APPUNTI SU UNA RELAZIONE DEL 1994 SVOLTA A PORDENONE
PRESSO IL CENTRO DIOCESANO “MADONNA PELLEGRINA”
di Romeo Saccon
I – Dossetti nasce nel 1913 e la sua prima infanzia subisce le conseguenze di un mondo segnato dalla miseria, povertà e umiliazioni, nel quale si rende palese la scarsa solidarietà sociale. Nonostante l’età percepisce le tragedie della guerra 15-18. Entra al Ginnasio nei giorni della Marcia su Roma e nella sua adolescenza matura l’impressione, come lui stesso racconta, che “quell’evento non sia che una grande farsa, favorita da una grande diseducazione del nostro paese, del nostro popolo ed è quindi un grande inganno”.
Quindi è per quei vissuti della prima infanzia e dell’adolescenza che in lui si radica “nel profondo un irriducibile antifascismo, non solo per il passato, ma anche per il futuro”.
II – Egli impronta il suo impegno di studioso dei problemi giuridici e sociali, sull’approfondimento dei rapporti tra i due grandi sistemi: “il sistema ecclesiale e il sistema statuale o civile”.
Avverte “un chiaro distacco interiore dalla dottrina di una Chiesa come società perfetta, cioè come società autosufficiente in modo analogo a quello della società statuale”. Non perché questa dottrina nei termini in cui veniva allora sviluppata da un certo tradizionalismo cattolico, fosse in se errata, ma perché non è certo che colga il proprio della Chiesa. A Pordenone aggiungerà; “E adesso dico di più: fuorvia dal proprio della Chiesa”.
Quindi fa propria la tensione verso una Chiesa in grado di affrontare non solo tutti i problemi ad essa relativi, ma anche i problemi dei rapporti tra se stessa e il mondo, con la società politica, con l’atmosfera culturale e sociale di un’epoca. Problemi complessi che non possono essere affrontati da un corpo (scheletro) senza anima o quasi, ma da un corpo vivente animato dallo spirito nel Cristo Signore della storia.
Sono queste due grandi certezze che plasmano la personalità di Dossetti:
“Respingere alle mie spalle il fascismo e tutto quello che può assimilarsi al fascismo o può mettere sulla strada del fascismo e poi camminare nella Chiesa Corpo di Cristo, Chiesa del Cristo vivificata dalla sua Parola”.
Si capisce a questo punto come l’azione politica di Dossetti “Sia stata essenzialmente azione educatrice. Educatrice nel concreto”.
Il suo impegno politico dura 7 anni e lo interrompe quando si accorge che non sussistono più le condizioni per continuare il suo impegno educativo.
Non rotture o dissensi personali, ma piuttosto il venire meno delle condizioni per attuarlo…
IMPEGNO POLITICO ED ECCLESIALE DI DOSSETTI
Considerazioni
di Giancarlo Boccotti
di Giancarlo Boccotti
Nella “Conversazione tenuta al
clero della Diocesi di Pordenone presso la Casa Madonna Pellegrina (17 marzo
1994 )” *, don Giuseppe Dossetti traccia un sostanziale itinerario della sua
vita, ci lascia una specie di testamento spirituale, fa un sintetico, ma
preciso, bilancio della sua vicenda umana.
La “Conversazione” si può dividere
in due parti. La prima, dedicata ai sette anni della stagione politica, in cui
è incluso anche il periodo di clandestinità nella Resistenza, finisce nel 1952.
La seconda, dedicata agli anni che vanno dal 1952 alla morte ( 1994 ), può
essere suddivisa negli anni della “vita orante”, cioè della vita da semplice
monaco, e negli anni della vita consacrata, successivi all’ordinazione
sacerdotale avvenuta nel 1959
Vorrei fermare la mia attenzione
su un punto specifico della prima parte della “Conversazione” ( pp. 11-13 ), quello
in cui don Giuseppe parla della sua seconda grande certezza: “la certezza della
Chiesa, la certezza della Chiesa come corpo vivente animato dallo Spirito
santo”.
Va aggiunto che la sua prima
grande certezza è stata l’antifascismo “degli anni primordiali” e della sua
prima adolescenza, che lo ha indotto, per tutto il resto della vita, a
“respingere alle sue spalle il fascismo e tutto quello che può assimilarsi al
fascismo o che può mettere sulla strada del fascismo”.
Nel corso dei suoi studi - dice don
Dossetti – è maturato in lui un forte interesse a considerare il rapporto
intercorrente tra il sistema ecclesiale e “il sistema cosiddetto statuale”. Il
confronto tra questi due sistemi lo ha portato a “un chiaro distacco interiore
dalla dottrina della Chiesa come società perfetta, cioè come società
autosufficiente in modo analogo a quello della società statuale o società
civile.” Questa dottrina, secondo don Giuseppe, nei termini in cui veniva
presentata dal pensiero cattolico tradizionale, era fuorviante, perché incapace
di cogliere l’essenza della Chiesa, di vedere il vero volto della Chiesa.
Il sistema ecclesiale, come nato
e cresciuto sul modello dell’amministrazione centrale e periferica dell’Impero romano dopo l’Editto di Milano di
Costantino ( 313 d.C. ), con le sue parrocchie e diocesi, con le sue curie
diocesane e la curia centrale romana, è per lui qualcosa che serve, che ci
vuole. Ma qualcosa che serve, che ci vuole allo stesso modo in cui per il corpo
umano serve, ci vuole lo scheletro. Dice, infatti, don Dossetti, esemplificando
per analogia: “ Se non c’è il sistema osseo, il nostro sistema corporeo
complessivo non regge.”
Il sistema ecclesiale, come il
sistema osseo per il corpo umano, è, dunque, utile, forse anche indispensabile,
ma è sempre lo scheletro della Chiesa, “non ne è la carne, i lineamenti, il
volto, non ne è soprattutto l’anima.”
Cos’è, allora, la Chiesa? si
chiede don Giuseppe.
La Chiesa è per lui, già negli
anni del suo impegno politico, un corpo vivente. “E’ il Cristo animato, vivo e vivificante, e come tale deve operare nel
mondo e nella storia: come corpo vivificato dallo Spirito.”
Tutti i problemi interni e tutti i problemi dei suoi rapporti con il
mondo, con la società politica, con l’atmosfera culturale e sociale di un’epoca
la Chiesa li deve interpretare e condurre “non come opera di una ossatura senza
anima o quasi, ma come corpo vivente animato dallo Spirito nel Cristo Signore
della storia, presente nella storia.”
Don Giuseppe dichiara che già
prima dell’inizio del Concilio Vaticano II aveva
cominciato a dar peso alla parola di Dio, al Vangelo e a tutta la Bibbia, “come
espressione della vita in Cristo della Chiesa stessa, espressione della sua
capacità di essere nella storia, dominando la storia;”dominandola non nel senso
materialmente operativo ma nel senso di un’animazione vitale e liberante.
Don Dossetti nella
“Conversazione” pordenonese parlava ai preti, ma, credo, abbia detto qualcosa
d’interessante anche ai cattolici laici, impegnati in politica.
Cercando di tradurre le sue
conclusioni per il clero in un linguaggio conformato su quello della pratica
quotidiana di chi opera in politica, vorrei fare due considerazioni.
Prima considerazione. Un cattolico
impegnato in politica può, e forse deve, trovare il suo orientamento nella
navigazione di ogni giorno, seguendo le indicazioni fornite dalla dottrina
sociale della Chiesa e gli insegnamenti dati dal Magistero, dalla CEI e dai
sacerdoti.
Tali indicazioni vanno bene, sono
finanche necessarie, ma non bastano. Quello che conta per lui è interrogare ogni
giorno la Parola di Dio, affidarsi alla sua direzione e alle sue direttive. La
Parola deve essere la chiave interpretativa di quella che è la “realtà
effettuale” del mondo terreno, la stella polare per non smarrirsi dentro di
essa, per quanto tale realtà sia lontana da come dovrebbe essere.
La Parola è il segnale stradale
che indica la retta via da seguire. Quella stessa Parola che ha dato, per
esempio, al popolo ebraico la forza di non perdere la propria identità nei
secoli della diaspora e di rinnovare il suo Stato nella Terra promessa, dopo circa
duemila anni dalla distruzione.
Seconda considerazione. Un
cattolico non può seguire nella sua azione politica i principi di una Realpolitik, ma deve seguire i
comandamenti e i precetti della morale cristiana. Questo potrebbe apparire come
un handicap, ma non lo è. E’, invece,
un grande vantaggio. Sempre che si creda che Cristo è presente nella vita e
nella storia umana e che, per mezzo dello Spirito santo, assiste ed aiuta instancabilmente
chi ha fede in lui. Sempre che si sia convinti che è Dio a guidare la storia,
anche se gli esseri umani sono dotati di libero arbitrio e, come tali, liberi di
fare a modo loro, di fare, dunque, sia il male che il bene.
note -
( * ) La “Conversazione”,
intitolata “ Tra eremo e passione civile
Percorsi biografici e riflessioni sull’oggi, sta in G. DOSSETTI, Tra eremo e passione civile Conversazioni,
Milano 2006, pp. 9-34- Nuova edizione rivista e corretta-
In Dialogo Cooperativa culturale
S. r. l., via S. Antonio, 5 -20122 Milano tel. 02-58391. 348
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