domenica 17 settembre 2017

RIFLESSIONI D’ESTATE - IL PARADOSSO DEL MURO


Carissimi/me,
ecco, di seguito, il testo di una riflessione che Vi partecipo per eventuali considerazioni comuni ;  riflessioni e confronti che, come nel costume della nostra Associazione, devono  restare politici (di politica culturale)  e non partitici.

Desidero esprimere – il più asetticamente possibile e rimanendo sul piano di quelle che a me paiono delle constatazioni - quello che a me sembra ormai un dato di fatto: l’Occidente (ed anche l’Italia, magari con modalità sue proprie) si sta avviando verso regimi di destra più o meno autoritari. Si sia favorevoli, o contrari, od indifferenti, ormai è solo questione di tempo per lo svolgersi ed il completarsi  di un processo iniziato  dopo la caduta del muro di Berlino (paradosso dei paradossi!), ma che aveva per così dire scaldato i motori col reaganismo negli anni Ottanta e col thatcherismo negli anni Ottanta ed oltre.
Il motivo, complesso in sé, alla fine è però anche  semplice: troppi errori e perduranti negli anni da parte delle diverse formazioni politiche nelle varie realtà in cui hanno rispettivamente governato. Dunque ad un certo punto, come la storia insegna, scoppia la reazione. Reazione dal basso ( indotta e spontanea al tempo stesso), per avere principalmente più ordine, più sicurezza, più lavoro e più identità.
Tali nuovi regimi, all’inizio “morbidi”, dovranno poi “per forza” diventare più   autoritari; già alcuni autorevoli leader mondiali vanno dicendo del resto  che ormai la democrazia “è un lusso” e la violenza verbale è entrata sempre più nel comune lessico politico.
L’immigrazione non  adeguatamente governata  (intra ed extra europea ed americana) è, credo, il formidabile fattore di innesco di questa nuova importante direzione di marcia, come lo sono alcune grandi organizzazioni economico-finanziarie con i loro “pensatoi”,  come lo è, naturalmente, il terrorismo internazionale, come  lo è stata la pluriennale crisi economica che speriamo alle nostre spalle.  Le organizzazioni criminali  stanno per ora a guardare.
Di fatto, la  gente comune  non può aver paura di salire su di una metropolitana, di andare allo stadio  o al supermercato o in discoteca o in un parco pubblico. Quanto ancora dovrà patire la gente, specie in certi Paesi, per una burocrazia opaca, lenta ed approssimativa? Per una giustizia che in non rare occasioni è forte con i deboli e debole con i forti? La gente è stanca di sentire da chi governa (di qualsiasi estrazione) discorsi “irresponsabili” nel senso etimologico del termine, di chi, cioè, tende a chiamarsi sempre fuori o a scaricare sugli altri. Discorsi anche che  demonizzano pesantemente chi la pensa diversamente, lasciando poco o per nulla spazio alla libera dialettica democratica.
Non si sopportano  più gli eterni muri di gomma tra i quali si è sbattuti, né i call-center che funzionano una volta su quattro. Si potrebbe continuare senza, credo, essere  questo dei qualunquisti o dei  populisti: sono cose reali, quotidiane, sotto gli occhi di tutti.
Troppi, troppo soventi ormai  questi fatti: la loro somma e la loro concatenazione porta diritta-diritta, ritengo, a  regimi di destra (a varia intensità), regimi che gradatamente la stragrande maggioranza dei popoli accoglierà, per varie ragioni, come benvenuti.
E’ stato così  nel passato e sarà questo un dato di fatto che caratterizzerà almeno una parte del XXI secolo e che sfuggirà di mano alla più parte dei  governanti: dovuto alla forza delle cose,  dovuto a quel che si è nel tempo “seminato” o non “seminato”. Tutto ciò  durerà un periodo più o meno lungo e poi la macchina della storia cambierà di nuovo giro. Gli insegnamenti della storia?  Pochissimi per non dire purtroppo  inesistenti, come lamentavano già gli antichi.
Che voto dare, con linguaggio scolastico, per esempio e per restare in Italia,  alla  Sinistra, al  Centro o alle varie “Formazioni-col-trattino” che hanno governato e che governano il  Paese e gli  Enti locali?
Intendiamoci: ci sono cose buone fatte, nei diversi Paesi, da Governi e Parlamenti di diversa estrazione, quando autenticamente riformisti sul piano culturale e su quello politico. Ma, nel complesso e nel lungo periodo, ritengo che abbiano  un peso di gran lunga maggiore, come detto, le carenze (di “visione”, di realizzazione, di comunicazione e di autocritica). E’ certo anche che da noi come  nel mondo ci sono molte cose buone e positive: nel pubblico, nel privato, nel privato-sociale, nel volontariato, ecc. : il non considerare le une e le altre sarebbe un  errore d’analisi anche storica.
  Quale è stato e qual è  però, nell’insieme, il  peso “politico” di tutto questo? La sua caratura anche culturale, il  suo influsso comunicativo,  il suo riverbero elettorale, la sua “pedagogia”  a livello di macro-sistemi?

   

Venezia, 14 settembre 2017
Renato  Omacini

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