venerdì 16 febbraio 2018

LETTURE D’INVERNO


Per l’utilità comune, riporto di seguito l’articolo che  Ezio Mauro ha scritto su “la Repubblica” del 10 febbraio 2018 con il titolo: “La sinistra che dimentica la sua storia”. A molti non sarà sfuggito. Alla fine aggiungo un piccolo commento, ” aperto”, come al solito al confronto.




“ Quando i partiti si riducono a semplici comitati elettorali, e non hanno più ideali politici a cui riferirsi perché vivono nell’estemporaneo, diventano subalterni al senso comune, suoi replicanti. Invece di orientare l’opinione pubblica, la inseguono gregari, perché invece di testimoniare una storia affogano nella cronaca. Con il risultato di far mancare al Paese l’interpretazione degli avvenimenti attraverso le grandi culture politiche di riferimento e la loro pedagogia. Nell’Italia estrema di oggi, si scopre così quant’è difficile dirsi moderati, e dirsi riformisti.
O meglio: dirlo è facile, testimoniarlo e viverlo, tradurlo in politica concreta e corrente è molto più complicato.
E’ evidente che in una normale campagna elettorale una forza di sinistra avrebbe già tenuto una riunione della sua direzione a Macerata, aperta alla cittadinanza e ai media nazionali, riconsegnando la città a se stessa dopo gli spari, restituendole sicurezza attraverso la politica dopo il razzismo terrorista.
Trasformando quelle piazze magnifiche e quelle strade in una riconquista della convivenza civile e democratica, per tutti. Questo vale per qualsiasi sinistra, nata ieri o centenaria. Ma per una sinistra di governo, generata per di più da due culture popolari e costituzionali, diventa un obbligo. Non si può pensare di governare il Paese oggi se non si trasmette la sensazione di tutela dei cittadini, d’accordo: ma la scommessa della sinistra sta tutta nella capacità di legare insieme questa tutela con la solidarietà, la sicurezza con la democrazia. Per riuscirci, ed essere credibili, bisogna dimostrare prima di tutto di saper leggere i fenomeni per quel che sono, dando loro un nome e assumendosi la responsabilità di un giudizio.
Un fascioleghista che interpreta follemente la seminazione razzista e xenofoba di questi anni, decidendo di far da sé giustizia per tutti sparando sui neri, per poi coprire il suo sovranismo col tricolore gli spari con il saluto romano, concentra su di sé un tale accumulo di significati –tutti convergenti- che non ha bisogno di interpretazioni. Sembra il precipitato storico di questi anni sciagurati, dove un fenomeno che investe tutta l’Europa diventa da noi uno tsunami politico e prima ancora culturale, travolgendo i dati della realtà in una dimensione fantasmatica della paura nutrita e coltivata a fini elettorali, ma soprattutto generando odio dalla paura e traducendo questo odio in una ripulsa fisica fatta di ruspe, di fili spinati, muri, barriere, respingimenti, un bando conclamato per una fetta di umanità.
Poiché l’odio ha bisogno di nemici, il migrante viene trasformato in invasore dello spazio nazionale, usurpatore delle periferie in cui dorme, concorrente nel lavoro che si procura, parassita nei pochi servizi sociali di cui usufruisce. Fino a diventare inquietante con la sua sola presenza, intruso per la pura pretesa di sopravvivere, abusivo per definizione. Riassume in sé l’identità storicamente colpevole dello straniero, del povero, del migrante. Ridotto a pura quantità ostile, merce d’ingombro da scaricare, legittima ogni forma di ripulsa, dunque ogni gesto che segni la separazione, il rifiuto, il rigetto. La figura del nero riassume, potenzia e scarica a livello istintuale tutto questo insieme di egoismi aggressivi, armati di un nuovo guscio ideologico che li protegge, li giustifica, li recita a piene mani nei talk tra i sorrisi degli astanti, spargendoli ogni sera nella solitudine dispersa del grande tinello italiano.
E’ questa interpretazione dell’Italia che va contrastata. Non c’è nulla di esagerato e di esasperato, in questa lettura degli avvenimenti: cosa vuol dire il proposito di Renzi di “abbassare i toni”, dopo Macerata? Prima di tutto un tono bisogna averlo. Bisogna saper leggere la banalizzazione quotidiana del fascismo che si pratica nell’ignoranza della storia ma soprattutto nell’indifferenza generale, bisogna testimoniare a testa alta i valori dell’accoglienza nella responsabilità, bisogna separare la politica dalla xenofobia, bisogna pretendere che la violenza venga ripudiata senza ambiguità. Per queste ragioni di democrazia si può andare in piazza dopo Macerata e a Macerata, invece di inseguire impossibili elettori di destra col rischio di aprire altre falle a sinistra: per non saper cosa fare, per non saper cosa dire, per non sapere in realtà cos’è la sinistra oggi in un Paese come l’Italia.
Ma la questione chiama in causa anche la destra, perché la vicenda di Macerata cade nella sua metà del campo. Diventa dunque la prova del nove della presunta esistenza di un’anima moderata in quell’alleanza puramente elettorale che mette insieme il tardolepenismo salviniano, il sovranismo postfascista di Meloni, l’ecumenismo berlusconiano, alla ricerca della reincarnazione più conveniente secondo i sondaggi. Incalzato dall’estremismo dei suoi due soci, l’ex Cavaliere si è ritagliato un abito moderato che non ha mai saputo rivestire , preferendo per vent’anni ricoprire col doppiopetto il caimano, la sua vera natura. Oggi che pretende di intercettare le preoccupazioni europee per una deriva polacca dell’Italia, e si contrappone all’estremismo antipolitico dei grillini (cercando di far dimenticare il suo radicalismo e le sue pulsioni antipolitiche), ha l’occasione per provare il suo nuovo moderatismo di governo. Pretenda da se stesso, da Salvini e Meloni nei confronti dello sparatore con la bandiera una condanna con gli stessi toni che usano ogni giorno nei confronti degli immigrati, facendosi promotore di una moderna cultura conservatrice europea che da vent’anni manca in Italia: e che mancherà ancora a lungo, condannati come siamo al nazionalismo e al populismo, incapaci di uscire dall’eterno postfascismo che non riesce a finire ”.


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Condivido, nell’insieme, l’impostazione e le riflessioni di Ezio Mauro. Mi chiedo però una cosa: lui, a proposito della destra, parla di ”metà del campo”, lasciando supporre che il “campo” sia distintamente diviso tra destra e sinistra.
Magari!  Ma non credo sia più così: nel campo della politica  ha preso corpo un elefantiaco “centro”, melassa di tutto e del contrario di tutto. Questo grande “ventre” è in confusione e, quindi, non tiene  bene a bada né la destra, né la sinistra estreme.
Sono saltati i trattini (che non erano un mero segno ortografico!): centro-destra e centro-sinistra e, con essi, i contenuti politico-culturali di cui si nutrivano, che li giustificavano e che elaboravano.
E’ emerso, al loro posto, un collante nuovo: l’ignoranza generalizzata (complice, spesso suo malgrado, anche la scuola); ignoranza non contrastata, non emarginata, anzi  spesso lasciata crescere e fomentata da chi ne ha lucidamente interesse in una visione , sostanzialmente e di fatto, poco democratica. Nulla di nuovo, purtroppo! Ma che ritorna!
E, come sappiamo, l’ignoranza ha causato e causa danni enormi!
Questo “centro” ipertrofico, rinunciatario, anestetizzato dall’indifferenza, a volte persino aggressivo, parecchio miope, non riesce (non vuole?) ad emarginare davvero gli estremisti; quasi si vergogna, nelle quotidiane, concrete manifestazioni,  dei più importanti istituti guadagnati, soffertamente ma concordemente, dalla nostra Costituzione.
Ma tutto ciò  - ne sono sempre più convinto – non avviene per caso: gli stessi politici rischiano di essere di fatto, in questo piano inclinato costruito sul potere, sul cinismo e sul denaro, solo dei “burattini”, i cui fili restano in altre  abili mani, non solo italiane.
Non entro nel merito, in ossequio all’antipartiticità dell’Associazione, rispetto alle posizioni dei Partiti nella vicenda di cui parla Ezio Mauro, ma mi richiedo –insistentemente –  anche in questa circostanza  - e finora - dove sono i cattolici impegnati in politica. Non tanto individualmente, intendo, ma assieme.
Dal mondo dell’associazionismo, si è visto, si  è fatta lodevolmente sentire, pronunciandosi e partecipando coralmente assieme ad altri “pezzi” di quel mondo, la voce dei cattolici. Lo stesso è avvenuto, per esempio, fuori dalla politica, nell’Università Cattolica ,in cui studenti e professori si sono ritrovati per realizzare i principi del “Manifesto della comunicazione non ostile”.
Che ne pensate, Amici dell’Associazione? Volete che ne parliamo, magari anche solo in un “Forum” interno?

Renato  Omacini

Venezia, 11 febbraio 2018 - Giorno della Madonna di Lourdes.

sabato 10 febbraio 2018

VERBALE RIUNIONE ASSOCIAZIONE “ I POPOLARI” DEL 6/02/2018

Presenti:  Toffano,  Panizzolo, Omacini, Miraglia,  Lazzarotto, Orsella,  Celin, Boccotti,  Malagutti.

Ordine del Giorno:
-       Iniziative sull’identità del bipolarismo;
-       Organizzazione del convegno sulla figura di Gagliardi;
-       Definizione del progetto sulla storia dei cattolici veneziani. 

Toffano apre la  riunione illustrando i tre punti dell’ordine del giorno.

Omacini informa che il Direttore dell’Avvenire ha dato la sua disponibilità a partecipare al nostro convegno, su fede e politica, che si farà a fine marzo. Informa altresì che sta cercando, d’intesa con Boccotti, una figura femminile conoscitrice di esegesi biblica.
                       
Miraglia avvisa che il CIF organizza il 21 marzo, presso la saletta dei Frari Venezia, un incontro in cui sarà ricordata la figura di Ida D’Este ed invita l’Associazione a partecipare.

L’Assemblea conviene per il convegno di giugno sulla figura politica di Gagliardi e incarica Toffano e Urlando a  prendere contatti con la famiglia.


L’incontro si conclude alle ore 20.00.  

giovedì 1 febbraio 2018

LETTURE D'INVERNO - Renato Omacini


A molti non sarà sfuggito l’articolo che Mario Bertolissi ha scritto, con titolo: “ La politica del calcolo personale”, su “la nuova Venezia” del 31 gennaio 2018.
Lo trascrivo di seguito, per l’utilità comune, con un breve commento in calce :

La cultura serve alla democrazia? Possiamo pensare di no, ma dobbiamo chiederci, se cadiamo in un equivoco, che cosa potrà succedere. Avvocatescamente, aggiungo che, qui di seguito, rassegno le mie conclusioni.
Uno che la sapeva lunga in fatto di politica –Niccolò Machiavelli- ha notato che è un difetto diffuso tra gli uomini quello  di “non prevedere la tempesta finchè c’è il bel tempo”. La validità di questo insegnamento la possiamo constatare ogni giorno: ce lo confermano le inchieste che documentano i rapporti fra gli italiani e lo Stato. La cultura –ha osservato Norberto Bobbio- “significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi, controllare tutte le testimonianze prima di decidere, e non pronunciarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva”. Che la cultura abbia a che fare con la democrazia è addirittura trasparente. Basta leggere il testo di una Costituzione ispirata dalle Rivoluzioni americana o francese, a cominciare da quella italiana, per accorgersi che il suo nucleo essenziale sta nel Parlamento: è il luogo in cui si discute, ci si confronta, si valuta, si  decide, alla luce del sole. La democrazia si fa demagogia quando la “pratica politica” mira a “ottenere il consenso popolare, facendo mostra di condividere i malumori e le rivendicazioni della maggioranza”.
Cultura e prassi democratiche sono compatibili con la pura e semplice comunicazione? Con l’apparire e non con l’essere? Se lo fossero, ciò equivarrebbe a ritenere che il governo della cosa pubblica –al pari di qualunque altra esperienza- può disinteressarsi della realtà: delle condizioni in cui si trovano i cittadini, di quel che pensano e di come agiscono. E di che cosa si aspettano.
Ma i fatti sono ciò che conta e saranno essi a decidere quel che accadrà. O noi saremo in grado di anticiparne il senso, di predeterminare azioni coerenti e, quindi, di accompagnarli oppure soccomberemo. Quante volte è accaduto nel secolo scorso! Il secolo breve” di Erich Hobsbawm, il quale ha osservato che “Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa. L’umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passini assolute”.
Sono parole che nessuno pronuncia più. Le si ignora perché non fa parte della nostra vita il senso che le identifica. D’altra parte, un intellettuale illustre –Hugo Von Hofmannsthal- ha scritto che “L’uomo scopre nel mondo solo quello che ha già dentro di sé; ma ha bisogno del mondo per scoprire quello che ha dentro di sé; a questo sono però necessarie l’azione e la sofferenza”.
Non c’è spazio per la solidarietà vera –che, se davvero profonda, diviene fratellanza- quando si ha “il denaro in testa”, avverte Vittorino Andreoli. “In questi casi il denaro finisce per essere l’idea dominante, in grado di modificare e condizionare persino la meccanica mentale che produce solo pensieri in valuta pregiata, riduce tutto il mondo a cartamoneta, e l’uomo a denaro. Ogni altra caratteristica scompare o viene coperta e si entra decisamente nella fase della malattia”.
Questa consapevolezza non fa parte dei pensieri dei contemporanei. Quantomeno, di una vasta parte della società, che è, appunto, malata. E le istituzioni –senza le quali non c’è ordinamento- vivono lo strazio di questa degenerazione. La fedeltà ha sostituito, dovunque, la lealtà. La verità ha ceduto all’ipocrisia. Il calcolo personale è divenuto il criterio, attraverso il quale si fa convergere il pubblico verso il privato; e il privato diviene, per incanto, pubblico.  Tradotto: si è persa la distinzione tra ciò che conviene a ciascuno e quel che rileva in termini di interesse dei più: di bene comune.
Si diceva: Natura non facit saltus. La natura non fa salti. Varrebbe la pena di prendere tra le mani qualche libro di storia: da leggere e su cui riflettere. I fatti si riproducono e non sempre a rinnovarsi nel tempo sono i migliori.
Non è una predica, ma una preoccupazione.
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In effetti, non è una predica!  Bertolissi riprende, intelligentemente, idee, sensazioni e “visioni” che si trovano nella letteratura contemporanea che si occupa soprattutto di sociologia, di psicologia, di politologia e le interpreta con la cultura e la sensibilità che gli appartengono.
E’ da un po’ che le menti più aperte suonano dei campanelli d’allarme; ed è da un po’ che, in termini di andazzo generale, si fa finta di niente (ammesso che se ne sia presa visione).
Perché si fa finta di niente? Perché non conviene. E perché non conviene? Ed a chi non conviene?
Io avrei alcune risposte  (non certo “oracoli”!) da confrontare, se volete, con Voi ,amici dell’Associazione.  Sono cose del massimo peso: la centralità del Parlamento (e , al suo interno, l’alimentazione di un dibattito, anche stringato, ma profondo , consapevole ed aperto ); il senso di questo “Progresso” , fondato  molto sul denaro ;lo smarrimento dei confini tra sfera pubblica e sfera privata; l’ipocrisia che travolge la verità; l’incultura diffusa e quasi apprezzata: la demagogia; le istituzioni che  vivono lo  “strazio” di una degenerazione; ecc.
Vi pare che non ci sia un lavoro enorme per cristiani che si impegnano nella politica? Quanta colpevole fiacchezza, invece, a parer mio; quanta frammentazione; quanta debolezza “progettuale”; quante paure; quanto opportunismo, forse!
Non esito a dire, sperando  proprio di non sbagliare, che c’è, in noi credenti  in generale e in noi credenti che amiamo o pratichiamo la politica in particolare, una COLOSSALE COLPA DI OMISSIONE su cui , tra l’altro, saremo giudicati. Non servono eroi, ma persone che agiscano onestamente ,professionalmente e  tenacemente e ne diano conto.

Venezia, 31 gennaio 2018.