sabato 21 marzo 2020

Associazione “ I Popolari “ – Venezia Scrive Massimo Cacciari (riproduzione e commento a cura di Renato Omacini)



Nel  n. 12 de “L’Espresso” del 15 marzo 2020, pp.18-19, Massimo Cacciari  scrive un breve articolo di cui riproduco, per chi non lo avesse letto, il testo.
Alla fine due brevi righe di commento, per il nostro confronto.

Milano 10 marzo 2040
Ricordando oggi il lontano giorno in cui tutta l’Italia fu dichiarata “zona rossa” e miriadi di confini dividevano o cercavano di dividere comuni, province, regioni, anzi: una casa dall’altra, sembra incredibile misurare il cammino percorso. A molti quella grande crisi sanitaria apparve come il sigillo di un processo di irreversibile decadenza delle istituzioni nostre ed europee, il simbolo della loro inettitudine a governare quel generale “mutamento di stato” che la nostra epoca rappresenta. E invece fu quel toccare il fondo da cui rimbalzò volontà politica, grande Politica. I giovani nati dopo quella data non possono immaginare la vera e propria “conversione” che la crisi produsse nell’intera classe dirigente del Paese, dalle forze politiche a tutte le organizzazioni di categoria. Mai, certo, il male è provvido, ma quello risvegliò intelligenze, fece comprendere i disastri del precedente trentennio, ne iniziò la sistematica cura. I primi segni della nuova fase, d’altronde, si potevano cogliere già nella gestione dell’emergenza stessa. Sotto il profilo medico-sanitario non vi era altra scelta, infatti, che seguire le indicazioni delle autorità scientifiche, del Consiglio superiore della sanità. Ma il Governo non si limitò affatto a questo né a stanziare confusamente qualche risorsa a fronte della scontata catastrofe per vitali settori della nostra economia.
No, grazie anche ad una approfondita concertazione con le stesse opposizioni, il Governo indicò le priorità di intervento, criteri e modalità di erogazione. Dimostrò subito di comprendere benissimo come non ci si ammali soltanto di corona virus, ma anche, e forse son mali di più lunga durata, e facilmente somatizzabili, di crescita ulteriore della disoccupazione, di precarietà dilagante, di smarrimento di ogni fiducia. Perciò si rivolse ai settori più colpiti dalla crisi (e fondamentali per l’economia del Paese), garantendo anzitutto ai lavoratori ogni forma di tutela (cassa  integrazione o altro), e promettendo alle imprese una precisa riformulazione complessiva dei loro obblighi fiscali.

Non solo, il Governo disegnò già durante i giorni in cui sembrava che l’unico imperativo categorico fosse “io sto a casa” (“padroni a casa propria” finalmente, scherzava qualcuno) le linee per affrontare le eccezionali difficoltà economico-finanziarie in cui ci si sarebbe trovati a “liberazione” avvenuta. I conti erano presto fatti e vennero esposti con chiarezza ai cittadini: erano in ballo centinaia di miliardi del Pil (il solo turismo, con annessi e connessi, valeva il 13%); altro che qualche miliardo in più di deficit; occorreva finalmente porre mano a riforme strutturali della spesa. Vennero così richiamati in servizio i Cottarelli, i Cassese ed altre voci prima sistematicamente ignorate. Si indicarono i colossali risparmi ottenibili da una radicale spending review collegata ad una autentica riforma anti-burocratica e federalista del nostro Stato. Si ammisero francamente i ritardi, gli errori, le impotenze dei governi passati. E soprattutto si dichiarò solennemente che i costi della piccola guerra non sarebbero stati “spalmati” sui cittadini, tantomeno su quel 50% di essi che paga regolarmente e in toto le tasse. Finalmente la lotta all’evasione non sarebbe rimasta il solito ritornello. Tutto questo rassicurò, rincuorò, fece intendere che dalla crisi nascevano volontà e progetti nuovi. Mentre medici, infermieri, protezione civile lottavano nel loro campo con tutti i mezzi a disposizione, malgrado i tagli susseguitisi per tutto il precedente trentennio e le disuguaglianze immense tra le strutture sanitarie delle diverse regioni, il ceto politico compiva così il proprio dovere, anche girando Europa e mondo per difendere l’immagine del nostro Paese e combattere lo sciacallismo di “amici” concorrenti. I risultati di tutte queste iniziative e decisioni venivano illustrati ogni sera dopo i bollettini medici.
Il buon giorno si vide così fin dal mattino, anzi: dal buio della notte. Il nostro Governo, forte di quella dolorosissima esperienza, si battè in ogni sede perché una nuova cultura politica si affermasse, coerente con il mondo globale in cui, ci piaccia o no, dobbiamo vivere. L’emergenza corona-virus non era “logicamente” diversa da tante altre che tormentavano quell’epoca fortunatamente passata. Nessuna crisi poteva restare locale. Si trattasse di finanza, di movimenti migratori, di ambiente, di malattie. Nessun muro ci difende dal dilagare del contagio. Se non quello che sappiamo costruire attraverso la cooperazione, l’intesa tra Stati, la definizione di regole e norme internazionali che si incardino nel diritto positivo di ciascuno. E ciò vale per ogni materia. La crisi sanitaria mise a nudo la necessità di questo salto. E’ vero che la sua natura, come quella dei terremoti, sembra trascendere ogni potenza politica, ma non è così. Il caso trascende soltanto una politica che non sia capacità di analisi e di previsione. Ma su tutte le grandi questioni noi abbiamo la capacità di prevedere e dunque prevenire. Una politica che insegue l’emergenza non poteva essere all’altezza dell’epoca. Per il semplice fatto che l’emergenza in essa si fa fisiologica e cessa perciò di essere tale. Scoprimmo allora che era necessaria una cultura politica in grado di prevenire, come la buona medicina, pronta, cioè, ad affrontare quello che una volta sarebbe sembrato mero accidente. Ma per saper prevenire occorre sapere; le forze politiche divennero coscienti di ciò, si riorganizzarono in tal senso; interiorizzarono per così dire, specialismi e competenze; moltiplicarono sforzi e risorse per la formazione di ceti amministrativi, burocratici, tecnici in grado di convivere con la “rivoluzione permanente” del nostro tempo.


Ciò che vent’anni fa sembrava si potesse soltanto sperare contro ogni speranza, nel corso di questa generazione si è quasi realizzato. Le nostre forze politiche hanno saputo far leva su quella crisi sanitaria per iniziare insieme la fase costituente che avevano ignobilmente mancato trent’anni prima, alla caduta del Muro.
Per questo celebriamo oggi l’anniversario del 10 marzo 2020.
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Fa bene Massimo Cacciari  a festeggiare il 10 marzo 2020; io, quasi al 100% , non ci sarò più, poiché avrei,  nel 2040, 92 anni. Vedrò  probabilmente la situazione da un’altra parte (magari fossi nell’ultimo scalino dello Stadio - buono! Pregate per me!).
Dunque , nell’articolo del nostro filosofo, una generazione ( nello spazio dagli anni Venti agli anni Quaranta di questo secolo) ha quasi realizzato cose ottime, ha saputo rispondere ad una “ultima chiamata” di chi, già 60-70 anni prima , avvisava che si era su di un piano inclinato.
Tra questi e con particolare preveggenza ed intensità, c’era anche Papa Francesco, non citato da Cacciari. E c’era – non sempre per la verità  con le giuste ricette – lo stesso Cacciari, assieme ad altri, quasi sempre inascoltati.
Mah! Gottarelli quasi  quasi lo prenderei, Cassese proprio no, almeno per i miei gusti!
Anche se – a differenza di  Cacciari – penso che nella vita dei singoli come delle comunità non proprio tutto tutto possa essere analizzato e previsto. Sul punto, c’è un diverso sapere e, soprattutto, un diverso, teologale  vivere e “sperare”. Resta ,certo  - e sono d’accordo - uno spazio enorme e razionale per conoscere, prevedere, prevenire e programmare. Sul punto sta una delle principali differenze , appunto, tra le generazioni “stolte” e quella “saggia”.
Concordo che il Governo dette  allora buonissima prova di sé (qualche iniziale sbandamento era davvero il minimo in quelle circostanze!). Lavorò  tra l’altro decisamente meglio di tanti altri Governi europei ( che ci davano delle lezioni) e  ricevette dei giusti riconoscimenti ufficiali.
Perché? Perché chi ne aveva il timone aveva “un’altra” concezione della politica rispetto alla grande maggioranza dei Colleghi  (e non solo) che l’avevano preceduto: la nuova politica che doveva affermarsi, secondo le espressioni di Cacciari.  Le forze politiche divennero anche esse coscienti di ciò? Alzo le mani perché, qui, le mie informazioni sono confuse, il messaggio non è chiaro e resterebbe  del resto poco spazio al nostro confronto. Che ne pensate?

Venezia, marzo 2020 (“purtroppo ! “).

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