venerdì 13 marzo 2020

ASSOCIAZIONE “ I POPOLARI “ VENEZIA -La persona ed il bene comune (a cura di Renato Omacini)


Si parla molto, oggi, di “centralità della persona”.
Cosa significa per noi che ci consideriamo cattolici democratici e che amiamo la politica? In queste ore di pausa forzata, sono andato a rileggermi un testo di Jacques MARITAIN dal titolo “  La persona ed il bene comune “, ed. Morcelliana,  Brescia, 1987.
Lo richiamo per rapidi cenni per chi non lo conoscesse, con qualche riflessione alla fine.
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“La persona e il bene comune” è un testo di 74 anni fa che riprende due conferenze del filosofo francese: l’una del 1939 ad Oxford e l’altra del 1945 a Roma. Nel 1936 Maritain aveva scritto il suo libro più noto: “Umanesimo integrale”.

Maritain richiama, in primo luogo, le posizioni di San Tommaso riguardo all’ordinazione della persona al suo fine ultimo che è Dio. Merita al riguardo ricordare, in San Tommaso, la superiorità della vita contemplativa sulla vita politica, così come la dottrina del primato del bene comune.

L’impalcatura del testo poggia, in secondo luogo, sulla distinzione tra individuo e persona. Il polo materiale della persona che concerne l’individualità ed il polo spirituale che riguarda la personalità.
La personalità ha per radice lo spirito: “ … la personalità è la “sussistenza” dell’anima spirituale comunicata al composto umano ”. Ed ancora: “ Io sono tutto individuo in ragione di ciò che mi viene dalla materia, e tutto persona in ragione di ciò che mi viene dallo spirito “.

In terzo luogo, si presenta nel testo un altro importante asse: quello del rapporto tra la persona e la società. Alla nozione di persona come unità sociale sta di fronte la nozione di bene comune come fine del tutto sociale, due nozioni correlative l’una all’altra. Il fine della società – aggiunge Maritain – è il bene della comunità, ma occorre capire che questo bene è un bene comune di persone umane.

Il bene comune è bene di popolo, bene della città solo a condizione d’essere secondo giustizia e bontà morale. E’ cosa eticamente buona. Infine – scrive il filosofo – il bene comune è ciò che è solo se si ridistribuisce alle persone.
Dice Maritain: “ … la vocazione della persona umana a beni che la sorpassano è “inviscerata”, per così dire, nell’essenza del bene comune “. Per lui la vera concezione della vita politica è personalistica e comunitaria assieme: l’uomo però, in virtù di certe cose che sono in lui, si eleva al di sopra della società politica. E’ essenziale al bene comune favorire il progresso delle persone “… verso i beni assoluti che trascendono la società politica “.
Le democrazie moderne aspiravano fin dal principio a trattare l’uomo come persona, ma, a dire di Maritain, “…la loro filosofia della vita ha tradito “ questa loro aspirazione.
Per il filosofo esiste anche il “ bene comune delle intelligenze “ che è la verità e la bellezza stesse ed è il tesoro intelligibile della cultura.

In quarto luogo Maritain tratta, nel testo, dei problemi a lui contemporanei. E’ quest’ultima parte quella più “politica” e più vicina al nostro interesse, fatto salvo ovviamente il fatto che va contestualizzata alla fine degli anni Trenta ed agli anni Quaranta del secolo scorso.
L’attenzione del filosofo francese  è sulle filosofie politiche “… fondate su una concezione materialistica del mondo e della vita . Esse mettono in pericolo la persona sotto tre principali forme: il liberalismo borghese, il comunismo, il totalitarismo dittatoriale. Si tratta, per Maritain, di tre “ tragedie “.
Rispetto, in particolare, all’atteggiamento delle stesse verso il cristianesimo, scrive il filosofo: “ L’individualismo borghese è, delle tre, la più irreligiosa. E’ stata praticamente atea e decorativamente cristiana . Una concezione che si serviva della religione “…come di una forza di polizia che facesse la guardia alla proprietà o come di una banca dove dopo tutto ognuno, mentre si arricchisce in questo mondo, poteva assicurarsi ad ogni buon fine contro i rischi inconoscibili dell’al di là “.
Riferendosi al comunismo, Maritain parla di esso come di una “…eresia cristiana, l’ultima e del tutto radicale eresia cristiana. Essa è universalista come la Chiesa “. L’ateismo comunista si riferisce ad un’attività terrena nella quale i cristiani “…hanno troppo spesso in passato trascurato la loro missione temporale “.
La relazione individuo-società non deve essere concepita sul “ tipo atomistico e meccanico “ dell’individualismo borghese, né sul “ tipo biologico e animale “ proprio della concezione totalitaria statale o razzista, né sul “tipo biologico industriale “ proprio della concezione comunista.

Si tratta, per Maritain, di realizzare un “ideale storico “ che richiede la “… sopraelevazione che la natura e le società temporali ricevono, nel loro ordine proprio, dalle energie della vita cristiana “.

In conclusione, un nuovo riferimento alle  democrazie: “… il dramma delle democrazie moderne è d’aver cercato senza saperlo qualche cosa di buono: la città della persona, sotto la specie di un errore: la città dell’individuo, che conduce di per sé a terribili liquidazioni “.
Servirebbe, per il filosofo, “… una trasformazione radicale ed un grande ritorno verso lo spirito “; sono le ultime parole del libro e siamo nel 1946!
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Quanta polvere, almeno per me, su queste cose e che terapia il riprenderle!
Mi chiedo: una visione materialistica dell’uomo, della società e della storia porta “automaticamente” a delle “sciagure”?  Maritain pensa di sì, La Pira lo stesso, ecc. In altre parole,  una società in cui la maggior parte dei suoi membri non crede in Dio né ha alcuna idea di trascendenza (completamente secolarizzata si direbbe), non può ugualmente essere umanitaria e solidaristica?
In ogni caso,  noi cristiani dovremmo avere il dovere di proporre (con “tenerezza” come dice Papa Francesco) il nostro “senso” della vita, del lavoro, della gioia, della sofferenza, della morte. Considerando le conseguenze buone che ne dovrebbero derivare per il famoso bene comune anche terreno. E sarebbe già una bella, doverosa  testimonianza!
Considero ancora due cose: perché Maritain dice che le democrazie del suo tempo aspiravano a trattare l’uomo come persona, ma la loro filosofia della vita ha tradito? Avrebbe ragione a sostenerlo anche nel 2020?
 Seconda cosa: delle tre “sciagure” osservo che sopravvive, almeno in Europa, solo l’individualismo borghese. E’ di grande attualità la considerazione maritainiana di come, già allora, questa dottrina tendesse a strumentalizzare la religione (alcuni autorevoli membri ne fornivano, almeno per parte, sponda, essendo accecati dal pericolo comunista!), essendo sostanzialmente atea.
Ora io penso che  “questo” modello occidentale di “sviluppo”, sia proprio erede dell’individualismo borghese, trasformatosi via via  in quello che si chiama “turbocapitalismo”.
Da ultimo, la considerazione di Maritain che i cristiani avevano troppo spesso trascurato la loro missione temporale, aprendo in questo modo varchi al diffondersi di altre visioni della vita e politiche.  Oggi - dopo il Concilio, ma non solo – vedo nella Chiesa dei segnali di maggiore avvedutezza e di più profonda e “fedele” acquisizione dei segni dei tempi sui quali spendere la propria originalissima e sapiente parola ed il proprio esempio. Faccio invece più fatica a vedere questo nella politica e, in particolare, in quei cristiani che, specie ai livelli più alti, la interpretano.  Che ne pensate?

Venezia, 12 marzo 2020.

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