Su
“La Repubblica” del 27 febbraio 2017, Alberto Melloni scrive quanto segue in un articolo dal titolo: “Dove sono i
cattolici progressisti” :
Come in un film in costume, rivediamo sul set della vicenda
politica nazionale tutti gli errori, di tutte le sinistre, di tutta la storia
d’Italia. Libera dalle costrizioni internazionali che ne disciplinavano gli
umori, una fetta della sinistra che viene dal Pci riassapora le emozioni
divisive, e come in una famosa canzone “guida a fari spenti nella notte” del
secolo XXI. Priva da un quarto di secolo della riassicurante sponda
democristiana sembra invece sparita. Una Atlantide sepolta da risentimenti post-comunisti
che datano agli anni della Fgci, sommersa dalla frenesia dei renziani, molti
dei quali vengono dal cattolicesimo ma che hanno ridotto la loro cultura a una
certificazione etica individuale.
Se questa implosione del cattolicesimo “progressista” fosse
una sanzione comminata alla chiesa, bisognerebbe riconoscere che è stata mite. A dieci anni dal Family day, nel
quale sfilarono tutti (movimenti ecclesiali, ecclesiastici ed
ecclesial-politici, leader ed aspiranti leader, fra cui Renzi stesso), inclusi
quelli che poi hanno maturato pensosi distanziamenti e bizzose autonomie, vien
infatti da dire che non c’era altro destino per quel continente, che chiamava
“progetto culturale” un disegno che ha ammutolito i vescovi e premiato il
conformismo politico degli altri. Sicchè, quando i vescovi oggi rimproverano
questa o quella scelta di Renzi, dovrebbero sempre chiedersi e ricordarsi
dov’erano e cosa dicevano quando si ponevano le basi di quegli errori che
rendono il Paese oggi così vulnerabile.
Il problema è che quel che è un castigo per la chiesa,
costituisce un serio danno per un Paese i cui errori hanno sempre riflessi
europei. La simmetrica e antecedente scomparsa del cattolicesimo “di destra”
non ha infatti avuto conseguenze gravi: ridotto a portare il moralismo come un
parrucchino, l’integralismo cattolico insediato a destra non ha saputo né
spargere mitezza né convincere i moderati, e s’è ridotto a mestare fangosità da
usare contro ogni nemico e perfino contro il papa (ignaro del detto “chi mangia
papa crepa”).
La scomparsa del “cattolicesimo di sinistra”, invece, rompe
il canale che talora ha messo il Paese in comunicazione con riserve di
intelligenza che spesso gli sono state indispensabili: l’intelligenza
giuridica, che da Leopoldo Elia arriva fino a Sergio Mattarella; l’intelligenza
economica di Nino Andreatta, quella
sociale di Giulio Pastore; l’intelligenza storica che andava da Pietro
Scoppola a Pino Alberigo, quella martiriale del Livatino, quella europeista che
giunge a Romano Prodi e Mario Draghi.
Certo, di riserve ne sono rimaste alcune nelle istituzioni e
fuori di esse. Ma senza un canale che le
riporti in superficie, senza una superficie, esse non potranno essere usate, se
non per qualche furbizia aggregativa (ci provarono a Todi anni fa, senza esito
se non qualche posto) o per qualche operazione elettorale, quando gli
arredatori delle liste si mettono a caccia di un campione, una scienziata, un
gay, un disabile, un nero, una mussulmana e –perché no?- un cattolico.
In un Paese sul cui suolo sociale c’è abbondante benzina,
nella cui mentalità il vetriolo politico è usato come fosse un disinfettante
morale, dove la giustizia non ha più come icona la bilancia ma le iene,
ricostruire quel canale richiederà uno sforzo enorme, un tempo enorme e un atteggiamento
penitente. Più si ritarda l’inizio, più lento passerà il ventennio che serve a
rifare le competenze, a formare le coscienze.
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Un
breve commento, ora, come inizio di un auspicato confronto tra noi
dell’Associazione e non solo.
Innanzitutto un nuovo “Finalmente!”. Se ne parla di queste
cose - come alcuni avranno certamente letto - su di un quotidiano nazionale! Se ne parla
come è possibile fare nello spazio ristretto di un articolo, così che alcuni
concetti restano, a mio parere, comprensibilmente “contratti” e meriterebbero
ben altro sviluppo.
E’ da un po’ (scusandomi per l’autocitazione) che tratto di
questo nelle mie conversazioni, facendone oggetto anche, grazie alla gentile ospitalità
della stampa locale, di alcune ripetute riflessioni. Ma non è questo che conta,
ovviamente, anche se è vero.
Importa, invece, interrogarsi
assieme sul perché di un “vuoto” e, appunto, sulle possibilità di riempirlo
nelle forme più aggiornate ed adeguate. L’articolista pensa a tempi lunghi: non
ce lo possiamo permettere! La cultura politico-istituzionale c'è ancora, per
fortuna. Credo che basti rispolverarla e renderla il più visibile possibile.
Del resto, lo abbiamo considerato, noi dell’Associazione, rileggendo in sintesi
le vicende dei Fondatori del Popolarismo: certe concezioni basilari sono
semplici (tutt’altro che semplicistiche!). Se vogliamo testimoniare una cultura
politica per il XXI° secolo laica e cristianamente
ispirata, sono là a nostra disposizione.
Certo, tutto è più complesso e veloce; certo, su alcune
considerazioni dell’articolo si può non essere d’accordo, o non completamente,
come è capitato a me leggendo. Sta di
fatto però e nel frattempo che “questo” modello di sviluppo (di sviluppo?) ha
esaurito, secondo me, la sua carica propulsiva e c’è urgente bisogno di cambiarlo.
Non è possibile assistere con così poca vivacità intellettiva e con così poco
coraggio civile al prossimo sicuro
deragliamento, se non si cambia, del Treno-Occidente. Spero evidentemente di sbagliarmi.
Alla fine di questo
piccolo commento introduttivo, desidero recuperare un concetto dell’articolista
che mi è parso particolarmente bello e fecondo: quando
lui parla di “atteggiamento penitente”. Ed oggi è il Mercoledì delle Ceneri!
Venezia, 1 marzo
2017.
Renato Omacini
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