A
molti non sarà sfuggito l’articolo che Mario Bertolissi ha scritto, con titolo:
“ La politica del calcolo personale”, su “la nuova Venezia” del 31 gennaio
2018.
Lo
trascrivo di seguito, per l’utilità comune, con un breve commento in calce :
La cultura serve alla
democrazia? Possiamo pensare di no, ma dobbiamo chiederci, se cadiamo in un
equivoco, che cosa potrà succedere. Avvocatescamente, aggiungo che, qui di seguito,
rassegno le mie conclusioni.
Uno che la sapeva lunga in
fatto di politica –Niccolò Machiavelli- ha notato che è un difetto diffuso tra
gli uomini quello di “non prevedere la
tempesta finchè c’è il bel tempo”. La validità di questo insegnamento la possiamo
constatare ogni giorno: ce lo confermano le inchieste che documentano i
rapporti fra gli italiani e lo Stato. La cultura –ha osservato Norberto Bobbio-
“significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti
prima di pronunciarsi, controllare tutte le testimonianze prima di decidere, e
non pronunciarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in
modo irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva”. Che la cultura abbia a
che fare con la democrazia è addirittura trasparente. Basta leggere il testo di
una Costituzione ispirata dalle Rivoluzioni americana o francese, a cominciare
da quella italiana, per accorgersi che il suo nucleo essenziale sta nel
Parlamento: è il luogo in cui si discute, ci si confronta, si valuta, si decide, alla luce del sole. La democrazia si
fa demagogia quando la “pratica politica” mira a “ottenere il consenso
popolare, facendo mostra di condividere i malumori e le rivendicazioni della
maggioranza”.
Cultura e prassi democratiche
sono compatibili con la pura e semplice comunicazione? Con l’apparire e non con
l’essere? Se lo fossero, ciò equivarrebbe a ritenere che il governo della cosa
pubblica –al pari di qualunque altra esperienza- può disinteressarsi della
realtà: delle condizioni in cui si trovano i cittadini, di quel che pensano e
di come agiscono. E di che cosa si aspettano.
Ma i fatti sono ciò che conta
e saranno essi a decidere quel che accadrà. O noi saremo in grado di
anticiparne il senso, di predeterminare azioni coerenti e, quindi, di
accompagnarli oppure soccomberemo. Quante volte è accaduto nel secolo scorso!
Il secolo breve” di Erich Hobsbawm, il quale ha osservato che “Se gli uomini
non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa. L’umanità non
potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passini assolute”.
Sono parole che nessuno
pronuncia più. Le si ignora perché non fa parte della nostra vita il senso che
le identifica. D’altra parte, un intellettuale illustre –Hugo Von Hofmannsthal-
ha scritto che “L’uomo scopre nel mondo solo quello che ha già dentro di sé; ma
ha bisogno del mondo per scoprire quello che ha dentro di sé; a questo sono
però necessarie l’azione e la sofferenza”.
Non c’è spazio per la
solidarietà vera –che, se davvero profonda, diviene fratellanza- quando si ha
“il denaro in testa”, avverte Vittorino Andreoli. “In questi casi il denaro
finisce per essere l’idea dominante, in grado di modificare e condizionare
persino la meccanica mentale che produce solo pensieri in valuta pregiata,
riduce tutto il mondo a cartamoneta, e l’uomo a denaro. Ogni altra
caratteristica scompare o viene coperta e si entra decisamente nella fase della
malattia”.
Questa consapevolezza non fa
parte dei pensieri dei contemporanei. Quantomeno, di una vasta parte della società,
che è, appunto, malata. E le istituzioni –senza le quali non c’è ordinamento-
vivono lo strazio di questa degenerazione. La fedeltà ha sostituito, dovunque,
la lealtà. La verità ha ceduto all’ipocrisia. Il calcolo personale è divenuto
il criterio, attraverso il quale si fa convergere il pubblico verso il privato;
e il privato diviene, per incanto, pubblico.
Tradotto: si è persa la distinzione tra ciò che conviene a ciascuno e
quel che rileva in termini di interesse dei più: di bene comune.
Si diceva: Natura non facit
saltus. La natura non fa salti. Varrebbe la pena di prendere tra le mani
qualche libro di storia: da leggere e su cui riflettere. I fatti si riproducono
e non sempre a rinnovarsi nel tempo sono i migliori.
Non è una predica, ma una preoccupazione.
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In
effetti, non è una predica! Bertolissi
riprende, intelligentemente, idee, sensazioni e “visioni” che si trovano nella
letteratura contemporanea che si occupa soprattutto di sociologia, di
psicologia, di politologia e le interpreta con la cultura e la sensibilità che
gli appartengono.
E’
da un po’ che le menti più aperte suonano dei campanelli d’allarme; ed è da un
po’ che, in termini di andazzo generale, si fa finta di niente (ammesso che se
ne sia presa visione).
Perché
si fa finta di niente? Perché non conviene. E perché non conviene? Ed a chi non
conviene?
Io
avrei alcune risposte (non certo
“oracoli”!) da confrontare, se volete, con Voi ,amici dell’Associazione. Sono cose del massimo peso: la centralità del
Parlamento (e , al suo interno, l’alimentazione di un dibattito, anche
stringato, ma profondo , consapevole ed aperto ); il senso di questo
“Progresso” , fondato molto sul denaro
;lo smarrimento dei confini tra sfera pubblica e sfera privata; l’ipocrisia che
travolge la verità; l’incultura diffusa e quasi apprezzata: la demagogia; le
istituzioni che vivono lo “strazio” di una degenerazione; ecc.
Vi
pare che non ci sia un lavoro enorme per cristiani che si impegnano nella
politica? Quanta colpevole fiacchezza, invece, a parer mio; quanta
frammentazione; quanta debolezza “progettuale”; quante paure; quanto
opportunismo, forse!
Non
esito a dire, sperando proprio di non
sbagliare, che c’è, in noi credenti in
generale e in noi credenti che amiamo o pratichiamo la politica in particolare,
una COLOSSALE COLPA DI OMISSIONE su cui , tra l’altro, saremo giudicati. Non
servono eroi, ma persone che agiscano onestamente ,professionalmente e tenacemente e ne diano
conto.
Venezia, 31 gennaio 2018.
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