giovedì 26 maggio 2016

INCONTRO AL CENTRO FRANCESCANO DI MESTRE - 19 MAGGIO 2016 - Le Ragioni del SI - sulle modifiche alla Carta Costituzionale

…Demos, Barabba e dintorni

Uno dei punti qualificanti dell’intervento del Dott. Ennio Fortuna nell’esposizione che ha tenuto giovedì 19 maggio 2016 nella Sala del Convento dei Cappuccini a Mestre, a proposito della riforma costituzionale, è stato la sua dissertazione sul concetto di “Demos”, su cui si fonda la democrazia, a partire da Pericle.
Ad esemplificare l’insistente “insensatezza”  del Demos (con i riflessi che questo provocherebbe sul concetto stesso di democrazia), il relatore ha citato l’episodio della condanna di Gesù, contenuto nel Vangelo di Giovanni (cap.18).
In particolare è stata ricordata  la proposta di Pilato di scegliere tra Gesù e Barabba. Citando Hans Kelsen, Fortuna ha detto che per il giurista austriaco l’unico vero “democratico” fu in quell’occasione Pilato: il popolo (il Demos) si comportò da “insensato”.
Andarono proprio così le cose?
Ecco testualmente, per esempio, la “ricostruzione” che ne fa   Aldo Schiavone, uno dei principali storici italiani, nel suo recente libro “Ponzio Pilato “, ed. Einaudi, 2016, alle pagine 104-109:

“ … una fugace osservazione, sempre di Matteo, secondo cui sarebbe stata  la “folla” a decidere chi
liberare (“quello che volevano”) mi sembra non avere fondamento, e rientra invece nel quadro di una deliberata falsificazione su questo punto da parte della tradizione raccolta dallo scrittore, come diremo. Perché allora Pilato scelse proprio Barabba? …Pilato, dunque, credeva di aver scelto la persona giusta da contrapporre a Gesù per salvarlo: un sovversivo che i capi del sinedrio (egli pensava) mai avrebbero risparmiato.
Ma a chi, esattamente, Pilato rivolse la sua proposta? Secondo uno stereotipo entrato ormai a far parte dell’immaginario dell’Occidente, la scelta fra Gesù e Barabba fu proposta dal governatore al popolo di Gerusalemme –presente per l’occasione- che si sarebbe pronunciato senza esitare a favore di Barabba, contro Gesù. Uno dei più grandi giuristi del secolo scorso, Hans Kelsen, fondandosi (come dice) proprio sul racconto che leggiamo nel Vangelo di Giovanni, ha fatto di questo episodio, su cui è più volte ritornato, un doloroso ma limpido esempio del carattere intrinsecamente relativistico e avalutativo di ogni  democrazia. Lo “scettico” Pilato, di fronte al dogmatismo fideistico di Gesù, avrebbe coerentemente agito da democratico: si sarebbe “appellato al popolo” e avrebbe organizzato un “plebiscito” per scegliere quale salvare tra i due inquisiti; attenendosi poi in maniera scrupolosa al suoi risultato.
E’ stata un’interpretazione che fa fatto scuola, aprendo una discussione che è arrivata a sfiorare (senza però mai affrontarlo veramente) un tema cruciale: quello del rapporto intrinseco fra quantità (della maggioranza) e verità, fra numero (dei votanti per un certo provvedimento) e ragione, come presupposto quasi metafisico di ogni legittimità democratica.
Ma in Giovanni, per quanto incredibile possa sembrare, di questo “popolo” evocato con tanta sicurezza non c’è la minima traccia. Ci sono  “i giudei”, oi ioudaioi, nominati ben cinque volte in un breve spazio di tempo. Ma essi sono individuati esattamente e senza ombra di dubbio soltanto come coloro che avevano scortato Gesù da Pilato: dunque i componenti del sinedrio, semmai accompagnati dai loro servi e da un distaccamento della guardia del Tempio. Nessun altro. E’ un’identificazione, del resto, che ritorna con assoluta precisione in altri due luoghi el racconto di Giovanni: una prima volta quando vengono ricordati “i capi dei sacerdoti e le guardie” (e solo loro) come quelli che gridarono “crocifiggilo, crocifiggilo” riferendosi a Gesù (vi ritorneremo), e una seconda, quando sono indicati ancora “i capi dei sacerdoti” (e solo essi) come gli autori di una dichiarazione di completa fedeltà a Cesare (riparleremo anche di questo). E’ dunque solo a loro che Pilato propone la sua alternativa.
Il “popolo”, per Giovanni, non è mai stato coinvolto nella vicenda. Ed è un’assenza che dobbiamo prendere molto sul serio, visto che il quarto Vangelo è la nostra fonte migliore per la ricostruzione degli eventi che portarono alla morte di Gesù. Per Giovanni, tutto si compie all’interno di una cerchia ristretta: Pilato, Gesù e i sinedriti – una triangolazione serrata ed esclusiva.
E’ invece nei Sinottici che la scena sembra allargarsi ad altri protagonisti. Vediamo come. In Luca, all’inizio del racconto, si accenna ad una “moltitudine”, plethos, che conduce Gesù da Pilato: ma si vogliono certamente indicare solo i componenti del sinedrio e le guardie. Si racconta poi che Pilato, quando dichiarò per la prima volta l’innocenza di Gesù, prima di deferirlo a Erode Antipa, si rivolse “ai capi dei sacerdoti e alla folla”, tous archiereis kai tous ochlous: una presenza indistinta e passiva che probabilmente indica, ancora una volta, solo gli accompagnatori dei sacerdoti –il plethos prima nominato-  e che fa da semplice sfondo all’azione dei leder del consiglio giudaico.
Si dice infine che Pilato, al ritorno del prigioniero dalla residenza di Antipa, avrebbe convocato “i capi dei sacerdoti, e i maggiorenti e il popolo”, tous archiereis kai tous archontes kai ton laon, per insistere ancora sull’innocenza di Gesù. E qui senza dubbio sembra apparire un soggetto nuovo. Ma il richiamo è in realtà chiuso all’interno di una formula di rito: una clausola che doveva precedere ogni annuncio pubblico del governatore, senza che ciò implicasse davvero una presenza popolare attiva; e infatti nel seguito del racconto sono sempre e solo i sacerdoti e i maggiorenti quelli cui Luca chiaramente si riferisce.
In Marco e Matteo –soprattutto in quest’ultimo- siamo invece senza dubbio di fronte a un nucleo narrativo diverso. Per loro il popolo, la folla (laos, ochlos), svolge un ruolo meno marginale. Si tratta sempre, tuttavia, di masse manipolate dai sacerdoti (“ora i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero le folle…”, in Matteo; e “ i capi dei sacerdoti istigarono la folla”, in Marco). Come questo sia potuto accadere, tenuto conto dei rapporti non facili, in quegli anni, tra sacerdoti e popolo, tra aristocrazia sadducea e strati sociali più bassi, sia urbani sia contadini, è difficile da dirsi, e induce un’altra domanda: ammesso che ci fossero davvero, da chi era composta questa evanescente folla tanto facilmente manovrabile dai vertici del sinedrio? La risposta più plausibile è che si trattasse solo di gruppi relativamente ristretti , magari addirittura prezzolati, mobilitati in anticipo dai sacerdoti per dar loro man forte innanzi al prefetto romano, se mai ve ne fosse stato bisogno. In ogni caso, quindi, una presenza irrilevante, che non modificava in nulla il carattere degli avvenimenti.
Ma io credo che, in fin dei conti, la soluzione migliore sia di continuare a fidarsi della versione di Giovanni. Tutti i Vangeli insistono sulla popolarità di Gesù in quei giorni a Gerusalemme, dove (lo abbiamo visto) sarebbe entrato in modo trionfale. Se davvero vi fossero state masse a lui ostili raccolte innanzi alla residenza di Pilato, un cambiamento di umori così repentino sarebbe inspiegabile, e nessuno infatti è davvero riuscito a darne conto in modo persuasivo.
Non resta dunque che prenderne atto: in quelle ore nessuna parte significativa del popolo di Gerusalemme si radunò fuori del pretorio; oltretutto non abbiamo alcuna evidenza archeologica per supporre che lì vi fosse un luogo adatto per contenerla. All’esterno del palazzo di Erode il governatore amministrava pubblicamente la giustizia, teneva il suo tribunale: c’era evidentemente uno spazio aperto –forse un cortile-  capace di raccogliere un certo assembramento, non la piazza per un’assemblea. Era un posto per riunioni relativamente piccole e facilmente controllabili, non più di qualche centinaio di persone, è stato suggerito; non per organizzare “plebisciti” (come supponeva Kelsen).
Infine, non vi sarebbero stati il tempo né i motivi per una convocazione di massa: Gesù era stato arrestato in segreto, con un colpo di mano notturno, proprio per evitare una sommossa in suo favore. Come credere che adesso i sacerdoti desiderassero –o quantomeno accettassero- un bagno di folla?
Si potrebbe pensare a gente convenuta non per Gesù, ma semplicemente per assistere alla tradizionale liberazione di uno dei prigionieri, come sembrerebbe ricavarsi da una rapida frase di Marco; forse di amici dello stesso Barabba, che sapevano del suo arresto e speravano per l’occasione in un atto di clemenza: ma anche in questo caso si tratterebbe di numeri ristretti –la guarnigione romana non avrebbe certo tollerato grandi concentrazioni in sostegno di un arrestato- con una composizione del tutto particolare, e comunque non rappresentativa dell’intera comunità. Parlare di una consultazione “democratica” –e di un Gesù messo innanzi al popolo di Gerusalemme- è del tutto privo di senso, sia logico, sia storico.
Credo invece vi siano fondati motivi per supporre che Marco e Matteo avessero introdotto nella loro scrittura il tema della “folla” –abbiamo appena visto che Matteo la richiama impropriamente anche a proposito della consuetudine della liberazione del prigioniero- per una ragione precisa, pur rischiando di contraddirsi rispetto a quanto avevano prima riferito sulla popolarità del loro Maestro. A entrambi premeva molto, infatti, ricordare ai lettori come la morte di Gesù fosse responsabilità dell’intero popolo ebraico, e non solo di un piccolo gruppo di sacerdoti e eei loro accoliti: un passaggio di Matteo (su cui ci fermeremo tra poco) mi sembra rivelatore in questo senso.  ….”.


Mi sono permesso questa lunga trascrizione (e me ne scuso) perché la ritengo importante per alcune conseguenze. Se ha ragione lo storico Schiavone nel suo argomentare, non fu dunque il popolo di Gerusalemme (il Demos) a decidere liberamente tra Gesù e Barabba, ma fu un numero contenuto di persone indottrinate dai potenti di turno, in una situazione in cui non si parlava certo di separazione dei poteri.
Sarebbe allora errata l’interpretazione che ne ha data Kelsen (un giurista davvero importante, ma anche, per la verità,  parecchio contestato!) e risulterebbe  riduttivo l’esempio del dott. Fortuna,  almeno così come presentato.
Si riaffaccia qui, più in generale, l’antica e complessa questione di chi può manipolare il popolo e per quali fini e di chi decide se e quando il popolo eventualmente sbaglia (un Demos manipolabile e manipolato, specie in alcune circostanze, è cosa diversa da un popolo  perennemente “insensato” e portatore, dunque, di ignoranza ed inefficienza). Questione, com’è noto, molto ben indagata, assieme a quella della psicologia delle masse, dagli studiosi di  sociologia, di politica,  di psicanalisti,  dai giuristi, ecc. e su cui non mi dilungo.
 La storia delle varie dittature e dei vari totalitarismi succedutisi sin dai tempi antichi dimostra del resto ad abundantiam  l’ “uso” che è stato fatto, volta a volta, delle folle, indifferentemente per blandirle oppure per denigrarle, a seconda del bisogno.
Percorsi opposti, per quanto faticosi e per definizione mai completi, sono stati fatti invece nel tempo quando si è deciso di “aiutare” democraticamente (in senso pieno!) le folle ad autoemanciparsi, attraverso legislazioni dedicate, attraverso l’istruzione, la formazione e la cultura, attraverso la soddisfazione dei loro bisogni primari per consentire anche  quella verso esigenze “immateriali”, attraverso i media che proponevano la necessità di migliorarsi, di capire, di elevarsi anche spiritualmente sempre di più, attraverso forme progressive di partecipazione attiva e  progressivamente  consapevole.
E questo ha dato e dà, se compiuto con delicatezza, attenzione e sistematicità, “sale” alla democrazia: la riempie.
Chi al contrario dicesse (alcuni  lo pensano però non lo dicono) che è sufficiente che il popolo si esprima una volta ogni cinque anni (per le elezioni) e, per il resto, sarebbe bene fornirgli  panem et circenses e poco più, ebbene costui o costei  avvalora una concezione elitaria del potere, che è cosa diversa dalla democrazia così faticosamente conquistata passo dopo passo e come, tra l’altro, i “Popolari” hanno contribuito a sostanziarla ed a trasmettercela.
 Del resto, si sa, il Potere nelle sue varie espressioni non solo istituzionali (quello miope o addirittura cinico) preferisce da sempre “cittadini” distratti ed ignoranti.
Occorre dunque domandarsi –per restare a questo spaccato e non trattare d’altri argomenti pur interessanti- se le riforme proposte rendono al popolo, concretamente, la strada più facile di quanto sia ora, o com’è ora, o più difficile. E’ un tema, comprensibilmente, assai sensibile per noi “Popolari”.
Bisogna anche chiedersi se le riforme valorizzano il ruolo delle minoranze (purchè, evidentemente, esercitato nel rispetto della legge) o non modificano la situazione, o lo deprimono, relegandolo, ove fosse, di fatto ( per l’insieme di diversi, collegati e convergenti meccanismi), quasi solo a “testimonianza”.
Sarebbe anche opportuno considerare  –un altro tema “caldo” per la tradizione dei Popolari- se le riforme potenziano il ruolo delle Autonomie (locali e non), o se lo  mantengono, o se lo impoveriscono con riferimento ai principi di sussidiarietà, di differenziazione e di adeguatezza presenti nella Costituzione.

Queste alcune riflessioni “a caldo”, certamente opinabili, nate dall’intervento del dott. Fortuna,  riflessioni che mi permetto di mettere in circolo per l’Associazione.

Renato  Omacini 
Venezia, 20 maggio 2016.


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