Può essere utile, per chi non l’avesse letto, riportare il
bell’articolo di fondo che Stefania Falasca ha scritto su “Avvenire “ del 25 maggio 2017 col titolo: “Suggerire
strade “ :
Si è aperta una porta nuova? Oltre ai convenevoli
protocollari, una tensione iniziale scioltasi al termine di un colloquio di
mezz’ora in un clima più familiare è quanto si è visto dell’atteso incontro tra
Donald J. Trump e papa Francesco. “Non dimenticherò quel che ha detto il Papa”,
firma il Presidente degli Stati Uniti d’America al termine dell’incontro. Alle
letture dei media system globale qualcosa di imprevedibile sembra essersi trasformato
in un fuori protocollo. Sintonie imprevedibili? O forse nello stile che esiste
al di sotto del registro mediatico e che non sempre si esprime in quella cifra
del rispetto e della delicatezza che il Papa raccomanda alla Chiesa –e molto
usa nell’incontro con i poveri come con tutti i visitatori, chiunque essi
siano, capi di Stato compresi – impone di considerare il tratto indelebile di
un governo ecclesiale che ha come orizzonte sempre il bene comune della pace.
Le chiavi ed i criteri anche di questo vis-à-vis
, Francesco li aveva del
resto apertis
verbis già espressi a chi sul volo di ritorno da
Fatima gli chiedeva cosa si aspettasse da un incontro con un capo di Stato che
sembra pensare e agire esattamente al contrario rispetto a lui. E la risposta è
stata eloquente: “Io mai faccio un giudizio su una persona senza ascoltarla.
Credo che io non debba farlo. Nel parlare tra noi usciranno le cose: io dirò
cosa penso, lui dirà quello che pensa. Ma io mai, mai ho voluto fare un
giudizio senza sentire la persona…”. E vale la pena di riportarlo ancora: “Ci
sono sempre delle porte che non sono chiuse. Bisogna cercare le porte che
almeno sono un po’ aperte, per entrare e parlare sulle cose comuni e andare
avanti. Passo passo. La pace è artigianale: si fa ogni giorno. Anche l’amicizia
fra le persone, la conoscenza mutua, la stima è artigianale: si fa tutti i
giorni. Il rispetto dell’altro, dire quello che si pensa, ma con rispetto,
essere molto sinceri in quello che ognuno pensa”.
L’atteggiamento di papa Francesco si emancipa così da ogni
tipo di etica hollywoodiana ossessionata dall’impulso di dividere il mondo in
buoni e cattivi. E anche dal dare torto o ragione a priori. Neppure offre
sponde teologiche al potere, ma lo spoglia. Lasciando nel tempo aperta la
possibilità del cambiamento, e non per un ottimismo ideologico. Come è stato
osservato, siamo infatti alla fine dell’epoca costantiniana, dell’ideologia
della conquista che fa perdere la consapevolezza cristiana di servizio al
mondo. Perché quella cristiana non è politica di parte e non crea nemici. Non
si fanno pertanto guerre preventive a nessuno. Non si ridisegnano assi del
male, avendo presente il bene comune come orizzonte condiviso che può trovarsi
al di là degli interessi particolari. La Santa Sede e papa Francesco non hanno
patenti di legittimità da concedere o da ottenere, agende proprie da rivendicare.
Neanche con l’inquilino della Casa Bianca.
Paradossalmente anche l’assenza di affinità elettive tra
l’attuale Successore di Pietro e il successore di Obama libera la missione
della Chiesa da condizionamenti politici e culturali con cui anche la Santa
Sede ha dovuto fare i conti nei passati decenni. Nel corso dei colloqui non è
stato taciuto per cortesia il confronto su temi ben precisi: la collaborazione
tra lo Stato e la Chiesa cattolica negli Stati Uniti, impegnata al servizio
delle popolazioni nei campi della salute, dell’educazione e dell’assistenza
agli immigrati, l’impegno a favore della vita e della libertà religiosa e di
coscienza.
C’è stato uno scambio di vedute su alcune questioni attinenti
all’attualità internazionale e alla promozione della pace nel mondo tramite il
negoziato politico e il dialogo interreligioso, con particolare riferimento
alla situazione in Medio Oriente e alla tutela delle comunità cristiane. E
anche la simbolicità dei doni presentati al termine dal papa –come il messaggio
per la pace con la sua firma autografa- dicono ancora di una delicatezza
esercitata senza che tuttavia questa nasconda i temi e le questioni di
scottante interesse. Ma non si può affermare da qui chi da questo incontro esce
perdente o vincente, perché la dinamica non è quella di rincorrere vittorie ma
di suggerire strade che possono toccare sentieri di umanità condivisi, anche da
Donald J. Trump.
E questa è la proposta che è stata fatta al capo della Casa
Bianca. “Lei spera che ammorbidisca le sue decisioni, dopo ...” chiedeva ancora
il giornalista al papa nella conferenza stampa sul volo dal Portogallo. La
risposta di Francesco non ha bisogno di ulteriori commenti: “Questo è un
calcolo politico che io non mi permetto di fare. Anche sul piano religioso, io
non sono proselitista. Grazie”.
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Ho imparato molto da questo articolo:
confesso che la mia posizione iniziale era quella dell’inopportunità che il
Papa ricevesse Trump, dopo il suo viaggio in Arabia. Poi, ricordandomi del Cardinal
Borromeo e dell’Innominato dei “Promessi Sposi”, ho cambiato idea. Meno male e
grazie per Chi mi ha aperto il cuore che si era indurito!
Quanto all’articolo in questione,
sono lieto che, come dice la giornalista, la voce del Papa sia anche la voce “delle
cose”, senza dicotomie. Splendido il passaggio sull’ “etica hollywoodiana”,
ossessionata nel dividere il mondo in buoni
e cattivi. Sapiente la ricerca delle porte socchiuse.
Rispetto e sincerità “artigianali”,
ma molto più che “artigianali” dovrebbero essere sempre i nostri compagni di
strada. Non è certo facile, ma questa è la via. Grazie ancora una volta Papa
Francesco.
Venezia, maggio 2017
Renato Omacini
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