lunedì 13 marzo 2017

FINALMENTE (n.2) !


Su “La Repubblica” del 27 febbraio 2017, Alberto Melloni scrive quanto segue  in un articolo dal titolo: “Dove sono i cattolici progressisti” :
Come in un film in costume, rivediamo sul set della vicenda politica nazionale tutti gli errori, di tutte le sinistre, di tutta la storia d’Italia. Libera dalle costrizioni internazionali che ne disciplinavano gli umori, una fetta della sinistra che viene dal Pci riassapora le emozioni divisive, e come in una famosa canzone “guida a fari spenti nella notte” del secolo XXI. Priva da un quarto di secolo della riassicurante sponda democristiana sembra invece sparita. Una Atlantide sepolta da risentimenti post-comunisti che datano agli anni della Fgci, sommersa dalla frenesia dei renziani, molti dei quali vengono dal cattolicesimo ma che hanno ridotto la loro cultura a una certificazione etica individuale.
Se questa implosione del cattolicesimo “progressista” fosse una sanzione comminata alla chiesa, bisognerebbe riconoscere che è  stata mite. A dieci anni dal Family day, nel quale sfilarono tutti (movimenti ecclesiali, ecclesiastici ed ecclesial-politici, leader ed aspiranti leader, fra cui Renzi stesso), inclusi quelli che poi hanno maturato pensosi distanziamenti e bizzose autonomie, vien infatti da dire che non c’era altro destino per quel continente, che chiamava “progetto culturale” un disegno che ha ammutolito i vescovi e premiato il conformismo politico degli altri. Sicchè, quando i vescovi oggi rimproverano questa o quella scelta di Renzi, dovrebbero sempre chiedersi e ricordarsi dov’erano e cosa dicevano quando si ponevano le basi di quegli errori che rendono il Paese oggi così vulnerabile.
Il problema è che quel che è un castigo per la chiesa, costituisce un serio danno per un Paese i cui errori hanno sempre riflessi europei. La simmetrica e antecedente scomparsa del cattolicesimo “di destra” non ha infatti avuto conseguenze gravi: ridotto a portare il moralismo come un parrucchino, l’integralismo cattolico insediato a destra non ha saputo né spargere mitezza né convincere i moderati, e s’è ridotto a mestare fangosità da usare contro ogni nemico e perfino contro il papa (ignaro del detto “chi mangia papa crepa”).
La scomparsa del “cattolicesimo di sinistra”, invece, rompe il canale che talora ha messo il Paese in comunicazione con riserve di intelligenza che spesso gli sono state indispensabili: l’intelligenza giuridica, che da Leopoldo Elia arriva fino a Sergio Mattarella; l’intelligenza economica di Nino Andreatta, quella  sociale di Giulio Pastore; l’intelligenza storica che andava da Pietro Scoppola a Pino Alberigo, quella martiriale del Livatino, quella europeista che giunge a Romano Prodi e Mario Draghi.
Certo, di riserve ne sono rimaste alcune nelle istituzioni e fuori  di esse. Ma senza un canale che le riporti in superficie, senza una superficie, esse non potranno essere usate, se non per qualche furbizia aggregativa (ci provarono a Todi anni fa, senza esito se non qualche posto) o per qualche operazione elettorale, quando gli arredatori delle liste si mettono a caccia di un campione, una scienziata, un gay, un disabile, un nero, una mussulmana e –perché no?- un cattolico.
In un Paese sul cui suolo sociale c’è abbondante benzina, nella cui mentalità il vetriolo politico è usato come fosse un disinfettante morale, dove la giustizia non ha più come icona la bilancia ma le iene, ricostruire quel canale richiederà uno sforzo enorme, un tempo enorme e un atteggiamento penitente. Più si ritarda l’inizio, più lento passerà il ventennio che serve a rifare le competenze, a formare le coscienze.
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Un breve commento, ora, come inizio di un auspicato confronto tra noi dell’Associazione e non solo.

Innanzitutto un nuovo “Finalmente!”. Se ne parla di queste cose - come alcuni avranno certamente letto -  su di un quotidiano nazionale! Se ne parla come è possibile fare nello spazio ristretto di un articolo, così che alcuni concetti restano, a mio parere, comprensibilmente “contratti” e meriterebbero ben altro sviluppo.
E’ da un po’ (scusandomi per l’autocitazione) che tratto di questo nelle mie conversazioni, facendone  oggetto anche, grazie alla gentile ospitalità della stampa locale, di alcune ripetute riflessioni. Ma non è questo che conta, ovviamente, anche se è vero.
Importa, invece, interrogarsi  assieme sul perché di un “vuoto” e, appunto, sulle possibilità di riempirlo nelle forme più aggiornate ed adeguate. L’articolista pensa a tempi lunghi: non ce lo possiamo permettere! La cultura politico-istituzionale c'è ancora, per fortuna. Credo che basti rispolverarla e renderla il più visibile possibile. Del resto, lo abbiamo considerato, noi dell’Associazione, rileggendo in sintesi le vicende dei Fondatori del Popolarismo: certe concezioni basilari sono semplici (tutt’altro che semplicistiche!). Se vogliamo testimoniare una cultura politica per il XXI° secolo laica e  cristianamente ispirata, sono là a nostra disposizione.
Certo, tutto è più complesso e veloce; certo, su alcune considerazioni dell’articolo si può non essere d’accordo, o non completamente, come è capitato a me leggendo.   Sta di fatto però e nel frattempo che “questo” modello di sviluppo (di sviluppo?) ha esaurito, secondo me, la sua carica propulsiva e c’è urgente bisogno di cambiarlo. Non è possibile assistere con così poca vivacità intellettiva e con così poco coraggio civile al  prossimo sicuro deragliamento, se non si cambia, del Treno-Occidente.  Spero  evidentemente di sbagliarmi.
 Alla fine di questo piccolo commento introduttivo, desidero recuperare un concetto dell’articolista che mi è parso particolarmente bello e fecondo: quando lui parla di “atteggiamento penitente”. Ed oggi è il Mercoledì delle Ceneri!

Venezia, 1 marzo 2017.                                                                                        Renato  Omacini


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