…Demos, Barabba e dintorni
Uno dei punti qualificanti dell’intervento del Dott. Ennio
Fortuna nell’esposizione che ha tenuto giovedì 19 maggio 2016 nella Sala del
Convento dei Cappuccini a Mestre, a proposito della riforma costituzionale, è
stato la sua dissertazione sul concetto di “Demos”, su cui si fonda la democrazia, a partire da Pericle.
Ad esemplificare l’insistente “insensatezza” del Demos (con i riflessi che questo
provocherebbe sul concetto stesso di democrazia), il relatore ha citato
l’episodio della condanna di Gesù, contenuto nel Vangelo di Giovanni (cap.18).
In particolare è stata ricordata la proposta di Pilato di scegliere tra Gesù e
Barabba. Citando Hans Kelsen, Fortuna ha detto che per il giurista austriaco
l’unico vero “democratico” fu in quell’occasione Pilato: il popolo (il Demos)
si comportò da “insensato”.
Andarono proprio così le cose?
Ecco testualmente, per esempio, la “ricostruzione” che ne fa Aldo
Schiavone, uno dei principali storici italiani, nel suo recente libro “Ponzio Pilato “, ed. Einaudi, 2016,
alle pagine 104-109:
“ … una
fugace osservazione, sempre di Matteo, secondo cui sarebbe stata la “folla” a decidere chi
liberare (“quello che volevano”) mi sembra non
avere fondamento, e rientra invece nel quadro di una deliberata falsificazione
su questo punto da parte della tradizione raccolta dallo scrittore, come
diremo. Perché allora Pilato scelse proprio Barabba? …Pilato, dunque, credeva
di aver scelto la persona giusta da contrapporre a Gesù per salvarlo: un
sovversivo che i capi del sinedrio (egli pensava) mai avrebbero risparmiato.
Ma a chi, esattamente, Pilato rivolse la sua
proposta? Secondo uno stereotipo entrato ormai a far parte dell’immaginario dell’Occidente,
la scelta fra Gesù e Barabba fu proposta dal governatore al popolo di
Gerusalemme –presente per l’occasione- che si sarebbe pronunciato senza esitare
a favore di Barabba, contro Gesù. Uno dei più grandi giuristi del secolo
scorso, Hans Kelsen, fondandosi (come dice) proprio sul racconto che leggiamo
nel Vangelo di Giovanni, ha fatto di questo episodio, su cui è più volte
ritornato, un doloroso ma limpido esempio del carattere intrinsecamente
relativistico e avalutativo di ogni
democrazia. Lo “scettico” Pilato, di fronte al dogmatismo fideistico di
Gesù, avrebbe coerentemente agito da democratico: si sarebbe “appellato al
popolo” e avrebbe organizzato un “plebiscito” per scegliere quale salvare tra i
due inquisiti; attenendosi poi in maniera scrupolosa al suoi risultato.
E’ stata un’interpretazione che fa fatto
scuola, aprendo una discussione che è arrivata a sfiorare (senza però mai
affrontarlo veramente) un tema cruciale: quello del rapporto intrinseco fra
quantità (della maggioranza) e verità, fra numero (dei votanti per un certo
provvedimento) e ragione, come presupposto quasi metafisico di ogni legittimità
democratica.
Ma in Giovanni, per quanto incredibile possa
sembrare, di questo “popolo” evocato con tanta sicurezza non c’è la minima traccia.
Ci sono “i giudei”, oi ioudaioi,
nominati ben cinque volte in un breve spazio di tempo. Ma essi sono individuati
esattamente e senza ombra di dubbio soltanto come coloro che avevano scortato
Gesù da Pilato: dunque i componenti del sinedrio, semmai accompagnati dai loro
servi e da un distaccamento della guardia del Tempio. Nessun altro. E’
un’identificazione, del resto, che ritorna con assoluta precisione in altri due
luoghi el racconto di Giovanni: una prima volta quando vengono ricordati “i
capi dei sacerdoti e le guardie” (e solo loro) come quelli che gridarono
“crocifiggilo, crocifiggilo” riferendosi a Gesù (vi ritorneremo), e una
seconda, quando sono indicati ancora “i capi dei sacerdoti” (e solo essi) come
gli autori di una dichiarazione di completa fedeltà a Cesare (riparleremo anche
di questo). E’ dunque solo a loro che Pilato propone la sua alternativa.
Il “popolo”, per Giovanni, non è mai stato
coinvolto nella vicenda. Ed è un’assenza che dobbiamo prendere molto sul serio,
visto che il quarto Vangelo è la nostra fonte migliore per la ricostruzione
degli eventi che portarono alla morte di Gesù. Per Giovanni, tutto si compie
all’interno di una cerchia ristretta: Pilato, Gesù e i sinedriti – una
triangolazione serrata ed esclusiva.
E’ invece nei Sinottici che la scena sembra
allargarsi ad altri protagonisti. Vediamo come. In Luca, all’inizio del
racconto, si accenna ad una “moltitudine”, plethos, che conduce Gesù da Pilato:
ma si vogliono certamente indicare solo i componenti del sinedrio e le guardie.
Si racconta poi che Pilato, quando dichiarò per la prima volta l’innocenza di
Gesù, prima di deferirlo a Erode Antipa, si rivolse “ai capi dei sacerdoti e
alla folla”, tous archiereis kai tous ochlous: una presenza indistinta e
passiva che probabilmente indica, ancora una volta, solo gli accompagnatori dei
sacerdoti –il plethos prima nominato- e
che fa da semplice sfondo all’azione dei leder del consiglio giudaico.
Si dice infine che Pilato, al ritorno del
prigioniero dalla residenza di Antipa, avrebbe convocato “i capi dei sacerdoti,
e i maggiorenti e il popolo”, tous archiereis kai tous archontes kai ton laon,
per insistere ancora sull’innocenza di Gesù. E qui senza dubbio sembra apparire
un soggetto nuovo. Ma il richiamo è in realtà chiuso all’interno di una formula
di rito: una clausola che doveva precedere ogni annuncio pubblico del
governatore, senza che ciò implicasse davvero una presenza popolare attiva; e
infatti nel seguito del racconto sono sempre e solo i sacerdoti e i maggiorenti
quelli cui Luca chiaramente si riferisce.
In Marco e Matteo –soprattutto in quest’ultimo-
siamo invece senza dubbio di fronte a un nucleo narrativo diverso. Per loro il
popolo, la folla (laos, ochlos), svolge un ruolo meno marginale. Si tratta
sempre, tuttavia, di masse manipolate dai sacerdoti (“ora i capi dei sacerdoti
e gli anziani persuasero le folle…”, in Matteo; e “ i capi dei sacerdoti
istigarono la folla”, in Marco). Come questo sia potuto accadere, tenuto conto
dei rapporti non facili, in quegli anni, tra sacerdoti e popolo, tra
aristocrazia sadducea e strati sociali più bassi, sia urbani sia contadini, è
difficile da dirsi, e induce un’altra domanda: ammesso che ci fossero davvero,
da chi era composta questa evanescente folla tanto facilmente manovrabile dai
vertici del sinedrio? La risposta più plausibile è che si trattasse solo di
gruppi relativamente ristretti , magari addirittura prezzolati, mobilitati in
anticipo dai sacerdoti per dar loro man forte innanzi al prefetto romano, se
mai ve ne fosse stato bisogno. In ogni caso, quindi, una presenza irrilevante,
che non modificava in nulla il carattere degli avvenimenti.
Ma io credo che, in fin dei conti, la soluzione
migliore sia di continuare a fidarsi della versione di Giovanni. Tutti i
Vangeli insistono sulla popolarità di Gesù in quei giorni a Gerusalemme, dove
(lo abbiamo visto) sarebbe entrato in modo trionfale. Se davvero vi fossero
state masse a lui ostili raccolte innanzi alla residenza di Pilato, un
cambiamento di umori così repentino sarebbe inspiegabile, e nessuno infatti è
davvero riuscito a darne conto in modo persuasivo.
Non resta dunque che prenderne atto: in quelle
ore nessuna parte significativa del popolo di Gerusalemme si radunò fuori del
pretorio; oltretutto non abbiamo alcuna evidenza archeologica per supporre che
lì vi fosse un luogo adatto per contenerla. All’esterno del palazzo di Erode il
governatore amministrava pubblicamente la giustizia, teneva il suo tribunale:
c’era evidentemente uno spazio aperto –forse un cortile- capace di raccogliere un certo assembramento,
non la piazza per un’assemblea. Era un posto per riunioni relativamente piccole
e facilmente controllabili, non più di qualche centinaio di persone, è stato
suggerito; non per organizzare “plebisciti” (come supponeva Kelsen).
Infine, non vi sarebbero stati il tempo né i
motivi per una convocazione di massa: Gesù era stato arrestato in segreto, con
un colpo di mano notturno, proprio per evitare una sommossa in suo favore. Come
credere che adesso i sacerdoti desiderassero –o quantomeno accettassero- un
bagno di folla?
Si potrebbe pensare a gente convenuta non per
Gesù, ma semplicemente per assistere alla tradizionale liberazione di uno dei
prigionieri, come sembrerebbe ricavarsi da una rapida frase di Marco; forse di
amici dello stesso Barabba, che sapevano del suo arresto e speravano per
l’occasione in un atto di clemenza: ma anche in questo caso si tratterebbe di
numeri ristretti –la guarnigione romana non avrebbe certo tollerato grandi
concentrazioni in sostegno di un arrestato- con una composizione del tutto
particolare, e comunque non rappresentativa dell’intera comunità. Parlare di
una consultazione “democratica” –e di un Gesù messo innanzi al popolo di
Gerusalemme- è del tutto privo di senso, sia logico, sia storico.
Credo invece vi siano fondati motivi per
supporre che Marco e Matteo avessero introdotto nella loro scrittura il tema
della “folla” –abbiamo appena visto che Matteo la richiama impropriamente anche
a proposito della consuetudine della liberazione del prigioniero- per una
ragione precisa, pur rischiando di contraddirsi rispetto a quanto avevano prima
riferito sulla popolarità del loro Maestro. A entrambi premeva molto, infatti,
ricordare ai lettori come la morte di Gesù fosse responsabilità dell’intero
popolo ebraico, e non solo di un piccolo gruppo di sacerdoti e eei loro
accoliti: un passaggio di Matteo (su cui ci fermeremo tra poco) mi sembra
rivelatore in questo senso. ….”.
Mi
sono permesso questa lunga trascrizione (e me ne scuso) perché la ritengo
importante per alcune conseguenze. Se ha ragione lo storico Schiavone nel suo
argomentare, non fu dunque il popolo di Gerusalemme (il Demos) a decidere
liberamente tra Gesù e Barabba, ma fu un numero contenuto di persone
indottrinate dai potenti di turno,
in una situazione in cui non si parlava certo di separazione dei poteri.
Sarebbe
allora errata l’interpretazione che ne ha data Kelsen (un giurista davvero
importante, ma anche, per la verità, parecchio contestato!) e risulterebbe riduttivo l’esempio del dott. Fortuna, almeno così come presentato.
Si
riaffaccia qui, più in generale, l’antica e complessa questione di chi può manipolare il popolo e per quali
fini e di chi decide se e quando il popolo eventualmente sbaglia (un Demos
manipolabile e manipolato, specie in alcune circostanze, è cosa diversa da un
popolo perennemente “insensato” e
portatore, dunque, di ignoranza ed inefficienza). Questione, com’è noto, molto
ben indagata, assieme a quella della psicologia delle masse, dagli studiosi
di sociologia, di politica, di psicanalisti, dai giuristi, ecc. e su cui non mi dilungo.
La storia delle varie dittature e dei vari
totalitarismi succedutisi sin dai tempi antichi dimostra del resto ad
abundantiam l’ “uso”
che è stato fatto, volta a volta, delle folle, indifferentemente per blandirle
oppure per denigrarle, a seconda del bisogno.
Percorsi opposti, per quanto faticosi e per
definizione mai completi, sono stati fatti invece nel tempo quando si è deciso
di “aiutare” democraticamente (in senso pieno!) le folle ad autoemanciparsi,
attraverso legislazioni dedicate, attraverso l’istruzione, la formazione e la
cultura, attraverso la soddisfazione dei loro bisogni primari per consentire
anche quella verso esigenze
“immateriali”, attraverso i media che proponevano la necessità di migliorarsi,
di capire, di elevarsi anche spiritualmente sempre di più, attraverso forme
progressive di partecipazione attiva e progressivamente consapevole.
E
questo ha dato e dà, se compiuto con delicatezza, attenzione e sistematicità,
“sale” alla democrazia: la riempie.
Chi
al contrario dicesse (alcuni lo pensano
però non lo dicono) che è sufficiente che il popolo si esprima una volta ogni
cinque anni (per le elezioni) e, per il resto, sarebbe bene fornirgli panem et circenses e poco più, ebbene costui o costei avvalora una concezione elitaria del potere,
che è cosa diversa dalla democrazia così faticosamente conquistata passo dopo
passo e come, tra l’altro, i “Popolari” hanno contribuito a sostanziarla ed a
trasmettercela.
Del resto, si sa, il Potere nelle sue varie
espressioni non solo istituzionali (quello miope o addirittura cinico)
preferisce da sempre “cittadini” distratti ed ignoranti.
Occorre
dunque domandarsi –per restare a questo spaccato e non trattare d’altri
argomenti pur interessanti- se le riforme proposte rendono al popolo,
concretamente, la strada più facile di quanto sia ora, o com’è ora, o più
difficile. E’ un tema, comprensibilmente, assai sensibile per noi “Popolari”.
Bisogna
anche chiedersi se le riforme valorizzano il ruolo delle minoranze (purchè,
evidentemente, esercitato nel rispetto della legge) o non modificano la
situazione, o lo deprimono, relegandolo, ove fosse, di fatto ( per l’insieme di
diversi, collegati e convergenti meccanismi), quasi solo a “testimonianza”.
Sarebbe
anche opportuno considerare –un altro
tema “caldo” per la tradizione dei Popolari- se le riforme potenziano il ruolo
delle Autonomie (locali e non), o se lo mantengono, o se lo impoveriscono con
riferimento ai principi di sussidiarietà, di differenziazione e di adeguatezza
presenti nella Costituzione.
Queste
alcune riflessioni “a caldo”, certamente opinabili, nate dall’intervento del
dott. Fortuna, riflessioni che mi
permetto di mettere in circolo per l’Associazione.
Renato Omacini
