Nel n. 12 de “L’Espresso” del 15 marzo 2020,
pp.18-19, Massimo Cacciari scrive un
breve articolo di cui riproduco, per chi non lo avesse letto, il testo.
Alla fine due brevi righe di
commento, per il nostro confronto.
Milano 10 marzo 2040
Ricordando oggi il lontano giorno in cui tutta l’Italia fu
dichiarata “zona rossa” e miriadi di confini dividevano o cercavano di dividere
comuni, province, regioni, anzi: una casa dall’altra, sembra incredibile
misurare il cammino percorso. A molti quella grande crisi sanitaria apparve
come il sigillo di un processo di irreversibile decadenza delle istituzioni
nostre ed europee, il simbolo della loro inettitudine a governare quel generale
“mutamento di stato” che la nostra epoca rappresenta. E invece fu quel toccare
il fondo da cui rimbalzò volontà politica, grande Politica. I giovani nati dopo
quella data non possono immaginare la vera e propria “conversione” che la crisi
produsse nell’intera classe dirigente del Paese, dalle forze politiche a tutte
le organizzazioni di categoria. Mai, certo, il male è provvido, ma quello
risvegliò intelligenze, fece comprendere i disastri del precedente trentennio,
ne iniziò la sistematica cura. I primi segni della nuova fase, d’altronde, si
potevano cogliere già nella gestione dell’emergenza stessa. Sotto il profilo
medico-sanitario non vi era altra scelta, infatti, che seguire le indicazioni
delle autorità scientifiche, del Consiglio superiore della sanità. Ma il
Governo non si limitò affatto a questo né a stanziare confusamente qualche
risorsa a fronte della scontata catastrofe per vitali settori della nostra
economia.
No, grazie anche ad una approfondita concertazione con le
stesse opposizioni, il Governo indicò le priorità di intervento, criteri e
modalità di erogazione. Dimostrò subito di comprendere benissimo come non ci si
ammali soltanto di corona virus, ma anche, e forse son mali di più lunga durata,
e facilmente somatizzabili, di crescita ulteriore della disoccupazione, di
precarietà dilagante, di smarrimento di ogni fiducia. Perciò si rivolse ai
settori più colpiti dalla crisi (e fondamentali per l’economia del Paese),
garantendo anzitutto ai lavoratori ogni forma di tutela (cassa integrazione o altro), e promettendo alle
imprese una precisa riformulazione complessiva dei loro obblighi fiscali.
Non solo, il Governo disegnò già durante i giorni in cui
sembrava che l’unico imperativo categorico fosse “io sto a casa” (“padroni a
casa propria” finalmente, scherzava qualcuno) le linee per affrontare le
eccezionali difficoltà economico-finanziarie in cui ci si sarebbe trovati a
“liberazione” avvenuta. I conti erano presto fatti e vennero esposti con
chiarezza ai cittadini: erano in ballo centinaia di miliardi del Pil (il solo
turismo, con annessi e connessi, valeva il 13%); altro che qualche miliardo in
più di deficit; occorreva finalmente porre mano a riforme strutturali della
spesa. Vennero così richiamati in servizio i Cottarelli, i Cassese ed altre
voci prima sistematicamente ignorate. Si indicarono i colossali risparmi
ottenibili da una radicale spending review collegata ad una autentica riforma
anti-burocratica e federalista del nostro Stato. Si ammisero francamente i
ritardi, gli errori, le impotenze dei governi passati. E soprattutto si
dichiarò solennemente che i costi della piccola guerra non sarebbero stati
“spalmati” sui cittadini, tantomeno su quel 50% di essi che paga regolarmente e
in toto le tasse. Finalmente la lotta all’evasione non sarebbe rimasta il
solito ritornello. Tutto questo rassicurò, rincuorò, fece intendere che dalla
crisi nascevano volontà e progetti nuovi. Mentre medici, infermieri, protezione
civile lottavano nel loro campo con tutti i mezzi a disposizione, malgrado i
tagli susseguitisi per tutto il precedente trentennio e le disuguaglianze
immense tra le strutture sanitarie delle diverse regioni, il ceto politico
compiva così il proprio dovere, anche girando Europa e mondo per difendere
l’immagine del nostro Paese e combattere lo sciacallismo di “amici”
concorrenti. I risultati di tutte queste iniziative e decisioni venivano
illustrati ogni sera dopo i bollettini medici.
Il buon giorno si vide così fin dal mattino, anzi: dal buio
della notte. Il nostro Governo, forte di quella dolorosissima esperienza, si
battè in ogni sede perché una nuova cultura politica si affermasse, coerente
con il mondo globale in cui, ci piaccia o no, dobbiamo vivere. L’emergenza
corona-virus non era “logicamente” diversa da tante altre che tormentavano
quell’epoca fortunatamente passata. Nessuna crisi poteva restare locale. Si
trattasse di finanza, di movimenti migratori, di ambiente, di malattie. Nessun
muro ci difende dal dilagare del contagio. Se non quello che sappiamo costruire
attraverso la cooperazione, l’intesa tra Stati, la definizione di regole e
norme internazionali che si incardino nel diritto positivo di ciascuno. E ciò
vale per ogni materia. La crisi sanitaria mise a nudo la necessità di questo
salto. E’ vero che la sua natura, come quella dei terremoti, sembra trascendere
ogni potenza politica, ma non è così. Il caso trascende soltanto una politica
che non sia capacità di analisi e di previsione. Ma su tutte le grandi
questioni noi abbiamo la capacità di prevedere e dunque prevenire. Una politica
che insegue l’emergenza non poteva essere all’altezza dell’epoca. Per il
semplice fatto che l’emergenza in essa si fa fisiologica e cessa perciò di
essere tale. Scoprimmo allora che era necessaria una cultura politica in grado
di prevenire, come la buona medicina, pronta, cioè, ad affrontare quello che
una volta sarebbe sembrato mero accidente. Ma per saper prevenire occorre
sapere; le forze politiche divennero coscienti di ciò, si riorganizzarono in
tal senso; interiorizzarono per così dire, specialismi e competenze;
moltiplicarono sforzi e risorse per la formazione di ceti amministrativi,
burocratici, tecnici in grado di convivere con la “rivoluzione permanente” del
nostro tempo.
Ciò che vent’anni fa sembrava si potesse soltanto sperare
contro ogni speranza, nel corso di questa generazione si è quasi realizzato. Le
nostre forze politiche hanno saputo far leva su quella crisi sanitaria per iniziare
insieme la fase costituente che avevano ignobilmente mancato trent’anni prima,
alla caduta del Muro.
Per questo celebriamo oggi l’anniversario del 10 marzo 2020.
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Fa bene Massimo Cacciari a festeggiare il 10 marzo 2020; io, quasi al
100% , non ci sarò più, poiché avrei,
nel 2040, 92 anni. Vedrò probabilmente la situazione da un’altra parte
(magari fossi nell’ultimo scalino dello Stadio - buono! Pregate per me!).
Dunque , nell’articolo del
nostro filosofo, una generazione ( nello spazio dagli anni Venti agli anni Quaranta
di questo secolo) ha quasi realizzato cose ottime, ha saputo rispondere ad una
“ultima chiamata” di chi, già 60-70 anni prima , avvisava che si era su di un
piano inclinato.
Tra questi e con particolare
preveggenza ed intensità, c’era anche Papa Francesco, non citato da Cacciari. E
c’era – non sempre per la verità con le
giuste ricette – lo stesso Cacciari, assieme ad altri, quasi sempre
inascoltati.
Mah! Gottarelli quasi quasi lo prenderei, Cassese proprio no, almeno
per i miei gusti!
Anche se – a differenza
di Cacciari – penso che nella vita dei
singoli come delle comunità non proprio tutto tutto possa essere analizzato e
previsto. Sul punto, c’è un diverso sapere e, soprattutto, un diverso,
teologale vivere e “sperare”. Resta ,certo - e sono d’accordo - uno spazio enorme e
razionale per conoscere, prevedere, prevenire e programmare. Sul punto sta una
delle principali differenze , appunto, tra le generazioni “stolte” e quella
“saggia”.
Concordo che il Governo dette allora buonissima prova di sé (qualche
iniziale sbandamento era davvero il minimo in quelle circostanze!). Lavorò tra l’altro decisamente meglio di tanti altri
Governi europei ( che ci davano delle lezioni) e ricevette dei giusti riconoscimenti ufficiali.
Perché? Perché chi ne aveva il
timone aveva “un’altra” concezione della politica rispetto alla grande
maggioranza dei Colleghi (e non solo) che
l’avevano preceduto: la nuova politica che doveva affermarsi, secondo le
espressioni di Cacciari. Le forze
politiche divennero anche esse coscienti di ciò? Alzo le mani perché, qui, le mie
informazioni sono confuse, il messaggio non è chiaro e resterebbe del resto poco spazio al nostro confronto. Che
ne pensate?
Venezia, marzo 2020 (“purtroppo ! “).
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