Su “ La Nuova Venezia “ del 1 maggio 2018 Vincenzo Milanesi
firma un articolo dal titolo: “ Rapporto
uomo-natura e sviluppo da ripensare “. Ne riporto il testo di seguito, con
un breve commento in calce, per la comune utilità.
“ Su una cosa, almeno,
erano d’accordo il vecchio Karl Marx e i teorici dell’economia politica
classica, Adam Smith e, ancor più, David Ricardo. Ciò che dà valore al
risultato del processo produttivo, agli oggetti prodotti nelle fabbriche come
nelle botteghe artigiane, è il lavoro dell’uomo. Il lavoro “incorporato” in
quegli oggetti, ha poi detto il vecchio Karl, non può essere considerato come
una “merce” alla stessa stregua di tutte le altre, come invece avviene
all’interno del “modo di produzione capitalistico”. Proprio perché è ciò che dà
valore a tutte le altre merci, trasformando la natura.
E lo “scambio ineguale” tra capitale e lavoro attraverso il
salario è ciò che crea la società “alienata” del liberismo senza regole che non
siano quelle del “mercato”. Al di là della schematizzazione banalizzante, e dal
sapore ormai “fuori moda”, l’analisi marxiana ci ricorda una verità che
continua ad essere tale nonostante le catastrofi che le società che si sono
ispirate al pensiero di Marx hanno provocato nella storia del Novecento: quella
verità ci dice che il lavoro non è merce. Ogni forma di lavoro, nessuna
esclusa, esprime la capacità umana di “umanizzare” la natura. Ma il lavoro,
invece di essere momento di umanizzazione della natura, ce lo ritroviamo
davanti come un momento di disumanizzazione dell’uomo.
La modalità che il processo di trasformazione della natura
attraverso il lavoro dell’uomo ha assunto con l’avvento della visione del mondo
come ciò su cui l’uomo è chiamato ad esercitare il suo dominio, il regnum
hominis, attraverso la tecnoscienza così potentemente sviluppatasi nell’età
moderna, ha avuto come risultato anche quello di provocare danni gravissimi
all’ecosistema in cui viviamo, mettendo l’uomo in balia della sua stessa forza,
nella folle corsa allo sfruttamento irresponsabile delle risorse naturali. Se
aggiungiamo che, pur all’interno di un processo di “globalizzazione” che vede
considerevoli miglioramenti delle condizioni di vita, complessivamente intese,
degli uomini sul pianeta, sta crescendo la disuguaglianza all’interno anche
delle società dello stesso “terzo mondo”, oltre che in quelle del mondo
occidentale, è davvero necessario ripensare
il modello di organizzazione del lavoro e la stessa idea di sviluppo che
l’umanità ha fatto propria da tre secoli almeno a questa parte. Interprete
autentico di queste problematiche fondamentali per il futuro del pianeta e per
le generazioni prossime venture, è stato sinora solo Papa Francesco, con quella
sua straordinaria enciclica che richiama noi tutti alle nostre responsabilità.
Ma sono problematiche che si fatica assai a trovare
esplicitamente tematizzate nei dibattiti politici, anche in quelli “alti” tra i
cosiddetti Grandi della Terra. Solo poche figure della cultura contemporanea hanno
tentato di farlo, pur da punti di vista teorici tra loro anche marcatamente
diversi. Ma sono rimaste comunque isolate.
In una società “globale” sempre più caratterizzata da
sperequazioni nella distribuzione della ricchezza, vittima di una mentalità consumistica
caratterizzata dalla spreco di risorse non rinnovabili del pianeta, suonano
quasi profetiche, a cinquant’anni dal mitico Sessantotto di cui sono diventate
il simbolo, le analisi di Herbert Marcuse sull’ “uomo ad una dimensione”
nell’era del capitalismo avanzato. Non si potrà pensare ad una società diversa
e migliore dell’attuale se non si saprà ripensare il lavoro, e la sua
organizzazione, come nesso tra uomo, inteso come soggetto individuale ma
insieme come soggetto sociale, e mondo inteso come realtà naturale in cui
viviamo.
Ed il lavoro, la sua dignità, il suo significato con le
connesse modalità della sua organizzazione, resterà sempre centrale in
qualsiasi programma politico che abbia a cuore sviluppo autentico e, insieme,
giustizia sociale, la prima preoccupazione di una classe di governo minimamente
all’altezza del suo compito storico. Conviene non dimenticarlo, nel giorno
della festività più global qual è il 1° maggio.
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Di Karl Marx ricorrono i 200 anni dalla nascita (Treviri, 5
maggio 1818): c’è ora una diffusa sua riscoperta, per fortuna sempre meno
dogmatica e sempre più libera nel considerarne le grandi intuizioni, così come
i grandi errori. Secondo un sondaggio della Bbc, svolto all’inizio del 2000,
Marx è stato il filosofo più influente del precedente millennio: prima di
Tommaso d’Aquino, di Newton, di Einstein.
Vincenzo Milanese ci ricorda nel suo articolo la sua
“verità”: il lavoro non è merce! E’ di grandissima attualità. Leggo con piacere
che lui condivide l’idea (che da qualche anno è al centro della mia ben più
modesta riflessione) che è “davvero necessario ripensare il modello di
organizzazione del lavoro e la stessa idea di sviluppo “.
In realtà, non c’è solo Papa Francesco ad illuminarci: un
lungo elenco dei filosofi, economisti, sociologi, psicologi, politologi, ci
hanno aiutato – e lo fanno tuttora – ad “aprire gli occhi” su questi terreni.
Naturalmente, ciò vale per chi legge e per chi, dopo aver letto e dopo aver
discusso, voglia agire praticamente. Moltissimi non hanno “ voglia ” ! Ho in mente in questo momento almeno una
ventina di autorevoli ed utili Autori di questi ultimissimi anni.
Scelgo in questa sede, solo per memoria, l’Enciclica “ Laborem
exercens “, scritta
nel 1981, ben 37 anni fa, da Papa
Giovanni Paolo II°. I punti dal 12 al 15 sono dedicati, in particolare, al
rapporto tra il lavoro ed il capitale.
Scriveva Papa Wojtyla:
“
Di fronte all’odierna realtà, nella cui struttura si trovano così profondamente
inscritti tanti conflitti causati dall’uomo, e nella quale i mezzi tecnici –frutto del lavoro umano- giocano un ruolo primario (si pensi qui anche
alla prospettiva di un cataclisma mondiale nell’eventualità di una guerra
nucleare dalle possibilità distruttive quasi inimmaginabili), si deve prima di
tutto ricordare un principio sempre insegnato dalla Chiesa. Questo è il
principio della priorità del “lavoro” nei confronti del “capitale”. Questo
principio riguarda direttamente il processo stesso di produzione, in rapporto
al quale il lavoro è sempre una causa efficiente primaria, mentre il
“capitale”, essendo l’insieme dei mezzi di produzione, rimane solo uno
strumento o la causa strumentale. Questo principio è verità evidente che
risulta da tutta l’esperienza storica dell’uomo “.
E’ un testo che andrebbe rimeditato lentamente e per intero,
assieme. Condivido molto, in conclusione, l’accento che il Prof. Milanesi pone,
nel suo articolo, sulla dimensione sociale del lavoro e della sua
organizzazione.
Desiderate che ne parliamo?
Venezia, 1 maggio 2018
– Festa del Lavoro.