Nasce a Firenze don
Lorenzo Milani nel 1923; si fa prete a 24 anni; a 31 lo mandano a fare il
priore a Barbiana, in una parrocchia che la Curia fiorentina aveva deciso di
chiudere, ma che resta invece aperta solo per lui. Sta là per 13 anni e,
colpito da un linfogranuloma, torna a Firenze a morire in casa della madre a 44
anni, il 26 giugno 1967. Esattamente 50 anni fa. Desidera essere sepolto a
Barbiana, come sappiamo, con la tonaca e gli scarponi da montanaro ai piedi.
Inventa e realizza là,
di fatto in esilio, sotto le pendici di un monte, a 470 metri d’altezza, nel
Mugello, un “esperimento” che durerà oltre 4.700 giornate, per circa 57.000 ore
complessive di scuola (come se fossero 63 anni della nostra scuola messi uno di
seguito all’altro!).
Un “esperimento” noto
in tutto il mondo e singolarissimo. Va certo storicizzato, ma vanno al tempo
stesso enucleati i dati di fondo che lo hanno caratterizzato.
Il primo, a mio
avviso, è il primato dell’apostolato, della missione di prete e di parroco.
Fare scuola in quel contesto ed in quelle situazioni voleva dire arricchire la
lingua di quei ragazzi e delle loro famiglie perché diventasse sufficiente a
ricevere la predicazione evangelica.
Il secondo: la
sintonia. Entrare, cioè, nella loro vita al punto che “…mi sta a cuore tutto
quello che sta a cuore a loro”. In quel “mi sta a cuore” (“ I Care “, com’era
scritto sulle pareti della scuola) c’è tutto il cervello e ci sono tutte le
viscere di don Lorenzo.
Il terzo: la laicità
della scuola, basata sulla concezione di un impegno duro, mutuato dalla vita
contadina e da quella delle prime esperienze operaie nelle fabbriche, consapevole
della durezza della vita. “Lettera ad una professoressa” fu un libro usato, ma
non capito dal Sessantotto (il 6 politico non era certo di don Lorenzo!).
Il quarto:
l’obiettivo. Don Milani diceva che “…non si tratta di produrre una nuova classe
dirigente, ma una massa cosciente”. Si potrebbe continuare.
Ora può essere
interessante porci, a distanza di così tanto tempo, qualche domanda. Per
esempio: a chi farebbe scuola oggi don Lorenzo? Continuerebbe certo a farla
prioritariamente a chi resta più svantaggiato ed in condizione di
disuguaglianza (nelle “periferie”). Ma non sono forse “poveri” (magari di più
ancora!) quei ragazzi benestanti od addirittura agiati che (nel cuore delle
nostre città) questo progresso “scorsoio” e questo consumismo sfrenato svuotano
dal di dentro?
O forse farebbe scuola
più che a loro, ai loro genitori, agli opinion leader, ecc.
Come interverrebbe
oggi don Lorenzo rispetto alla dibattuta questione del “merito” (nella scuola e
nella vita)?
E se la scuola non
fosse magari ancora, specie in certe realtà, secondo la sua denuncia, “…un
ospedale che cura i sani e respinge i malati”, come tratterebbe tutti quei
ragazzi e ragazze che (come fu per il timido Nerio Santini di Barbiana) per
paura di dire sciocchezze e, appunto, per timidezza, stanno sempre zitti? E,
all’opposto, quelli o quelle che, per spavalderia, superficialità o bullismo,
parlano ed agiscono anche quando sarebbe meglio non lo facessero?
Come potrebbe essere
configurato, in una vera riforma , un anno di apprendimenti: quante ore complessive, quali
discipline, quali interrelazioni, quali apporti, quali esperienze e quali
metodi, ecc.?
Come potrebbe la
scuola di oggi considerare –come stava a cuore a don Lorenzo - non tanto le risposte “giuste” dei ragazzi e
delle ragazze, quanto quelle “sbagliate”, più importanti delle prime, al fine
di non “perderli” (vera sua ossessione)?
Ora Papa Francesco si
è chinato sulla tomba di don Lorenzo. Che voce sarà salita dal di dentro, da
sotto il marmo? E quale voce sarà entrata da fuori, dall’interiorità del Pontefice,
capace di fermarsi, sostando vicino a
questo Figlio della Chiesa come vicino ad un diamante: luminosissimo,
tersissimo, fragilissimo e durissimo?
Renato Omacini – Lido di Venezia
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