mercoledì 10 ottobre 2018


LETTURE  D’AUTUNNO -  Intervista  a  Richard  Sennett

Richard Sennett è un sociologo oggi molto influente nel mondo. Ecco, di seguito, per l’utilità comune,  l’intervista che ha rilasciato per “L’Espresso” del 7 ottobre 2018. Per ragioni di spazio, ne riproduco solo una parte.

Nei decenni dominati dal pensiero e da politiche socialdemocratiche abbiamo creduto che il capitalismo fosse legato al progresso, al benessere, alle regole condivise anche tra gli avversari. Oggi il benessere viene meno, idem il progresso e le regole non sono condivise. Cosa è successo al capitalismo?

Sono questioni diverse. Alcune riguardano la redistribuzione del reddito. Ma a me interessa il tema strutturale: l’automazione e le sue conseguenze sulla forza lavoro. Parto da una constatazione elementare: la sostituzione dell’uomo con le macchine, una volta, era un processo parziale. E sa perché? Perché spesso il lavoro umano costava meno dell’acquisto di una macchina. Oggi, costruire una macchina che funziona a base di un algoritmo costa meno che impiegare un uomo o una donna. Abbiamo a che fare con macchine che non sono più replicanti delle nostre funzioni, ma sono molto più potenti della nostra mente. E’ un cambiamento radicale che non riguarda più solo il lavoro manuale, ma pure quello dei colletti bianchi. La loro percentuale scenderà del venti per cento. Ci sono politici che parlano della minaccia che gli immigrati rappresentano  per chi ha un lavoro, ma quella presunta minaccia è poco o niente rispetto alla minaccia costituita dalle “macchine immigrate”.

Sta dicendo che la classe media non ha futuro?

Ci sarà un futuro, ma differente. Niente più carriera intesa come lavoro stabile a tempo pieno. La sfida è quindi ridefinire il lavoro e la borghesia. La borghesia era un elemento di stabilità, ma non è più così. I miei studenti, una volta laureati, non hanno davanti una carriera e non l’avrebbero avuta neanche in un’ipotetica società socialista e non più capitalista. Certo, non possiamo abolire le macchine. Ma dobbiamo ripensare tutto, introdurre quello che io chiamo “job sharing”, la condivisione dei posti di lavoro; ridefinire il welfare in modo che la gente abbia reddito e diritti sociali anche quando non lavora; riflettere su un concetto come introito base. I soldi per farlo ci sono, perfino in Italia.
 
Il reddito di cittadinanza, come vogliono i Cinque Stelle?

E’ un’idea non nuova e che trae le sue origini nel pensiero di Rudi Supek (sociologo jugoslavo, legato a Praxis, una rivista e un gruppo di studiosi marxisti eterodossi negli anni Sessanta e Settanta, ndr). Però non lo si può introdurre aumentando il debito pubblico. Si tratta invece di riconfigurare il capitalismo e il suo sistema di lavoro. Comunque è interessante il modello delle piccole-medie aziende dell’Italia del Nord: dette familiari, dove i posti di lavoro sono in pratica condivisi, così come viene erogato un reddito nei periodi in cui non c’è lavoro. Il problema è che non si sa come applicare un simile modello alle grandi aziende, alle multinazionali. Ecco perché dico che dobbiamo ripensare tutto alla luce dell’automazione.

Nel resto dell’intervista Richard Sennett parla della finanza virtuale, della xenofobia, delle nuove città. In conclusione, il sociologo pensa che occorra stare nel presente pensando al futuro ed aggiunge: “ …non mi aspetto niente dai politici. E’ la società civile, la sfera pubblica di cui parlava Hannah  Arendt, la mia speranza “.

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Due parole, ora, di breve commento, per il comune confronto.

Parto da un esempio: c’è allarme in questi giorni in Italia per la mancanza di 20.000 medici. Semplice, ancorchè grave:  non c’è stata programmazione e, come purtroppo spesso ci capita, ci troviamo impreparati. Non vorrei che succedesse la stessa cosa (essere, cioè, impreparati) di fronte ad un fatto ben più vasto, complesso e d’ordine mondiale: l’automazione. Un fatto che coinvolge principalmente il lavoro umano (quantità, qualità, modalità, riconoscimento, ecc.).

Anche come cristiani che amano la politica dovremmo tradurre, là dove operiamo, le ottime ed aggiornate riflessioni in proposito della dottrina sociale della chiesa in progetti, sperimentazioni e fatti concreti, partendo “dal basso” e “dal piccolo”, prima che sia troppo tardi.

Certo è  – e considero con piacere che sono sempre di più ed autorevoli quelli che lo sostengono – che con “questa” forma di turbocapitalismo (e di connesso modello di “sviluppo”) ci stiamo scavando la fossa sotto i piedi. Ne sono sicuro: se non si cambia, è solo questione di tempo.  “Questo” capitalismo è infatti stratosfericamente distante da quel capitalismo illuminato e temperato, portatore, ieri, di benessere vero e diffuso. Mi pare  peraltro molto improbabile, per come stanno le cose, che esso abbia le energie, la “visione”, l’interesse (e la voglia)  per autoriformarsi da solo. Ecco la società civile, ecco la Arendt di cui parla anche Sennet;  ma la politica, io credo,  non può restarne fuori: potrebbe, nel tempo, subire dei terremoti!

Venezia, ottobre 2018.                                                                                  Renato  Omacini

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