venerdì 23 giugno 2017

I C A R E (“ mi sta a cuore ”)

Nasce a Firenze don Lorenzo Milani nel 1923; si fa prete a 24 anni; a 31 lo mandano a fare il priore a Barbiana, in una parrocchia che la Curia fiorentina aveva deciso di chiudere, ma che resta invece aperta solo per lui. Sta là per 13 anni e, colpito da un linfogranuloma, torna a Firenze a morire in casa della madre a 44 anni, il 26 giugno 1967. Esattamente 50 anni fa. Desidera essere sepolto a Barbiana, come sappiamo, con la tonaca e gli scarponi da montanaro ai piedi.

Inventa e realizza là, di fatto in esilio, sotto le pendici di un monte, a 470 metri d’altezza, nel Mugello, un “esperimento” che durerà oltre 4.700 giornate, per circa 57.000 ore complessive di scuola (come se fossero 63 anni della nostra scuola messi uno di seguito all’altro!).

Un “esperimento” noto in tutto il mondo e singolarissimo. Va certo storicizzato, ma vanno al tempo stesso enucleati i dati di fondo che lo hanno caratterizzato.

Il primo, a mio avviso, è il primato dell’apostolato, della missione di prete e di parroco. Fare scuola in quel contesto ed in quelle situazioni voleva dire arricchire la lingua di quei ragazzi e delle loro famiglie perché diventasse sufficiente a ricevere la predicazione evangelica.

Il secondo: la sintonia. Entrare, cioè, nella loro vita al punto che “…mi sta a cuore tutto quello che sta a cuore a loro”. In quel “mi sta a cuore” (“ I Care “, com’era scritto sulle pareti della scuola) c’è tutto il cervello e ci sono tutte le viscere di don Lorenzo.

Il terzo: la laicità della scuola, basata sulla concezione di un impegno duro, mutuato dalla vita contadina e da quella delle prime esperienze operaie nelle fabbriche, consapevole della durezza della vita. “Lettera ad una professoressa” fu un libro usato, ma non capito dal Sessantotto (il 6 politico non era certo di don Lorenzo!).

Il quarto: l’obiettivo. Don Milani diceva che “…non si tratta di produrre una nuova classe dirigente, ma una massa cosciente”. Si potrebbe continuare.

Ora può essere interessante porci, a distanza di così tanto tempo, qualche domanda. Per esempio: a chi farebbe scuola oggi don Lorenzo? Continuerebbe certo a farla prioritariamente a chi resta più svantaggiato ed in condizione di disuguaglianza (nelle “periferie”). Ma non sono forse “poveri” (magari di più ancora!) quei ragazzi benestanti od addirittura agiati che (nel cuore delle nostre città) questo progresso “scorsoio” e questo consumismo sfrenato svuotano dal di dentro?
O forse farebbe scuola più che a loro, ai loro genitori, agli opinion leader, ecc.

Come interverrebbe oggi don Lorenzo rispetto alla dibattuta questione del “merito” (nella scuola e nella vita)?

E se la scuola non fosse magari ancora, specie in certe realtà, secondo la sua denuncia, “…un ospedale che cura i sani e respinge i malati”, come tratterebbe tutti quei ragazzi e ragazze che (come fu per il timido Nerio Santini di Barbiana) per paura di dire sciocchezze e, appunto, per timidezza, stanno sempre zitti? E, all’opposto, quelli o quelle che, per spavalderia, superficialità o bullismo, parlano ed agiscono anche quando sarebbe meglio non lo facessero?

Come potrebbe essere configurato, in una vera riforma , un anno di apprendimenti: quante ore complessive, quali discipline, quali interrelazioni, quali apporti, quali esperienze e quali metodi, ecc.?

Come potrebbe la scuola di oggi considerare –come stava a cuore a don Lorenzo -  non tanto le risposte “giuste” dei ragazzi e delle ragazze, quanto quelle “sbagliate”, più importanti delle prime, al fine di non “perderli” (vera sua ossessione)?

Ora Papa Francesco si è chinato sulla tomba di don Lorenzo. Che voce sarà salita dal di dentro, da sotto il marmo? E quale voce sarà entrata  da fuori, dall’interiorità del Pontefice, capace di fermarsi, sostando  vicino a questo Figlio della Chiesa come vicino ad un diamante: luminosissimo, tersissimo, fragilissimo e durissimo?


Renato  Omacini – Lido di Venezia



Nessun commento: