Ecco una breve presentazione
del libro di ENZO BIANCHI, La
differenza cristiana, Ed. Einaudi, Torino, 2006. In calce qualche riga di
commento.
Su tre capitoli si snoda la riflessione dell’ex Priore di
Bose:
1) laicità del rispetto;
2) la “differenza” cristiana;
3) dialogare ed accogliere l’altro.
Non c’è contraddizione
– dice l’Autore – tra fedeltà alla chiesa e attaccamento all’istanza di
laicità; no al laicismo, sì alla “giusta laicità” (Giovanni Paolo II) che
diviene presidio contro l’utilizzo della fede come “religione civile”. Di
contro, il laicismo “…vuole assolutamente relegare la religione nel privato,
lasciandole soltanto uno spazio individuale ed escludendola da quello pubblico
in cui tutti costruiscono la polis “.
Nella società
italiana, sempre più pluralista, il cristianesimo deve vivere e collocarsi
senza logiche di inimicizia e di creazione di un avversario. Se i principi e le
scelte religiose diventassero legge imposta agli altri, avremmo un
totalitarismo religioso. Segni di clericalismo aumenterebbero le inimicizie.
Sta emergendo, secondo
Bianchi, un cristianesimo inedito che serve a fornire un’anima alla società, a
tenerla unita: il grande rischio è che il Vangelo perda il suo primato, che
venga meno la profezia. In aggiunta, la “ … situazione pare caratterizzata da
torpore ed afasia da parte di molti cristiani”. Non importa la coerenza: la
chiesa assume, nei criteri d’intervento e nei metodi, la logica della lobby.
Emerge la categoria
degli “ indifferenti “ di fronte ai quali devono porsi i cristiani. Ritorno
alle “ certezze “ per un’identità nuda e pura? No: ascolto ed accoglienza, per
quanto difficili. I laici non tentati dal laicismo costituiscono un’opportunità
per la fede cristiana.
C’è nella società la
percezione che sia sempre più difficile elaborare valori fondamentali comuni e
il pluralismo può condurre al relativismo. Serve un’erica non dogmatica, non
data una volta per tutte, ma continuamente elaborata nella storia, nel cammino
assieme agli altri uomini.
Da qui una
considerazione “rivoluzionaria”: l’etica richiederà – sostiene l’Autore – di “…privilegiare il
rispetto per le minoranze e i loro diritti, non a scapito, bensì a solido
fondamento dell’affermazione della volontà della maggioranza “.
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Nel secondo capitolo
Bianchi analizza il concetto di “differenza” cristiana; il termine viene messo
tra virgolette. L’idea di partenza è che anche in Italia “…i cristiani vivono
in condizione di minoranza “; la tentazione è quella di declinarsi come
“religione civile”, utile alla società. Così facendo, si rischia di svuotare la
dimensione escatologica propria della chiesa.
Nell’immersione nella
storia la comunità cristiana “…è chiamata a vivere una differenza nella qualità
delle relazioni, divenendo quella comunità alternativa che …”.
Quanto particolarmente
alla politica - dice Bianchi – che, se da un lato essa deve darsi spessore
culturale, “…essa necessita anche di ricevere e darsi spessore morale ed etico
“.
I cristiani dovrebbero
chiedersi come mai, almeno in Europa, la cultura dominante è lontana dal
cristianesimo.
Il cristianesimo non
può essere confinato nella sfera privata ma è anche consapevole di non poter
essere ridotto a politica né imposto come fede o come etica in una società plurale.
Sarebbe di grande
aiuto – sostiene l’Autore – “…una vera opinione pubblica nella chiesa, un
dibattito e un confronto serio tra i cristiani nella libertà e nell’accoglienza
reciproca. Oggi invece il dibattito è quasi spento…”.
Scrive Bianchi:
“…Secondo la bella espressione di Martin Buber, “il successo non è uno dei nomi
di Dio”, e quindi i cristiani non saranno ossessionati dal dover ottenere
risultati che rispondono più a una logica di riconquista che a una
comunicazione della fede come il Vangelo la vuole e la determina “.
La comunicazione della
fede deve essere un processo spirituale e la chiesa non può sentirsi e
comportarsi come una fortezza assediata.
“…Nessuna
mobilitazione di ordine politico, nessuna chiamata in soccorso lanciata a
quegli “atei devoti” o, meglio, “atei clericali” che, da sempre estranei o
diffidenti verso il cristianesimo, oggi lo scoprono come possibile strumento
utile a consolidare il loro posizionamento nella società “.
I cristiani non
possono confondere la chiesta con il Regno di Dio!
“…Attualmente… i
fedeli impegnati in politica si trovano
in una situazione di diaspora, ricca di elementi positivi, senza ancora aver
elaborato nuove modalità di manifestare il proprio contributo specifico di
cristiani “.
I pastori, poi, non devono
pretendere “…che la legge evangelica sia tradotta in legge vincolante per
tutti, se non quando la coscienza di tutti è concorde nel richiederlo “.
Occorre vigilare –
sostiene Bianchi – “…che non siano i cristiani stessi e la chiesa a produrre
atei con i loro atteggiamenti disumani e intolleranti, con la pratica
dell’autosufficienza e del non ascolto “. Come ricordava Ignazio di Antiochia
all’inizio del II° secolo: “…il cristianesimo è opera di grandezza, non di
persuasione “.
Il primo mezzo di evangelizzazione resta la testimonianza quotidiana di una vita
autenticamente cristiana.
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Nell’ultimo capitolo
Bianchi tratta dell’accoglienza.
Mette in guardia sul
fatto che “…esiste purtroppo quello che qualcuno ha definito uno “scisma
sommerso”, la presenza di cristiani che se ne vanno per la loro strada “. Ma
per poter allargare i cerchi del dialogo, è necessario promuoverlo innanzitutto
nello spazio ecclesiale: senza scadere nella divisione, si abbia “… il coraggio
e la libertà di esprimere anche un “dissenso leale” là dove non è richiesta
l’unità della fede “.
Fin dalle sue origini
il cristianesimo è plurale; il modello della comunione plurale è costitutivo
del cristianesimo e la “ definizione della verità “ non può mai “…sostituirsi
alla verità vivente, Gesù Cristo risorto “.
L’universalismo dei
cristiani non deve degenerare in totalitarismo e va pensato come “…universale
bisogno dell’altro “. La fede cristiana è transculturale.
Le persone ed i nuclei
familiari non sono più capaci – sostiene l’Autore – “…come invece lo erano in
una società più “arretrata”, di aprire concretamente la porta della propria
casa al forestiero che bussa “.
“…E’ nell’ascolto che
ci si confronta con la paura, sentimento che non va rimosso, bensì affrontato: non
serva a nulla, infatti, negare la paura; si tratta invece di leggerla, di
sottoporla a discernimento … “.
Non vi è altra via alla convivenza civile che
quella segnata da pace e da reciproco rispetto e da una convergenza di
sentimenti riguardo alla vita sociale. E’, secondo Lévinas, la “responsabilità
per l’altro”, impresa difficile, gratuita. E attenzione perché – sostiene
Bianchi – “…il deficit di civilizzazione moderna risiede nella nostra assenza
di risposta alla domanda: cos’è una vita? Cosa significa amare la vita? “.
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Ha
13 anni questo libretto, dunque anche le analisi in esso contenute si riferiscono a “fatti” non
proprio di ieri. Purtroppo a me pare che tali “fatti” persistano in buona parte anche oggi. Se ciò è vero, non
sarebbe, come cristiani, positivo. Tanto peggio se si fossero nel frattempo
aggravati certi sintomi.
Mi
rendo sempre più conto che il cristianesimo è davvero “rivoluzionario” e che la
mitezza in cui doverosamente lo si deve proporre nell’ineludibile incontro con
l’altro, non può sottacere questo suo carattere (il rispetto delle minoranze e
dei loro diritti non a scapito, bensì a fondamento della volontà della
maggioranza: ci rendiamo conto, per esempio, delle implicazioni anche politiche?).
Come
si è “illanguidito” nel tempo il fervore verso l’apostolato dei laici, la sua
dignità, la sua libertà, predicati dal Concilio Ecumenico Vaticano II° !
E
i motivi non mancano certo: è una “storia” che andrebbe ripresa in mano!
Come
rapportarsi con gli “atei devoti”, con gli “atei clericali”, portatori di una
“religione civile” di impostazione pagana? Siamo noi a “costruirli” con le
nostre mancanze? E allora di che “altra” chiesa , di che altri cristiani (noi!)
c’è bisogno?
In
cosa pensiamo consista, nel nostro
piccolo, anche come Associazione, la “differenza” cristiana? Certo, è scritto:
“…et portae inferi non praevalebunt “, al futuro. Ma noi , almeno secondo me, dovremmo
fare in modo (“In Te, Domine, speravi!”) che anche nel presente il Male sia coraggiosamente
chiamato col suo nome ed almeno arginato, compresa la sua
dimensione quale si esprime, per noi che l’amiamo, nella Politica. Che ne
pensate?
Venezia, settembre 2019.
Renato Omacini