Ho guardato a questo 70° anniversario della nostra Repubblica
da un punto di vista un po’ particolare, anche se un po’ difficile.
Me ne ha dato spunto una triplice circostanza: il punto di
vista della Conferenza episcopale italiana e quello del Governo sugli
immigrati, di cui ha parlato in questi giorni la stampa; la lettura di un testo
di Barbara Spinelli dal titolo “Ricordati
che eri straniero “,
ed. Qiquajon, 2005; infine l’intervista del Card. Scola su “La
Repubblica “ del 3
giugno 2016.
Mi soffermo sul testo della Spinelli e, in particolare, su
due capitoli che riprendono due conferenze da lei tenute nel 1999 presso il
monastero di Bose e nel 2003 a Torino in occasione della “Fiera del Libro”.
L’Autrice riprende, commenta e sviluppa autonomamente un
testo del filosofo Emmanuel Lévinas (“Etica
e infinito “) ed un
versetto del Vangelo di Matteo (25, 35) in cui è detto: “Ero
straniero e mi avete ospitato “.
Lévinas parla dell’”Io” e dell’ “Altro”: quest’ultimo mi
interpella; è un incontro definito “primordiale”: non sono ancora presenti la
giustizia e la legge. Allo straniero (L’Altro), dice la Spinelli, noi “dobbiamo
il riesame di quel che siamo ma anche l’opportunità di mettere una certa
distanza fra noi e le nostre certezze “.
Ho bisogno dello straniero “…per dire il fondamento
che caratterizza la nascita della società e della pòlis “; devo stabilire chi sono io, chi è
l’altro e come trasgredire e rispettare
al tempo stesso la “frontiera che divide un uomo dall’altro “.
Anche lo straniero –come avviene per noi nei suoi confronti-
vuole sapere “…a che punto sono la sua legge, le sue norme
giuridiche, la sua religione, i suoi diritti, i suoi doveri “.
Sin qui l’incontro “primordiale”, fintanto che non appare
sulla scena quello che Lévinas chiama “Il Terzo”, la terza persona: quando
arriva, noi diventiamo attori sociali.
Il rapporto “primordiale” deve essere “corretto”: per Lèvinas
s’impone la “saggezza dell’amore “: dobbiamo riconoscere l’estraneità come un dilemma da
risolvere, dilemma che sorge “…con l’avvento di quella terza persona che
mette in forse l’altro e me stesso “.
Però le cose sono gravi: in questo secolo –dice la Spinelli-
la figura dello straniero ha preso la forma del terrorista suicida, nel
settembre 2001. Non siamo riusciti a creare “…un terreno di giustizia
con i diversi da noi. Non ci siamo venuti incontro “.
Come ai tempi
dell’Ellade, continua l’Autrice, c’è bisogno della “paideìa
“, che è una permanente
educazione “…affidata al cittadino come al politico: è lo strumento che
permette di presidiare le mura della città democratica e le libertà politiche
che la caratterizzano “.
Ci sono due possibili risposte all’appello dello straniero:
quella dello scontro di civiltà, di dichiarare una guerra totale (mettendoci
sullo stesso piano degli stranieri assassini), in nome del “differenzialismo”.
Oppure quella di ricordare allo straniero che esiste il “Terzo”, che reclama giustizia.
E’ una via di natura triangolare: il “Terzo” ci conduce a vedere sia ciò che ci
divide, sia ciò che unisce.
Il criterio d’esame è il “comportamento “: più o meno malvagio, od onesto, o
razionale. Questa è la vera divaricazione.
Un richiamo, infine, al cristianesimo: qui Dio stesso diventa
–secondo la Spinelli- la Terza Persona cui Lèvinas ricorre; di Lui abbiamo
bisogno “…per capire la diversità e restare tuttavia noi stessi “. E, nel commento al citato passo di
Matteo, la Spinelli lo definisce “messianico “ nel senso che prefigura la
vicinanza degli ultimi tempi.
L’ospitalità è una scelta morale, non naturale; ospitalità ed
aiuto sono, per l’Autrice, “il vero digiuno “ di Isaia (Is 58, 6-10).
Ma questi non sono tempi di bontà: “…è il
trionfo della natura sull’etica di giustizia, sull’arte della conversazione “; ciononostante la Spinelli pensa
che sia possibile “occuparsi con bontà delle cose del mondo “, a condizione di non farsi guidare
da un’idea totalizzante del bene, del buono. Dall’iconfutabilità del male si
può partire per costruire una condotta etica.
Il cristianesimo può e deve offrire la sua ricetta: l’umiltà
e l’etica del “come se”: come se i tempi ultimi già fossero, come se lo
straniero raffigurasse il Messia.
San Paolo, nella lettera agli Ebrei (Eb 13,2), dice: “Perseverate
nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno
accolto degli angeli senza saperlo “.
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Nel riandare alla nostra settantenne Repubblica (ma avendo a
riferimento, più in generale, l’Europa
ed il mondo intero), si può pensare che essa rappresenti –per restare al
triangolo di Lèvinas- il “Terzo”, un
“Terzo” che si trova di fronte (come da alcuni anni insiste con coraggio e lungimiranza il Card. Scola) a sfide storiche epocali.
Come la Repubblica tiene in considerazione l’ ”Io” (i propri
cittadini) e l’ ”Altro” (gli stranieri che chiedono accoglienza)?
A mio parere, può ben festeggiare i suoi 70 anni la
Repubblica: si è ben comportata su questo fronte, sia istituzionalmente, sia
per la intelligente generosità di singoli e di intere comunità.
Siamo però vicini al punto di saturazione: i limiti “fisici”
(senza contare quelli finanziari) sono ormai molto evidenti.
Organizzazioni criminali continuano d’altro lato a lucrare
–lo sappiamo- su questi drammi ed inquinano tutta questa tragica vicenda.
Ha ragione il Card. Scola quando, nell’intervista citata,
dice: “L’Onu
ha fallito e l’Europa è smarrita: serve un nuovo ordine mondiale “. Per soluzioni strutturali, non di
emergenza. Aggiunge Scola: “ La strada è segnata ed è quella di
accompagnare e di governare il processo di “meticciamento” fra le culture “. Altre vie possono al massimo
tamponare il problema.
Europa svegliati! Qual è, diversamente, il tuo significato?
Oggi, dunque, il “Terzo” è debole e ciò ha ricadute negative
sia su di noi che sugli stranieri.
Omacini Renato – Lido
di Venezia
Venezia, 3
giugno 2016.