Trent’anni fa (era il
16 aprile 1988) Roberto Ruffilli veniva assassinato da brigatisti rossi,
vestiti da postini, nella sua casa di Forlì. Aveva 51 anni.
Mi piace brevemente ricordarlo
(anche se qualche mese dopo), a comune beneficio.
Il Presidente
Mattarella, in occasione del trentennale, si è lodevolmente recato a Forlì; la
Fondazione che porta il nome di Ruffilli si è attivata ed è tuttora operativa;
la rivista “Vita e Pensiero” dell’Università Cattolica gli ha dedicato una
riflessione all’inizio di quest’anno. La grande stampa e gli altri mezzi di comunicazione mi sembra
si siano invece attivati molto poco.
Roberto Ruffilli: una
vera intelligenza politica per la Democrazia Cristiana e per l’intero Paese,
senatore nella IX^ legislatura (1983-87) e nella primissima parte della X^
(1987-92).
Il cuore del suo
ragionamento politico-istituzionale, sorretto da lungo studio e preparazione,
era il cittadino: vero e proprio “arbitro” del sistema, come lui amava
definirlo.
Ma che “arbitro” può
essere il cittadino se le regole del gioco sono poco chiare, o poco incisive, o
addirittura disapplicate?
Ridargli centralità
(anche rispetto alla manifestata crisi dei partiti, avvertiti già allora come
sempre più autoreferenziali), significava metterlo in condizione di poter
scegliere davvero.
Il sistema più
efficace derivava, per Ruffilli, dalla legge elettorale, vero asse portante
dell’intero edificio politico-istituzionale; una legge proporzionale, con
doppio premio: uno alla coalizione vincente ed uno, in misura nettamente
inferiore, a quella arrivata seconda. La finalità era quella che i cittadini
potessero scegliere direttamente la maggioranza di governo e che si rendesse
più facile l’alternanza.
Ruffilli prevedeva,
inoltre, il rafforzamento del ruolo del Capo del governo (non l’elezione
diretta del Capo dello Stato, allora proposta da Giuliano Amato e sostenuta dal
Partito Socialista); un potenziamento delle formazioni sociali “intermedie”;
una riforma del bicameralismo (salvo alcune eccezioni, i disegni di legge
approvati da una Camera dovevano intendersi definitivamente approvati se entro
15 giorni l’altro ramo del Parlamento non avesse deliberato di approvarli esso
stesso);un nuovo uso del referendum popolare, ecc.
Questi e molti altri
principi furono da lui sostenuti, in particolare, all’interno della
“Commissione-Bozzi”, che però, come sappiamo, fallì nel suo intento. Erano gli anni del
governi Craxi I° (1983-86), Craxi II° (1986-87) e Fanfani (1987) nella IX^
legislatura e del governi Goria (1987-88), De Mita (1988-89) e Andreotti
(1989-91) nella X^ legislatura.
Ora siamo qui, con i
cittadini che, nel dicembre 2017, non hanno approvato la proposta di riforma
costituzionale sostenuta dal governo Renzi.
Si può parlare di un
Ruffilli “tradito”?
Un Ruffilli non
considerato, più che tradito; per almeno tre motivi di ordine generale, a mio
parere.
Perché non si può non
affrontare la complessità vera dei temi propri di una democrazia pluralista (e
quando c’è di mezzo la Costituzione) attraverso, magari, un eccesso di
semplificazioni; secondo: perché non si può andare al “muro contro muro” senza
trovare, invece, su questo terreno, convincenti e meditati compromessi; terzo,
perché è sbagliato illanguidire, in vari modi, diretti ed indiretti, la
funzione del cittadino-arbitro.
Tutto ciò – beninteso
- senza contraddire la necessaria
esigenza di cambiamento adatto agli Anni Duemila; senza cioè attestarsi su
visioni immobiliste, quasi sacrali.
Ruffilli era proprio
di questo parere quando parlava della Costituzione e delle leggi elettorali. Consideriamo,
per memoria, quale “scempio” (e secondo quali logiche e finalità) sono state
invece proposte ed adottate in questi ultimi tempi le varie leggi elettorali.
Altro che Ruffilli, o
Leopoldo Elia, o altri! Ruffilli ci metteva del suo: quel “realismo cristiano”
oggi, purtroppo, quasi assente. Molte soluzioni trovate allora penso che
sarebbero tornate buone anche per l’oggi. Bastava conoscerle e volerlo!