domenica 20 marzo 2016

VERBALE INCONTRO DEL 2/03/2016



Oggi, mercoledì 2 marzo 2016, alle ore 18, si riuniscono in una sala della municipalità di Marghera, ( Ve ), piazza sant’Antonio n.17, i soci dell’Associazione “ I Popolari Provincia di Venezia”. Sono presenti: Toffano, presidente, e i soci: Lazzarotto, Busatto, Montanaro, Cortese, Urlando, Franzin, Saccon, Capogrosso, Celin, Panizzolo, Miraglia, Salviato e Boccotti.
Il presidente Toffano, dopo l’iniziale saluto, rivolge ai soci una raccomandazione. Ognuno di loro dovrebbe impegnarsi a fornire almeno cinque nomi di persone potenzialmente interessate ad iscriversi all’Associazione e/o a partecipare alle sue attività e manifestazioni.
Successivamente, dà la parola a Boccotti per il programmato intervento della durata di 10 minuti.
Boccotti tiene la sua comunicazione sul tema:“ Riforme e riformatori nell’Italia repubblicana: qualche buon risultato e un fallimento”, il cui testo è allegato al presente verbale.
Il dibattito che ne segue è partecipato e animato. Vi intervengono Cortese, Toffano, Miraglia, Saccon, Lazzarotto, Capogrosso, Busatto, Urlando, Panizzolo e Celin.
Cortese riprende dai suoi ricordi personali di parlamentare e di assessore della Regione Veneto l’argomento della legislazione urbanistica, accennando alle conseguenze negative derivate dalla mancata approvazione del disegno di legge presentato da F. Sullo nel 1962.
Busatto mette l’accento sul fatto che la Regione Veneto, cui spetta la facoltà di approvare i piani regolatori predisposti dai Comuni, ha consentito un’eccessiva e disordinata proliferazione delle aree industriali e dei centri commerciali. Al grave danno apportato al territorio da queste scelte si deve, oggi, porre rimedio con una politica che punti alla concentrazione e all’accorpamento di tali aree e centri.
Miraglia, dopo aver rilevato che nel corso degli anni e decenni si è cominciato a esercitare un sempre maggior controllo sullo sfruttamento e consumo del suolo, propone che Andrea Ferrazzi, già assessore all’urbanistica del Comune di Venezia, sia invitato a tenere per i soci una breve comunicazione sulla legge che è a tale riguardo in discussione in Parlamento.
Il presidente Toffano riferisce questa ironica battuta di un suo amico generale dell’esercito, a sconsolato commento sulla speculazione edilizia che ha finito col deturpare il territorio della Regione Veneto:
“Il Veneto si è costruito un’invalicabile muraglia di cemento capace di fermare qualsiasi tentativo di invasione da parte dell’Unione sovietica.”
Il presidente consiglia poi ai presenti la lettura di un libro scritto da un illustre storico dell’architettura: Leonardo Benevolo, Le origini dell’urbanistica moderna in Italia, ( Editore Laterza ), 10 euro.
Per quanto riguarda la futura programmazione delle attività culturali dell’Associazione, il presidente propone di organizzare un incontro sulla riforma costituzionale, in vista del referendum che su di essa si terrà nell’autunno di quest’anno. La discussione dovrebbe essere introdotta da due relazioni, l’una favorevole e l’altra contraria alla legge in approvazione.
Busatto, a sua volta, propone di organizzare un incontro sullo scottante tema dell’immigrazione in Europa dai Paesi del Medio oriente e dell’Africa.
La decisione sulle due proposte è rinviata alla prossima riunione dell’Associazione, fissata per mercoledì 6 aprile 2016 alle ore 18 nella solita sede, con seguito conviviale in pizzeria.
Dopo di ciò la riunione si chiude alle ore 19.45.

 ---ooOoo---
Allegato

RIFORME E RIFORMATORI NELL’ITALIA REPUBBLICANA
QUALCHE BUON RISULTATO E UN FALLIMENTO


Nei 10 minuti previsti per il mio intervento, mi riuscirà soltanto di fare un elenco di buone riforme e di buoni riformatori e di prendere in considerazione un unico tentativo riformatore, molto importante ma, purtroppo, fallito.
Senza pretesa di completezza e senza voler stabilire graduatorie, mi paiono particolarmente meritevoli di menzione e di ricordo le riforme e i riformatori seguenti.

1 ) Riforma per agevolare la costruzione di case per i lavoratori, il cosiddetto “ Piano Fanfani”
( legge 28 febbraio 1949 n. 43 ). Il piano aveva una durata di sette anni e fu prorogato per altri sette.
Il presidente del Consiglio era Alcide De Gasperi e il ministro del lavoro e della previdenza sociale Amintore Fanfani.

2 ) Riforma agraria, realizzata nel 1950, mentre era presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi e ministro dell’agricoltura Antonio Segni. La riforma consistette di tre provvedimenti legislativi, riguardanti la Calabria ( legge Sila ), varie parti d’Italia ( legge stralcio ) e la Regione autonoma Sicilia. Il programma di riordino fondiario non fu però completato. La riforma si proponeva l’obiettivo di riequilibrare a favore dei contadini lo sperequato rapporto tra loro e i grandi proprietari terrieri.

3 ) Riforma tributaria, volta a modernizzare e razionalizzare la tassazione dei redditi e la riscossione dei tributi. Fu attuata in tre tempi.
Legge di perequazione tributaria ( legge Vanoni ), nel 1951, essendo presidente del Consiglio A. De Gasperi e ministro delle finanze Ezio Vanoni.
“Riforma Tremelloni” nel 1956 che integrò la legge Vanoni, essendo presidente del Consiglio Mario Scelba e ministro delle finanze Roberto Tremelloni.
Legge delega del 1971 con cui furono riordinati e resi più moderni sia il sistema tributario per le imposte dirette, sia quello per le imposte indirette. Il presidente del Consiglio era Emilio Colombo e il ministro delle finanze Luigi Preti

4 ) Riforma sanitaria con la quale si andò oltre il sistema popolarmente chiamato“ la mutua”. Un sistema questo per il quale il diritto alla tutela della salute era correlato non all’essere un cittadino ma all’essere un lavoratore o familiare di un lavoratore.
Si possono individuare tre tempi di attuazione del processo riformatore.
a ) Istituzione del Ministero della sanità, scorporato dal Ministero dell’interno, con la legge 13 marzo 1958, n. 296, emanata durante il secondo governo Fanfani. Vincenzo Monaldi fu il primo titolare del nuovo dicastero.
b ) Trasformazione degli ospedali, in precedenza gestiti per lo più da enti di assistenza e beneficenza, in enti pubblici ( “legge Mariotti “ del 12 febbraio 1968, n.132 ), quando era presidente del Consiglio Aldo Moro e ministro della sanità, Luigi Mariotti.
c ) Trasferimento, nel 1974, dei compiti in materia di assistenza ospedaliera dallo Stato centrale alle Regioni. Dopo di ciò, fu completata la soppressione del sistema mutualistico e istituito il “Servizio sanitario nazionale”, con decorrenza dal primo luglio 1980 ( legge 23 dicembre 1978, n. 833 ), mentre era capo del governo Giulio Andreotti e ministro della sanità, Tina Anselmi.

5 ) Nazionalizzazione degli enti fornitori di energia elettrica e fondazione dell’ENEL con la legge del 27 novembre 1962, mentre Fanfani era capo del governo. Uno dei principali fautori della riforma fu Riccardo Lombardi.

6 ) Riforma della scuola media di primo grado con la legge 31 dicembre 1962, n. 1859.
Istruzione obbligatoria e gratuita in una scuola unica per tutti, istituita in ogni Comune. Presidente del Consiglio era Fanfani e ministro della Pubblica istruzione Luigi Gui.

7 ) Riforma in materia di patti agrari e di affitto dei fondi rustici, introdotta con legge 11 febbraio 1971, n. 11. Ne furono promotori i parlamentari Fernando De Marzi e Salvatore Cipolla, mentre capo del governo era Emilio Colombo. La legge stabiliva condizioni contrattuali più vantaggiose per mezzadri e affittuari rispetto ai proprietari della terra.


Nell’estate del 1962 Fiorentino Sullo presentò al Parlamento la sua proposta di legge urbanistica. Egli era ministro per i lavori pubblici nel governo di cui era presidente del Consiglio, Amintore Fanfani. Il ministro, appartenente alla sinistra democristiana della corrente di “Base”, intendeva introdurre in Italia “la stessa politica fondiaria urbana che aveva reso civili le periferie delle città di più evoluti paesi europei.”( E. Salzano, p. 3 )
Durante gli anni della ricostruzione post-bellica, in Italia gli insediamenti abitativi erano cresciuti enormemente e in modo incontrollato, specialmente nelle grandi periferie delle città. Era così iniziata quella progressiva devastazione del suolo, urbano e non urbano, che ancora oggi non è stata fermata.
Il ministro Sullo si proponeva di mettere un freno alla rendita immobiliare cioè a “quel elevatissimo gradiente che gratifica il proprietario del suolo quando il prezzo da quello del terreno agricolo ascende a quello del terreno edificabile.”( Salzano, p.3 )
Secondo la proposta di legge Sullo, la differenza tra i due prezzi non doveva andare nelle tasche degli speculatori edilizi, ma nelle casse dei Comuni. I quali Comuni dovevano assumersi l’impegno di:
-acquisire preventivamente le aree di espansione edilizia individuate nei loro piani urbanistici;
-calmierare il mercato degli immobili per abbattere il consistente prezzo delle abitazioni;
-provvedere alle opere di urbanizzazione e di mitigazione dell’impatto sull’ambiente causato da quanto veniva edificato;
-ridurre al massimo la densità fabbricativa, impedendo uno sfruttamento eccessivo e irrazionale del territorio.
La presidenza del Consiglio dei ministri, cioè Fanfani, fece sapere di “condividere in linea di massima i criteri informatori” del disegno di legge Sullo. ( E. Franzin, p. 11 ) Nonostante ciò, dopo varie traversie sulla narrazione delle quali non ci soffermiamo, il disegno di legge fu bloccato e messo in mora. Al fallimento del tentativo del ministro, che fu sottoposto a feroci attacchi, anche personali, da parte della stampa e dei suoi avversari, politici e non, corrispose la completa vittoria del partito trasversale degli immobiliaristi e palazzinari.
Dopo il non buon risultato, ottenuto dalla DC e dal PSI nelle elezioni dell’aprile 1963, al quarto governo Fanfani, primo di centro-sinistra, subentrò dal luglio al dicembre il governo cosi detto “balneare” di Giovanni Leone. Dopo di che il centro-sinistra continuò, ma il più dinamico e meno disposto alla mediazione, Amintore Fanfani, fu sostituito alla presidenza del Consiglio dei ministri col più prudente e più incline alla trattativa, Aldo Moro.
Il posto di ministro dei lavori pubblici nel nuovo governo toccò al socialista, Giovanni Pieraccini, che presentò un nuovo disegno di legge urbanistica diverso da quello di Sullo. Potremmo definirlo di compromesso. Esso conteneva elementi riformatori non irrilevanti, ma escludeva la facoltà di esproprio preventivo e generalizzato delle aree edificabili. Solo nel caso in cui i proprietari del terreno non riuscissero a consorziarsi o il consorzio non attuasse nei tempi prestabiliti gli impegni assunti, il Comune avrebbe dovuto espropriare le aree del comparto, corrispondendo ai proprietari un indenizzo. ( E. Franzin, p. 15 )
In ogni caso, con il secondo governo Moro ( luglio 1964-febbraio1966 ) una legge urbanistica conforme o simile a quella proposta da Sullo non fu più approvata.
Riporto su questo punto un giudizio di E. Franzin ( p. 12 ) che penso sia da condividere. L’accantonamento della legge urbanistica da parte del secondo governo Moro “ ha aperto una fase della storia economica e politica italiana, la quale dura ancora, che potremmo definire dell’aumento vertiginoso della rendita urbana e della cultura antiurbanistica con relativa estensione della corruzione dei settori del pubblico che gestiscono l’urbanistica. ( Bonora e Cervellati, 2009 )”
La vittoriosa difesa della rendita sui terreni urbani da parte dei gruppi sociali a essa interessati ha avuto, ed ha tuttora, le seguenti conseguenze sul piano economico e politico:
aumenta la spesa per la costruzione dei fabbricati e, in particolare, delle abitazioni a causa dell’alto prezzo delle aree edificabili;
favorisce lo spostamento dei capitali dagli investimenti imprenditoriali a rischio alla rendita parassitaria più remunerativa e sicura ( ad esempio, le concessioni autostradali ai gruppi finanziari );
innesca il meccanismo della corruzione sia in ambito politico per il finanziamento delle spese dei partiti o per l’arricchimento personale di singoli esponenti dei partiti, sia tra la burocrazia degli uffici pubblici dai quali dipendono l’urbanistica e l’edilizia privata;
offre un modello alla corruzione che si sviluppa nel settore dei lavori pubblici e in quello delle cosiddette “società partecipate” con il sistema delle tangenti sugli appalti e cose simili, nel quale rientrano sia esponenti politici, sia pubblici dipendenti.
Considerazione finale:
Riforme e riformatori nella vita politica italiana hanno una vita tormentata e quasi mai abbastanza lunga per portare a termine i loro progetti.
Una prima causa è la debolezza del quadro politico e partitico che non permette la formazione di maggioranze parlamentari coese e durature e quindi in grado di consentire la governabilità.
Una seconda causa è connessa con la prima. La debolezza dei governi facilita l’azione di Stati e di potenti gruppi di pressione stranieri che intendano influire sull’andamento della politica, traendone profitto a svantaggio dell’Italia ( si vedano i casi di Enrico Mattei e di Aldo Moro ).
Una terza causa è che i riformatori nei fatti e non nelle parole si trovano in genere al centro dello schieramento dei partiti e dei movimenti politici e sono sottoposti a una manovra a tenaglia che porta il suo convergente attacco sia dalla parte destra, sia dalla parte sinistra. L’attacco è in genere ispirato e guidato dal blocco trasversale formato da coloro ( gruppi o singole persone ) che godono posizioni di privilegio e temono di perderle, ben sapendo che ogni piccolo smottamento può essere l’inizio di una frana.
Tanto per non restare nel vago, nel momento nel quale viviamo, si potrebbero individuare tra gli oppositori alle necessarie riforme consistenti gruppi formati da appartenenti all’alta finanza, alla magistratura e ai “media” pubblici e privati, da esercitanti professioni con accesso chiuso agli estranei, da fruitori di trattamenti economici privilegiati, eccetera.
Sappiamo che è ora in discussione in Parlamento un disegno di legge sul contenimento del consumo del suolo e sul riutilizzo di quello edificato, presentato dal governo Letta nel febbraio del 2014.
Sappiamo anche che tale disegno di legge, che punta a ridurre la realizzazione di nuove costruzioni e a incentivare la rigenerazione urbana, non ha avuto finora un cammino facile.
Ecco che così si presenta al governo Renzi un’ottima occasione di dimostrare a se stesso e ai cittadini italiani la genuinità della sua vocazione riformatrice.

Per la questione della mancata riforma urbanistica di F. Sullo ci siamo avvalsi di due articoli apparsi su FOEDUS, n. 29 del 2011, ’Rivista dell’Associazione Artigiani e Piccole Imprese Mestre CGIA’, realizzazione e stampa Vigonza ( PD ) Mediamion srl, che sono:
E. SALZANO, Fiorentino Sullo e la rendita immobiliare Che cosa è cambiato, pp. 3-9;

E. FRANZIN, Fiorentino Sullo e il “Piano Solo” del generale G. De Lorenzo, pp. 10-23.

mercoledì 16 marzo 2016

PILATO

P R E S E N T A Z I O N E

Non c’è un richiamo diretto agli obiettivi dell’Associazione nel libro che, per chi non l’ha letto, presento brevemente di seguito; c’è però un richiamo indiretto che poi dirò.
E c’è una coincidenza temporale tra le vicende illustrate ed il ricordo, ormai imminente in questa Quaresima, della passione di Gesù.
Il libro è: Aldo Schiavone, Ponzio  Pilato, Ed. Einaudi, 2016, euro 22,00.
Schiavone è un noto storico dell’antichità che ha scritto, tra l’altro, la “Storia di Roma” dell’Einaudi (1989-1993).
Nel Credo i cristiani dicono: “…patì sotto Ponzio Pilato …”. Costui aveva sostituito Valerio Grato nella prefettura di Giudea (che comprendeva la Giudea e la Samaria, ma non la Galilea); era al potere dal 26 e lo resse fino alla fine del 36. A Roma governava Tiberio.
Pilato è l’unico personaggio storico cui la memoria evangelica abbia attribuito un lungo dialogo con Gesù. Il che avvenne nel mese di aprile (probabilmente il giorno 6) non si sa bene se nell’anno 30 o 33.
Pilato era quel giorno a Gerusalemme: vi era giunto da Cesarea, sul mare, dove aveva la sua abituale residenza. In vista della festa degli Azzimi, si radunava infatti molta folla a Gerusalemme ed era prudente esservi presente.
Il racconto di Schiavone prosegue richiamando fonti storiche, i Sinottici e soprattutto il Vangelo di Giovanni. L’Autore si esprime liberamente, argomentando circa la maggiore o minore “veridicità”, a suo avviso, delle fonti stesse. Ne esce un percorso interessante e coinvolgente.
Da questo percorso mi permetto di estrarre solo una riflessione (è il richiamo indiretto suaccennato) più vicina all’Associazione: il rapporto, cioè, tra il trono e l’altare.
Il famoso “…date a Cesare…” va scandagliato più in profondità di quello che normalmente si fa: le rispettive “autonomie” non sono poste, infatti, come sappiamo,  sullo stesso piano.
Il potere religioso (in mano prevalentemente ai Sadducei) e quello imperiale si sono sempre confrontati ed affrontati in Giudea,  con percorsi spesso furbeschi ed involuti, all’interno, nel caso di Gesù, di una vicenda che fu tutto meno che un “processo”. Molte regole furono infatti deliberatamente violate in quella circostanza.
Lo stesso famoso  “lavarsi le mani” di Pilato è valutato da Schiavone (e ne spiega il perché) come molto poco attendibile.
Ora la lettura a Voi  …..

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _


Oggi, dopo 2000 anni, chi è che “se ne lava le mani?”. Ce ne accorgiamo? Reagiamo in forma democratica? Chiediamo che il potere ce ne renda conto in quanto cittadini?
 Ed i due poteri come convivono per esempio, qui ed ora da noi?
E l’idea di “verità” (“…quid est veritas? “ chiede Pilato a Gesù) che ruolo concreto ha nell’agire religioso ed in quello politico?
Domande fondamentali, per nulla retoriche, sovente purtroppo rimosse ad arte. Domande dalle cui sia pur provvisorie e sempre perfettibili risposte dipende, per esempio e per noi, la “qualità” della politica per come ce l’hanno insegnata, assieme ad altre importanti figure,  i padri del Popolarismo.

Renato Omacini

Marzo 2016.

Ringraziamento a Giorgio La Pira

Mario Castelli s.j.
Ringraziamento a Giorgio La Pira
Aggiornamenti Sociali, dicembre 1977, pp. 673-676

Questa breve personale rievocazione della figura di Giorgio La Pira è stata tracciata dal p. Mario Castelli che, per lungo tempo membro del gruppo redazionale di Aggiornamenti Sociali e suo direttore nel decennio ’57-’67, ebbe frequenti occasioni, in tale veste, di conoscere e trattare personalmente con l’uomo politico cristiano da poco scomparso.
La nostra rivista, che negli anni Cinquanta e Sessanta documentò e sostenne le iniziative di La Pira in favore dei poveri e della pace, vuole con questo modesto contributo onorarne la memoria, e in pari tempo sottolineare il messaggio che viene, ai cristiani, dalla sua vita: solo una profonda e vissuta ispirazione evangelica può fondare un progetto e un impegno di autentica liberazione e promozione dell’uomo (Ndr).
Giorgio La Pira è stato un uomo povero. Non è cosa da poco essere uomini poveri in una società “avida”. E questa società dell’era, potremmo dire ormai postindustriale, è particolarmente avida. Anzi, nell’avidità ha trovato il suo principio genetico, quello che presiede alla sua strutturazione, le conferisce fisionomia, la spinge ad operare, la fa crescere …. In questa società, se uno non è avido, se non lo vuole essere, se non crede alla bontà di quel principio propulsore, allora il suo valore è nullo, viene respinto ai margini, è un  “fuori  legge”.
Giorgio La Pira  ha accettato di essere in questa società un “fuori legge”. E in tale situazione si sentiva proprio bene: non certo nel senso che ne soffrisse, ma perché la sua povertà lo rendeva libero. Più roba, più potere, più successo …., gli slogan della prassi consumistica martellano gli uomini. Come definire uno che può facilmente avere tutto questo, gli viene perfino – per così dire – buttato dietro, ma lo rifiuta? Giorgio La Pira a tutto questo non dava nessun valore, non lo prendeva neppure in considerazione. Che potevano dire le persone del “buon senso”di un uomo come lui?
Era un “imbecille”, per dirla fuori dai denti, oppure, più benevolmente, un sognatore utopista. Ma era un giudizio che si sentiva non vero; in realtà Giorgio La Pira era un pericolo: un pericolo per le proprie credute sicurezze. Era un rimprovero, anche, nel fatto e quindi più efficace per la falsa fede in tanti supposti valori che davanti a lui apparivano solo miserie. Mentre viveva non si esimeva dal “contagio”, magari sottile, che si manifestava in un appena percettibile turbamento; in morte, sì, certo, si pensa che non debba più fare paura e lo si riconosce volentieri come un eroe, come un santo. Fariseismo? Giorgio La Pira non lo direbbe, ma nella sua profonda bontà guarderebbe con amore paziente anche questa debolezza umana.
Un uomo povero nel suo personale stile di vita. Lo ricordo nella piccola stanza della clinica delle suore presso cui stava all’inizio degli anni Sessanta; nella sua preghiera, inginocchiato sul banco della chiesetta vicina; per strada tra la chiesetta e la stanza. Una povertà voluta che comunicava serenità e ottimismo. Senza polemica, questa povertà, perché autentica, radicale, di tutto l’uomo, che non curava l’applauso. Non si è messo in croce perché gli battessero le mani.
Uomo povero, è vissuto tra i poveri. Così li ha compresi, appunto perché tra loro, dalla loro parte, uno di loro e in forma più viva. L’ho visto a S. Procolo, forse era già alla Badia Fiorentina, e mi è rimasta impressa la maniera gioviale con cui sorvolava sui piccoli strali moralmente ricattatori che qualche poverello gli lanciava per impietosirlo, per tirarlo a concedere questo o quel favoruccio di poco conto …….;  li amava così qui poveri, com’erano e anche come si manifestavano nella loro indiscrezione e petulanza, dopotutto rassegnata. E’ poco essere povero, se non si è anche tra i poveri, se non si è con loro come di una stessa famiglia. M’interrogo sulla mia povertà di religioso, sì, vera, ma senza rilevanza sociale. E m’interrogo anche su quell’altra povertà, senza speranza, che si porta nelle piazze, si vive nelle strade come luogo privilegiato di una protesta che non propone alternative.
Giorgio La Pira è stato invece l’uomo della speranza, delle proposta nuova, non solo personale ma collettiva e politica. Era una speranza autentica che sorgeva forse dalla sua stessa esperienza di povero fin dentro lo spirito. A causa di questa sua speranza egli non solo era tra i poveri, con i poveri, dalla loro parte, ma anche lottava per loro. Nel povero era l’uomo e Giorgio La Pira in lui difendeva l’uomo nella sua eccezione più vera, appunto perché privo di tutto e quindi nella impossibilità di celarsi dietro involucri preziosi. Nel povero, se valore c’è, c’è solo valore umano.
 E la lotta per il povero era vera lotta, che gli procurava inimicizie, travisamenti e calunnie. Non era emozione, pietismo. Era lotta creativa, piena di emarginazione e di immediatezza, senza cedimenti, combattuta con tutta la fermezza e la pertinacia di chi ama. Il povero gli era carne della sua carne. Povero tra i poveri, Giorgio La Pira lottava per i poveri come per un istinto di conservazione, fisico e spirituale, che gli sorgeva dal di dentro, dalla presenza in lui del primo povero, Gesù Cristo, col quale tutti i poveri formano un unico corpo.
Citava – ricordo – il Samaritano della parabola evangelica: Gesù vuole che interveniamo, loda chi interviene. E intervenne, come sindaco di Firenze, per la Galileo, per la Pignone, per altre aziende in crisi, in difesa dell’occupazione, dell’economia fiorentina. Sostenne per questo duri scontri con ministri e industriali. Le ragioni economiche si piegavano di fronte alla sua logica evangelica e alla fine risultava che il Vangelo aveva ragione! La requisizione delle case sfitte, altro motivo d’orrore nell’Italia bene degli anni Cinquanta, si rivela oggi gesto profetico, ammonizione severa per quanti nel frattempo avrebbero dovuto trovare una soluzione al disagio dei senza casa e non l’hanno fatto oppure, con le scelte non attente al bisogno o volutamente diverse, hanno impedito di farlo.
E ha dato fastidio il suo modo di amministrare Firenze. Solo che oggi, con le malversazioni e anche semplicemente i disavanzi a cui ci hanno abituato altri amministratori più provveduti dei principali comuni d’Italia, quelle critiche si rivelano strumentali e si avvalora il sospetto di cattiva coscienza in chi le muoveva: mentre brillano di lue limpidissima gli sforzi di quell’uomo povero, che inopinatamente era diventato il sindaco di una città prestigiosa e usava la sua autorità per difendere e favorire la povera gente.
Ma la speranza di Giorgio La Pira non era ristretta a Firenze. Oppure Firenze aveva già le predisposizioni per diventare spiritualmente una capitale del mondo. Giorgio La Pira, povero tra i poveri, lottatore pervicace in favore dei poveri, aveva imparato dalla sua stessa povertà la dimensione  universale: e la sua azione si volse a promuovere dappertutto la pace. Nulla aveva da offrire se non la sua passione onesta e il suo entusiasmo di bene per la crescita umana, per la vita, dono del Dio dei viventi. Eppure i responsabili di nazioni ferocemente in lotta tra loro ne accettavano la conversazione, certo così estranea alla logica di potere alla quale erano abituati.
Non sapremo mai, credo, se non nell’ultimo giorno di gloria, quanto abbia influito questo piccolo povero uomo, con il suo corteo di preghiere di monasteri amici, su personalità politiche di spicco del ventennio Cinquanta Sessanta: Chruscev,  Ho Chi-Minh, Abba Eban, re Hassan del Marocco…. Certo è che riusciva a  portare a Firenze, per le sue iniziative di conciliazione tra i popoli, rappresentanti di tutte le nazioni.
Il ritiro e il silenzio degli ultimi tempi hanno smorzato molte polemiche, hanno permesso già di vedere un poco la sua figura nella storia, mentre molti fatti gli davano ragione. Ma non dobbiamo dimenticare, perché ci serve di scuola di vita, che Giorgio La Pira, vivo, all’apice della sua maturità e del suo impegno politico, fu misconosciuto da molti fratelli di fede e irriso dai lontani. Eppure, proprio per gli stessi motivi per cui si cercava di contestarlo, esercitava un immenso ascendente su tutti. Credo prevedesse i tempi: il Concilio, la contestazione giovanile, l’esplosione operaia, l’extraparlamentarismo ….. vengono dopo. Il profeta ha affrontato lucido i problemi che la generazione che segue si trova brucianti tra le mani.
Un cristiano impegnato, direttamente e alla pari di altri politici, nella città terrena, il quale sapeva usare lo strumento pubblico per difendere e aiutare la gente povera e semplice, del popolo: tale è stato Giorgio La Pira. Una convivenza pacifica, operativa in favore della gente, tra uomini di diversa provenienza ideale;  un’azione pubblica per la casa, l’occupazione, la cultura …..; la fantasia, la creatività al potere: tutto questo ha attuato ed è stato Giorgio La Pira.
Giorgio La Pira era un “povero” cristiano, limpido, disinteressato, umile, ed era soprattutto operatore di pace. Una grande luce poco accolta, come accade, ma che rischiara una strada. Nel buio d’oggi, questo faro lucente è segno di salvezza.



Incontro pubblico su Giorgio La Pira


Si è svolto venerdì 26 febbraio 2016  presso il “Centro Francescano” di Via Cappuccina, a Mestre, l’incontro pubblico che l’Associazione ha promosso su Giorgio La Pira.
Ne ha parlato il prof. GIUSEPPE GOISIS, già docente di Filosofia della politica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, titolando: “Giorgio La Pira: dalla politica alla profezia”.
Ecco di seguito una breve sintesi.



Più che “da...a ”-ha esordito il Relatore- sarebbe meglio parlare, per Giorgio La Pira, di “tra”: tra politica e profezia.
Nato in Sicilia ma vissuto a Firenze, culla dell’Umanesimo, con le figure del Savonarola, di Machiavelli, di Erasmo da Rotterdam, di Tommaso Moro a far da sfondo.
Per una politica al tempo stesso realistica (“il realismo dell’Incarnazione”) e profetica (la visione di Isaia secondo cui le spade si trasformeranno in vomeri).
La Pira, “facitore di ponti” e “portatore di speranza”, come amava definirsi,  continuamente nutrito dalla preghiera,  la grande forza motrice della storia e con uno straordinario senso della Bellezza.
Capace di fare un uso creativo della Bibbia (compreso il libro dell’Apocalisse) per una costruzione politica che procedesse per “irradiamento” da Firenze (l’eco del pensiero di P. Teilhard de Chardin) e si facesse “globalizzante” verso il mondo intero.
La Pira, “profeta disarmato”, spesso non capito specie dalle persone a lui vicine, nel clima del cattolicesimo fiorentino del suo tempo.
Giorgio La Pira ed Aldo Moro, accomunati a sottolineare la stagione dei doveri (“Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”  Aldo Moro, 1978).
Impegnato in una politica che diventa “sacro esperimento “, ma che nel contempo “fa”, produce cambiamenti concreti come avvenne a Firenze nei  suoi  quasi 11 anni da Sindaco.
Capace di tenere originalmente assieme realismo ed ideali (è interessante in proposito –ha suggerito il prof. Goisis- il rapporto importante di La Pira con De Gaulle). Così come è interessante indagare, sempre ad avviso del Relatore, il rapporto tra La Pira e don Sturzo e  quello tra La Pira e De Gasperi. Il De Gasperi di formazione asburgica, la persona  retta ed aperta al mondo.
Giorgio La Pira, l’uomo dei tre Papi (Pio XII°, Giovanni XXIII°, Paolo VI°), l’uomo della “spes contra spem”. In grado di guardare in profondità e concretezza le tante diverse povertà ed in grado anche di valorizzare il senso profondo della famiglia.
Studioso ed educatore (insisteva molto sull’importanza del tema educativo nella politica); operatore infaticabile di pace; profondamente imbevuto di quella che oggi si chiama “etica della responsabilità”. In senso alto.


Renato Omacini
marzo 2016.