lunedì 30 aprile 2018

LETTURE DI PRIMAVERA Renato Omacini

Alberto MELLONI è ordinario di Storia del Cristianesimo ed il 25 aprile 2018 ha firmato, per  “ la Repubblica “ un pezzo dal titolo: “ L’inedito  silenzio  dei  vescovi  “.  Trascrivo il testo, con un breve commento finale, per il comune confronto.

La Chiesa italiana accompagna lo stallo politico di queste settimane con un mutismo storicamente inedito. Sono passati gli anni dell’onnipotenza, quando i cardinali erano disposti a disobbedire al Papa pur di fermare il centrosinistra e Moro. Lontani quelli della Cei del post-Concilio, guidata da Mons. Bartoletti e dal “principe riformatore” Paolo VI°. Passati gli anni ruiniani, in cui la Chiesa si credeva “rilevante” perché si accontentava di declamazioni valoriali e non vedeva la corrosione del tessuto civile. Adesso silenzio. Un silenzio che sembra archiviare la “fase Galantino” della Cei, nella quale il segretario aveva il mandato di scardinare un assetto con sortite impolitiche, e dunque molto politiche. La “fase Bassetti”, il Presidente Cei voluto da Francesco, iniziata con una prolusione di inedito spessore spirituale a gennaio, ha davanti un Paese scoperto, lacerato e infiammabile.
Nel Nord le parrocchie avevano imbrigliato per lungo tempo la Lega: ma a marzo sono state travolte da un’onda che veniva da dentro i loro confini e davanti alla quale Salvini ha agitato il Vangelo e rosario come fossero “amuleti identitari” (li ha definiti così Bassetti, ma solo a metà aprile). Al Sud il tessuto ecclesiale aveva subito e al tempo stesso reagito al clientelismo. Ma la fiammella del civismo cattolico, moderato o progressista che fosse, è stata spenta dall’interclassismo del rancore a Cinque Stelle. L’hanno pagata cara i candidati cattolici di centrosinistra, che imprecano contro un renzismo cinico e baro. L’hanno pagata cara i ciellini di centrodestra, rientrati nell’ovile berlusconiano per farsi superare dalla Lega.  
Partecipi del vuoto culturale, spietati nello screditare le proprie figure di riserva, i vescovi non possono più “mimare il Quirinale”, come con Napolitano: o almeno finchè Mattarella non lo permetterà. Non possono nemmeno “mimare Francesco”, perché il primate d’Italia “non s’immischia”. Ha capito che la chiesa italiana non è in grado di appropriarsi   del denso discorso che le rivolse dal Convegno di Firenze nel 2015. Dunque visita le tombe dei profeti misconosciuti dalla Chiesa di ieri (Puglisi, Mazzolari, Milani, Bello, Saltini) in un pellegrinaggio solitario.
Attorno un silenzio che dovrà finire e dovrà ridare a quel cattolicesimo che sente la democrazia
come cosa propria e può aiutare i vescovi a capire che il vuoto politico, di cui il loro mutismo è parte, costituisce un pericolo. Quando questo dialogo fruttuoso ricomincerà non basteranno generici richiami al “bene comune”: perché la democrazia è cercarne democraticamente i pezzi, non enunciarne moralisticamente l’esistenza.
Non basterà bearsi, se mai a ragione, di essere “diversi” rispetto ai vescovi di prima. Non basterà spruzzare sul trasformismo un po’ di acqua santa. Servirà una capacità di fidarsi, di ascoltare senza permalosità. Di diventare ciò che la Chiesa è, nella perfetta coincidenza fra coscienza ecclesiologica e dato storico-politico. Perché la Chiesa italiana è l’unica comunità distesa su tutto il territorio nazionale, l’unica realtà che parla ogni domenica a sette milioni di persone, l’unica voce che può educare alla diversità un Paese diviso da rancori implacabili. E perciò esposto a quelle violente eruzioni di instabilità (criminale, terroristica, finanziaria, giudiziaria) che sempre sono entrate in scena quando si trattava di dare la indispensabile stabilità ad una portaerei  così ben parcheggiata fra Est e Ovest, fra Nord e Sud, come è l’Italia.      
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La linea internazionalista e globale di Papa Francesco mi pare ormai chiara. Non so –non sono certo all’altezza di dirlo – che cosa abbia “capito” il Papa della Chiesa italiana; credo, però, che visitare le tombe dei “profeti” non sia, da parte Sua, una forma di supplenza, quanto, piuttosto, un Suo autonomo riconoscimento che fa la differenza, tra l’altro, da Suoi Predecessori.
Quanto ai vescovi italiani, non va mai bene: sia che parlino, sia che non parlino; strano Paese il nostro! Penso, guardando anche alla cronaca di questi ultimi decenni, che il loro “parlare” sia molto migliorato e più rispettosamente propositivo. Del resto, la loro visione antropologica (compresa la famosa “Sfida per l’Educazione”), è chiara e ripetuta.
Quanto all’oggi, non ritengo si possa sostenere –come fa l’Autore – che il mutismo dei vescovi sia parte del vuoto politico: altri sono gli attori “muti”! Tra l’altro, l’ultima, recente Assemblea Cei ha dimostrato che loro “ci sono” e non in modo moralistico, o retorico, o generico.
Rispetto alle “violente eruzioni di instabilità” provocate soprattutto dal versante criminale, o da quello terroristico, o da quello dell’alta finanza, non penso si possa sostenere che siano avvenute quando si  “ trattava di dare la indispensabile stabilità”  all’Italia, ma, al contrario, per destabilizzarla ai loro specifici fini.
Per molte altre cose sono d’accordo con l’articolista. Mi  sbaglio? Che ne pensate?
Venezia, 27 aprile 2018.                                                                                 

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