne riporto il testo di seguito, con un breve commento in calce, per la comune utilità.

“  Su una cosa, almeno, erano d’accordo il vecchio Karl Marx e i teorici dell’economia politica classica, Adam Smith e, ancor più, David Ricardo. Ciò che dà valore al risultato del processo produttivo, agli oggetti prodotti nelle fabbriche come nelle botteghe artigiane, è il lavoro dell’uomo. Il lavoro “incorporato” in quegli oggetti, ha poi detto il vecchio Karl, non può essere considerato come una “merce” alla stessa stregua di tutte le altre, come invece avviene all’interno del “modo di produzione capitalistico”. Proprio perché è ciò che dà valore a tutte le altre merci, trasformando la natura.
E lo “scambio ineguale” tra capitale e lavoro attraverso il salario è ciò che crea la società “alienata” del liberismo senza regole che non siano quelle del “mercato”. Al di là della schematizzazione banalizzante, e dal sapore ormai “fuori moda”, l’analisi marxiana ci ricorda una verità che continua ad essere tale nonostante le catastrofi che le società che si sono ispirate al pensiero di Marx hanno provocato nella storia del Novecento: quella verità ci dice che il lavoro non è merce. Ogni forma di lavoro, nessuna esclusa, esprime la capacità umana di “umanizzare” la natura. Ma il lavoro, invece di essere momento di umanizzazione della natura, ce lo ritroviamo davanti come un momento di disumanizzazione dell’uomo.
La modalità che il processo di trasformazione della natura attraverso il lavoro dell’uomo ha assunto con l’avvento della visione del mondo come ciò su cui l’uomo è chiamato ad esercitare il suo dominio, il regnum hominis, attraverso la tecnoscienza così potentemente sviluppatasi nell’età moderna, ha avuto come risultato anche quello di provocare danni gravissimi all’ecosistema in cui viviamo, mettendo l’uomo in balia della sua stessa forza, nella folle corsa allo sfruttamento irresponsabile delle risorse naturali. Se aggiungiamo che, pur all’interno di un processo di “globalizzazione” che vede considerevoli miglioramenti delle condizioni di vita, complessivamente intese, degli uomini sul pianeta, sta crescendo la disuguaglianza all’interno anche delle società dello stesso “terzo mondo”, oltre che in quelle del mondo occidentale, è davvero necessario ripensare  il modello di organizzazione del lavoro e la stessa idea di sviluppo che l’umanità ha fatto propria da tre secoli almeno a questa parte. Interprete autentico di queste problematiche fondamentali per il futuro del pianeta e per le generazioni prossime venture, è stato sinora solo Papa Francesco, con quella sua straordinaria enciclica che richiama noi tutti alle nostre responsabilità.
Ma sono problematiche che si fatica assai a trovare esplicitamente tematizzate nei dibattiti politici, anche in quelli “alti” tra i cosiddetti Grandi della Terra. Solo poche figure della cultura contemporanea hanno tentato di farlo, pur da punti di vista teorici tra loro anche marcatamente diversi. Ma sono rimaste comunque isolate.
In una società “globale” sempre più caratterizzata da sperequazioni nella distribuzione della ricchezza, vittima di una mentalità consumistica caratterizzata dalla spreco di risorse non rinnovabili del pianeta, suonano quasi profetiche, a cinquant’anni dal mitico Sessantotto di cui sono diventate il simbolo, le analisi di Herbert Marcuse sull’ “uomo ad una dimensione” nell’era del capitalismo avanzato. Non si potrà pensare ad una società diversa e migliore dell’attuale se non si saprà ripensare il lavoro, e la sua organizzazione, come nesso tra uomo, inteso come soggetto individuale ma insieme come soggetto sociale, e mondo inteso come realtà naturale in cui viviamo.
Ed il lavoro, la sua dignità, il suo significato con le connesse modalità della sua organizzazione, resterà sempre centrale in qualsiasi programma politico che abbia a cuore sviluppo autentico e, insieme, giustizia sociale, la prima preoccupazione di una classe di governo minimamente all’altezza del suo compito storico. Conviene non dimenticarlo, nel giorno della festività più global qual è il 1° maggio.

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Di Karl Marx ricorrono i 200 anni dalla nascita (Treviri, 5 maggio 1818): c’è ora una diffusa sua riscoperta, per fortuna sempre meno dogmatica e sempre più libera nel considerarne le grandi intuizioni, così come i grandi errori. Secondo un sondaggio della Bbc, svolto all’inizio del 2000, Marx è stato il filosofo più influente del precedente millennio: prima di Tommaso d’Aquino, di Newton, di Einstein.
Vincenzo Milanese ci ricorda nel suo articolo la sua “verità”: il lavoro non è merce! E’ di grandissima attualità. Leggo con piacere che lui condivide l’idea (che da qualche anno è al centro della mia ben più modesta riflessione) che è “davvero necessario ripensare il modello di organizzazione del lavoro e la stessa idea di sviluppo “.
In realtà, non c’è solo Papa Francesco ad illuminarci: un lungo elenco dei filosofi, economisti, sociologi, psicologi, politologi, ci hanno aiutato – e lo fanno tuttora – ad “aprire gli occhi” su questi terreni. Naturalmente, ciò vale per chi legge e per chi, dopo aver letto e dopo aver discusso, voglia agire praticamente. Moltissimi non hanno “ voglia ” !  Ho in mente in questo momento almeno una ventina di autorevoli ed utili Autori di questi ultimissimi anni.
Scelgo in questa sede, solo per memoria, l’Enciclica “ Laborem exercens “, scritta nel  1981, ben 37 anni fa, da Papa Giovanni Paolo II°. I punti dal 12 al 15 sono dedicati, in particolare, al rapporto tra il lavoro ed il capitale.
 Scriveva Papa Wojtyla: “ Di fronte all’odierna realtà, nella cui struttura si trovano così profondamente inscritti tanti conflitti causati dall’uomo, e nella quale i mezzi tecnici  –frutto del lavoro umano-  giocano un ruolo primario (si pensi qui anche alla prospettiva di un cataclisma mondiale nell’eventualità di una guerra nucleare dalle possibilità distruttive quasi inimmaginabili), si deve prima di tutto ricordare un principio sempre insegnato dalla Chiesa. Questo è il principio della priorità del “lavoro” nei confronti del “capitale”. Questo principio riguarda direttamente il processo stesso di produzione, in rapporto al quale il lavoro è sempre una causa efficiente primaria, mentre il “capitale”, essendo l’insieme dei mezzi di produzione, rimane solo uno strumento o la causa strumentale. Questo principio è verità evidente che risulta da tutta l’esperienza storica dell’uomo “.
E’ un testo che andrebbe rimeditato lentamente e per intero, assieme. Condivido molto, in conclusione, l’accento che il Prof. Milanesi pone, nel suo articolo, sulla dimensione sociale del lavoro e della sua organizzazione.
Desiderate che ne parliamo?


Venezia, 1 maggio 2018 – Festa del Lavoro.