LETTURE D’AUTUNNO - Intervista a Richard Sennett
Richard Sennett è un sociologo oggi molto influente nel
mondo. Ecco, di seguito, per l’utilità comune,
l’intervista che ha rilasciato per “L’Espresso” del 7 ottobre 2018. Per
ragioni di spazio, ne riproduco solo una parte.
Nei decenni dominati
dal pensiero e da politiche socialdemocratiche abbiamo creduto che il
capitalismo fosse legato al progresso, al benessere, alle regole condivise
anche tra gli avversari. Oggi il benessere viene meno, idem il progresso e le
regole non sono condivise. Cosa è successo al capitalismo?
Sono questioni diverse. Alcune riguardano la redistribuzione
del reddito. Ma a me interessa il tema strutturale: l’automazione e le sue
conseguenze sulla forza lavoro. Parto da una constatazione elementare: la
sostituzione dell’uomo con le macchine, una volta, era un processo parziale. E
sa perché? Perché spesso il lavoro umano costava meno dell’acquisto di una
macchina. Oggi, costruire una macchina che funziona a base di un algoritmo
costa meno che impiegare un uomo o una donna. Abbiamo a che fare con macchine
che non sono più replicanti delle nostre funzioni, ma sono molto più potenti
della nostra mente. E’ un cambiamento radicale che non riguarda più solo il
lavoro manuale, ma pure quello dei colletti bianchi. La loro percentuale
scenderà del venti per cento. Ci sono politici che parlano della minaccia che
gli immigrati rappresentano per chi ha
un lavoro, ma quella presunta minaccia è poco o niente rispetto alla minaccia
costituita dalle “macchine immigrate”.
Sta dicendo che la
classe media non ha futuro?
Ci sarà un futuro, ma differente. Niente più carriera intesa
come lavoro stabile a tempo pieno. La sfida è quindi ridefinire il lavoro e la
borghesia. La borghesia era un elemento di stabilità, ma non è più così. I miei
studenti, una volta laureati, non hanno davanti una carriera e non l’avrebbero
avuta neanche in un’ipotetica società socialista e non più capitalista. Certo,
non possiamo abolire le macchine. Ma dobbiamo ripensare tutto, introdurre
quello che io chiamo “job sharing”, la condivisione dei posti di lavoro;
ridefinire il welfare in modo che la gente abbia reddito e diritti sociali
anche quando non lavora; riflettere su un concetto come introito base. I soldi
per farlo ci sono, perfino in Italia.
Il reddito di
cittadinanza, come vogliono i Cinque Stelle?
E’ un’idea non nuova e che trae le sue origini nel pensiero
di Rudi Supek (sociologo jugoslavo, legato a Praxis, una rivista e un gruppo di
studiosi marxisti eterodossi negli anni Sessanta e Settanta, ndr). Però non lo
si può introdurre aumentando il debito pubblico. Si tratta invece di
riconfigurare il capitalismo e il suo sistema di lavoro. Comunque è
interessante il modello delle piccole-medie aziende dell’Italia del Nord: dette
familiari, dove i posti di lavoro sono in pratica condivisi, così come viene
erogato un reddito nei periodi in cui non c’è lavoro. Il problema è che non si
sa come applicare un simile modello alle grandi aziende, alle multinazionali.
Ecco perché dico che dobbiamo ripensare tutto alla luce dell’automazione.
Nel resto dell’intervista Richard Sennett parla della finanza
virtuale, della xenofobia, delle nuove città. In conclusione, il sociologo
pensa che occorra stare nel presente pensando al futuro ed aggiunge: “ …non mi
aspetto niente dai politici. E’ la società civile, la sfera pubblica di cui
parlava Hannah Arendt, la mia speranza
“.
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Due parole, ora, di breve commento, per il comune confronto.
Parto da un esempio: c’è allarme in questi giorni in Italia
per la mancanza di 20.000 medici. Semplice, ancorchè grave: non c’è stata programmazione e, come
purtroppo spesso ci capita, ci troviamo impreparati. Non vorrei che succedesse
la stessa cosa (essere, cioè, impreparati) di fronte ad un fatto ben più vasto,
complesso e d’ordine mondiale: l’automazione. Un fatto che coinvolge
principalmente il lavoro umano (quantità, qualità, modalità, riconoscimento,
ecc.).
Anche come cristiani che amano la politica dovremmo tradurre,
là dove operiamo, le ottime ed aggiornate riflessioni in proposito della
dottrina sociale della chiesa in progetti, sperimentazioni e fatti concreti,
partendo “dal basso” e “dal piccolo”, prima che sia troppo tardi.
Certo è – e considero
con piacere che sono sempre di più ed autorevoli quelli che lo sostengono – che
con “questa” forma di turbocapitalismo (e di connesso modello di “sviluppo”) ci
stiamo scavando la fossa sotto i piedi. Ne sono sicuro: se non si cambia, è
solo questione di tempo. “Questo”
capitalismo è infatti stratosfericamente distante da quel capitalismo
illuminato e temperato, portatore, ieri, di benessere vero e diffuso. Mi
pare peraltro molto improbabile, per
come stanno le cose, che esso abbia le energie, la “visione”, l’interesse (e la
voglia) per autoriformarsi da solo. Ecco
la società civile, ecco la Arendt di cui parla anche Sennet; ma la politica, io credo, non può restarne fuori: potrebbe, nel tempo,
subire dei terremoti!
Venezia, ottobre
2018. Renato Omacini
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