Don Luigi Ciotti pubblica (edizioni Gruppo Abele, 2019) un
piccolo libro intitolato “ Lettera
ad un razzista del terzo millennio “.
C’è un prologo ed una conclusione e, in mezzo, ci sono dieci brevi
capitoli: riporto, per l’utilità comune, il cap. 9, “ Un
uomo solo al comando ”,
con un piccolo commento finale.
“ Il razzismo dei giorni nostri (e del nostro Paese) è
strettamente intrecciato con il rifiuto e il disprezzo per la politica. E con
l’affermazione che la politica è una cosa sporca e corrotta, che tutti i
politici e i partiti sono uguali e che ci vuole un uomo forte (un capo, un
duce, magari anche solo un capitano) capace di interpretare desideri e
aspirazioni del “popolo”.
Questo atteggiamento sembra a molti una novità, una svolta.
Non è così. Siamo di fronte alla riproposizione del vecchio che assume la veste
del nuovo, a un conformismo che salvaguarda – come sempre e al di là delle
apparenze – gli interessi forti e ripercorre strade già tristemente battute. Il
successo, in varie parti del mondo e nel nostro Paese, di personaggi politici
che si presentano come “uomini forti” utilizzando armamenti culturali macisti,
misogini, xenofobi e omofobi, ricorda in modo sinistro l’ascesa del fascismo
degli anni Venti, preceduta da un periodo di recessione economica e culminata
negli orrori dell’Olocausto. La risposta a tutto ciò fu la Dichiarazione
universale dei diritti umani, non a caso oggi delegittimata e vilipesa.
L’invocazione dell’uomo forte al comando è l’anticamera del
fascismo. Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del “popolo”
e della “nazione” e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici
di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono
l’Europa e i migranti. In un tempo in cui dominano le disuguaglianze, e le
logiche economiche incombono sulle teste e sulle vite delle persone, è facile
fare appello alle identità chiuse, ai confini fortificati e a concetti
scientificamente infondati – e causa in passato di genocidi – come quello di
razza. Non stiamo parlando di fenomeni folcloristici, di estremismi di
facciata. Il fascismo non è una prospettiva incerta e fumosa ma un sistema che
abbiamo conosciuto in passato, in Italia e in Europa, con sangue, guerre,
deportazioni. I fascismi e i nazismi – come rivelano le loro stesse simbologie
– sono ideologie aberranti e anche celebrazioni di morte. Bisogna diffidare di
ideologie nostalgiche, che magari affascinano con parole d’ordine forti e piene
di false promesse.
Un discorso analogo merita il populismo nazionalista. Certo,
esso esiste perché il popolo è stato prima abbandonato da chi, per storia e per
tradizione, doveva stargli accanto. I populisti, infatti, ingannano i
cittadini, seducendoli con illusioni, dopo che i teorici di una libertà di
mercato senza freni e correzioni (pensiero dominante anche a sinistra) li hanno
abbandonati al loro destino. Il sistema economico dominante ha, dunque, enormi
colpe. Ma la denuncia dei suoi mali e
l’impegno per eliminarli non giustificano il ritorno a società chiuse,
guardinghe, attraversate dal rancore e dalla paura, avvinghiate ad una idea
equivoca di sovranità, perché in un mondo interconnesso non ci si può isolare,
ma occorre imparare a condividere con maggiore equità e giustizia.
Le stigmate dei nazionalismi e dei fascismi che oggi
percorrono l’Italia e l’Europa sono quelle di sempre: gli altri rappresentati
come nemici, come minacce. Con la differenza, rispetto al passato, che oggi gli
altri sono i migranti.
Lo so. Il fascismo che riemerge è il sintomo di una
democrazia malata e di una politica che non serve più il bene comune. Eppure
dalla politica occorre ripartire. Confesso di essere un po’ stanco di sentir
parlare di “popolo” e di “società civile” contrapposti alla politica.
Politica significa sentirsi responsabili del bene comune,
fare la propria parte per difenderlo e per promuoverlo. E’ questo che,
personalmente e come Gruppo Abele e Libera, cerchiamo di fare da sempre, nella
convinzione che l’impegno sociale non sia mai neutrale, né limitato alla sola
solidarietà. Così, mentre pratichiamo l’accoglienza, denunciamo le cause
dell’esclusione e operiamo per eliminarle. Senza questa denuncia, infatti,
l’impegno sociale rischia di assumersi una sorta di “delega alla solidarietà”,
perdendo la sua visione, la sua carica propulsiva e innovativa. Non più spina
nel fianco del sistema, ma foglia di fico delle sue inadempienze. Da questa
consapevolezza muove il nostro rapporto con la politica. Un rapporto schietto,
trasparente, esente da servilismi e secondi fini: piena collaborazione con chi
opera per il bene comune; opposizione e denuncia di chi se ne appropria o lo
trasforma in privilegio.
Oggi la “peste” del rancore è diffusa, favorita dall’angoscia
economica, dalla mancanza di lavoro, dall’assenza di opportunità e prospettive.
L’immigrato – il “diverso” i genere – diventa così il capro espiatorio, come è
accaduto in altri tragici momenti della storia. Ma una politica che, invece del
ragionamento sensato, alimenta e sfrutta le paure, che spaccia illusioni invece
di costruire speranze, è una politica che svende l’etica in cambio del potere.
A fronte di ciò bisogna avere il coraggio di parlare di
disgusto, quel disgusto che risveglia le coscienze e salva da una passività
complice. I gesti e i segni sono importanti. Penso a quanto ci ha insegnato
Danilo Dolci – sociologo, educatore e attivista della non violenza - e anche alle ribellioni di singoli,
associazioni, persino sindaci contro disposizioni di legge disumane, crudeli e
contrarie alla Costituzione. Ma poi bisogna organizzare il dissenso,
trasformarlo in progetto.
Anche la politica più lungimirante e coraggiosa da sola può
fare poco. Deve poter contare sul sostegno vigile dei cittadini, sulla loro
coscienza critica, sulla partecipazione attiva e responsabile di ognuno. Una
partecipazione che è insieme nostro diritto e dovere, prevista da quell’
articolo 4 della Costituzione secondo cui “compito di un cittadino è concorrere
con i propri mezzi alla realizzazione del bene comune”.
Oggi il patto di corresponsabilità tra cittadini, politica ed
istituzioni è in crisi. Da un lato c’è una politica lontana dalle persone,
invischiata nei giochi di potere, in interessi privati e talvolta in affari
illeciti. Dall’altro lato, un corpo sociale frammentato, troppi cittadini
rassegnati o indifferenti, condizionati da un’informazione spesso manipolata ed
asservita a quei poteri cui dovrebbe fare da contrappeso.
Ma siamo ancora in tempi per imboccare un’altra strada:
quella che tante realtà stanno costruendo sul piano sociale educativo e
culturale. Stando vicino alle persone discriminate ed escluse, accompagnandole
in percorsi di cittadinanza. E’ questa la chiave di volta del cambiamento. Si
tratta di lavorare alla ricostruzione di un mondo dove la lgelità e la
prossimità, le regole e l’accoglienza, siano dimensioni non alternative ma
complementari, facce di una medesima medaglia chiamata democrazia. E’ compito
di una politica coerente con questa impostazione trasformare le paure in
speranze, indicare orizzonti all’apparenza lontani, ma raggiungibili se
accompagnati da testimonianze credibili ed atti coerenti.
Dobbiamo contrastare gli speculatori e gli imprenditori della
paura, i tanti che, in diversi ambiti, lanciano l’allarme e vendono soluzioni
facili a problemi complessi. Dobbiamo farlo con gli strumenti della ragione e
della conoscenza, con l’impegno costante e condiviso. La vera scommessa del
nostro tempo si chiama interazione, che è un concetto più ampio e complesso di
integrazione. Quest’ultima è asimmetrica: presuppone un soggetto che integra e
uno che, integrato ed assimilato, perde la
sua specificità. L’interazione è invece orizzontale, reciproca. E’
scambio ed arricchimento per tutti, base di una crescita culturale, sociale,
economica.
E’ sempre il momento di mettersi in gioco, ma questo lo è in
modo particolare perché la partita riguarda la nostra convivenza, la nostra
civiltà, la nostra democrazia. Di qui
l’inevitabilità dell’impegno politico il cui riferimento fondamentale non può
che essere la Costituzione del 1948. A settant’anni dalla sua pubblicazione,
essa attende ogni giorno di essere concretamente tradotta. Ma è proprio nella
Costituzione che troviamo le istruzioni necessarie per costruire una società
dei diritti, del lavoro, della dignità. E per archiviare i rigurgiti di
fascismi e razzismi “.
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Siamo di fronte alla riproposizione del vecchio che assume la
veste del nuovo, scrive don Ciotti. La grande crisi economica (provocata da
gente e da organizzazioni con nome e cognome!) lo ha alimentato e lo alimenta
tuttora. Sovente sono i medesimi “cattivi maestri” quelli che soffiano
sul fuoco, facendo leva sul malessere diffuso della popolazione a cui,
peraltro, hanno progressivamente tolto il lavoro. Bel capolavoro, come inizio del XXI° secolo!
Soluzioni facili a problemi complessi.
Ho ricordato, in altro
scritto, un articolo recente di Salvatore Settis, accompagnato dalla
illustrazione del quadro che René Magritte ha dipinto nel 1936, intitolandolo “Clairvoyance “; è
l’autoritratto del pittore, seduto su una sedia, mentre dipinge: ha come
modello un uovo, ma lui dipinge sulla tela un uccello. E’ capace, cioè, di vedere lontano! Ciò che i politici, non solo
italiani, fanno sempre di meno, sbagliando alla grande. E ciò va denunciato!
Forse la nostra Associazione dovrebbe acquistare un certo
numero di copie del libretto di don Ciotti (euro 6 a copia),
chiedendo ai dirigenti scolastici la possibilità di presentarlo a qualche
classe di scuola superiore.
Che ve ne pare?
Venezia, Marzo 2019.