giovedì 1 febbraio 2018

LETTURE D'INVERNO - Renato Omacini


A molti non sarà sfuggito l’articolo che Mario Bertolissi ha scritto, con titolo: “ La politica del calcolo personale”, su “la nuova Venezia” del 31 gennaio 2018.
Lo trascrivo di seguito, per l’utilità comune, con un breve commento in calce :

La cultura serve alla democrazia? Possiamo pensare di no, ma dobbiamo chiederci, se cadiamo in un equivoco, che cosa potrà succedere. Avvocatescamente, aggiungo che, qui di seguito, rassegno le mie conclusioni.
Uno che la sapeva lunga in fatto di politica –Niccolò Machiavelli- ha notato che è un difetto diffuso tra gli uomini quello  di “non prevedere la tempesta finchè c’è il bel tempo”. La validità di questo insegnamento la possiamo constatare ogni giorno: ce lo confermano le inchieste che documentano i rapporti fra gli italiani e lo Stato. La cultura –ha osservato Norberto Bobbio- “significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi, controllare tutte le testimonianze prima di decidere, e non pronunciarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva”. Che la cultura abbia a che fare con la democrazia è addirittura trasparente. Basta leggere il testo di una Costituzione ispirata dalle Rivoluzioni americana o francese, a cominciare da quella italiana, per accorgersi che il suo nucleo essenziale sta nel Parlamento: è il luogo in cui si discute, ci si confronta, si valuta, si  decide, alla luce del sole. La democrazia si fa demagogia quando la “pratica politica” mira a “ottenere il consenso popolare, facendo mostra di condividere i malumori e le rivendicazioni della maggioranza”.
Cultura e prassi democratiche sono compatibili con la pura e semplice comunicazione? Con l’apparire e non con l’essere? Se lo fossero, ciò equivarrebbe a ritenere che il governo della cosa pubblica –al pari di qualunque altra esperienza- può disinteressarsi della realtà: delle condizioni in cui si trovano i cittadini, di quel che pensano e di come agiscono. E di che cosa si aspettano.
Ma i fatti sono ciò che conta e saranno essi a decidere quel che accadrà. O noi saremo in grado di anticiparne il senso, di predeterminare azioni coerenti e, quindi, di accompagnarli oppure soccomberemo. Quante volte è accaduto nel secolo scorso! Il secolo breve” di Erich Hobsbawm, il quale ha osservato che “Se gli uomini non nutrono un ideale in un mondo migliore perdono qualcosa. L’umanità non potrebbe funzionare senza le grandi speranze, le passini assolute”.
Sono parole che nessuno pronuncia più. Le si ignora perché non fa parte della nostra vita il senso che le identifica. D’altra parte, un intellettuale illustre –Hugo Von Hofmannsthal- ha scritto che “L’uomo scopre nel mondo solo quello che ha già dentro di sé; ma ha bisogno del mondo per scoprire quello che ha dentro di sé; a questo sono però necessarie l’azione e la sofferenza”.
Non c’è spazio per la solidarietà vera –che, se davvero profonda, diviene fratellanza- quando si ha “il denaro in testa”, avverte Vittorino Andreoli. “In questi casi il denaro finisce per essere l’idea dominante, in grado di modificare e condizionare persino la meccanica mentale che produce solo pensieri in valuta pregiata, riduce tutto il mondo a cartamoneta, e l’uomo a denaro. Ogni altra caratteristica scompare o viene coperta e si entra decisamente nella fase della malattia”.
Questa consapevolezza non fa parte dei pensieri dei contemporanei. Quantomeno, di una vasta parte della società, che è, appunto, malata. E le istituzioni –senza le quali non c’è ordinamento- vivono lo strazio di questa degenerazione. La fedeltà ha sostituito, dovunque, la lealtà. La verità ha ceduto all’ipocrisia. Il calcolo personale è divenuto il criterio, attraverso il quale si fa convergere il pubblico verso il privato; e il privato diviene, per incanto, pubblico.  Tradotto: si è persa la distinzione tra ciò che conviene a ciascuno e quel che rileva in termini di interesse dei più: di bene comune.
Si diceva: Natura non facit saltus. La natura non fa salti. Varrebbe la pena di prendere tra le mani qualche libro di storia: da leggere e su cui riflettere. I fatti si riproducono e non sempre a rinnovarsi nel tempo sono i migliori.
Non è una predica, ma una preoccupazione.
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In effetti, non è una predica!  Bertolissi riprende, intelligentemente, idee, sensazioni e “visioni” che si trovano nella letteratura contemporanea che si occupa soprattutto di sociologia, di psicologia, di politologia e le interpreta con la cultura e la sensibilità che gli appartengono.
E’ da un po’ che le menti più aperte suonano dei campanelli d’allarme; ed è da un po’ che, in termini di andazzo generale, si fa finta di niente (ammesso che se ne sia presa visione).
Perché si fa finta di niente? Perché non conviene. E perché non conviene? Ed a chi non conviene?
Io avrei alcune risposte  (non certo “oracoli”!) da confrontare, se volete, con Voi ,amici dell’Associazione.  Sono cose del massimo peso: la centralità del Parlamento (e , al suo interno, l’alimentazione di un dibattito, anche stringato, ma profondo , consapevole ed aperto ); il senso di questo “Progresso” , fondato  molto sul denaro ;lo smarrimento dei confini tra sfera pubblica e sfera privata; l’ipocrisia che travolge la verità; l’incultura diffusa e quasi apprezzata: la demagogia; le istituzioni che  vivono lo  “strazio” di una degenerazione; ecc.
Vi pare che non ci sia un lavoro enorme per cristiani che si impegnano nella politica? Quanta colpevole fiacchezza, invece, a parer mio; quanta frammentazione; quanta debolezza “progettuale”; quante paure; quanto opportunismo, forse!
Non esito a dire, sperando  proprio di non sbagliare, che c’è, in noi credenti  in generale e in noi credenti che amiamo o pratichiamo la politica in particolare, una COLOSSALE COLPA DI OMISSIONE su cui , tra l’altro, saremo giudicati. Non servono eroi, ma persone che agiscano onestamente ,professionalmente e  tenacemente e ne diano conto.

Venezia, 31 gennaio 2018.

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